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Pensioni, la proposta Modigliani-Ceprini / Le osservazioni della Cgil

I giovani ancora sacrificati

Di Beniamino Lapadula

Franco Modigliani e Marialuisa Ceprini tornano a spiegare, questa volta su Rassegna, la loro ricetta di riforma pensionistica ponendola in alternativa a quanto proposto dal governo Berlusconi nella delega pensionistica. La critica rivolta all’esecutivo è giusta anche se i due autori tendono a sottovalutare l’impatto finanziario della decontribuzione sui nuovi assunti che, a regime, comporterebbe un aumento del deficit delle gestioni pensionistiche e quindi un inasprimento fiscale pari all’1 per cento del Pil. Ai due autori non può infatti sfuggire il fatto che la riduzione del prezzo relativo del lavoro dei nuovi assunti, più che indurre le imprese a produrre beni e servizi utilizzando una maggiore quota di lavoro, le può spingere ad accelerare la sostituzione dei vecchi lavoratori con i nuovi, scaricando così ulteriori oneri sull’Inps.

La proposta ha l’obiettivo di rimpiazzare l’attuale sistema a ripartizione, che paga le pensioni con i contributi correnti, con un sistema a capitalizzazione che investe i contributi sui mercati finanziari, senza modificare le prestazioni promesse dalla riforma Dini. Il risultato di questo passaggio sarebbe una drastica riduzione degli oneri contributivi resa possibile dalla differenza tra il tasso di capitalizzazione virtuale assicurato ai contributi versati dalla Dini, che è pari al tasso di crescita dell’economia, e quello realizzato dagli investimenti in attività finanziarie. La proposta si basa cioè sull’ipotesi che nel lungo periodo il tasso di rendimento sul capitale sia sensibilmente più elevato del tasso di crescita del Pil. Questo è stato vero nel passato anche se il differenziale di rendimento si è realizzato in modo diversificato sulle diverse piazze finanziarie. Andamenti borsistici sistematicamente migliori rispetto alla crescita dell’economia si sono registrati negli Usa, ma non possono essere presi come esempio per il resto del mondo. Bisogna inoltre considerare che il processo d’invecchiamento della popolazione non potrà non far sentire i suoi effetti anche sui rendimenti delle attività finanziarie e che quindi occorrerà, per far fronte agli andamenti demografici sfavorevoli, una maggiore quota d’investimenti esteri. Ciò comporterà la necessità di assumere maggiori rischi. Il passaggio alla capitalizzazione integrale contiene quindi elementi di rischio non eliminabili e costi incerti. In altre parole, in presenza di andamenti non favorevoli dei mercati finanziari, la riduzione degli oneri contributivi prospettata dalla proposta potrebbe rivelarsi del tutto  impossibile.

Ma la parte meno condivisibile del progetto è proprio quella che affida al Tfr il finanziamento della transizione verso il nuovo sistema. Buona parte del flusso di questo trattamento (5 punti su 7) dovrebbe infatti andare a un nuovo fondo Inps ed essere remunerata così come stabilito dall’attuale normativa. I lavoratori dovrebbero, cioè, rinunciare alla possibilità di investire gran parte del Tfr nei fondi pensione complementari. In questo modo verrebbero rimessi in discussione gli equilibri stabiliti dalla legge Dini. La riforma, com’è noto, prevede che la riduzione dei trattamenti pensionistici erogati dal primo pilastro possa essere compensata da una rendita complementare realizzata fondamentalmente dall’investimento del Tfr sui mercati finanziari. Nei fatti, quindi, diversamente da quanto affermato da Modigliani, anche in Italia la transizione verso un sistema a capitalizzazione comporterebbe oneri a carico di qualcuno. Sarebbero, infatti, i lavoratori più giovani a finanziare il passaggio al nuovo sistema rinunciando a una pensione complementare capace di compensare la riduzione della pensione pubblica o dovendo sacrificare ad essa una parte ulteriore del loro salario.

(Rassegna sindacale, n. 7, febbraio 2002)

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