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Franco
Modigliani e Marialuisa Ceprini tornano a spiegare, questa volta su
Rassegna, la loro ricetta di riforma pensionistica ponendola in
alternativa a quanto proposto dal governo Berlusconi nella delega
pensionistica. La critica rivolta all’esecutivo è giusta anche se i
due autori tendono a sottovalutare l’impatto finanziario della
decontribuzione sui nuovi assunti che, a regime, comporterebbe un
aumento del deficit delle gestioni pensionistiche e quindi un
inasprimento fiscale pari all’1 per cento del Pil. Ai due autori non
può infatti sfuggire il fatto che la riduzione del prezzo relativo del
lavoro dei nuovi assunti, più che indurre le imprese a produrre beni e
servizi utilizzando una maggiore quota di lavoro, le può spingere ad
accelerare la sostituzione dei vecchi lavoratori con i nuovi,
scaricando così ulteriori oneri sull’Inps.
La
proposta ha l’obiettivo di rimpiazzare l’attuale sistema a
ripartizione, che paga le pensioni con i contributi correnti, con un
sistema a capitalizzazione che investe i contributi sui mercati
finanziari, senza modificare le prestazioni promesse dalla riforma Dini.
Il risultato di questo passaggio sarebbe una drastica riduzione degli
oneri contributivi resa possibile dalla differenza tra il tasso di
capitalizzazione virtuale assicurato ai contributi versati dalla Dini,
che è pari al tasso di crescita dell’economia, e quello realizzato
dagli investimenti in attività finanziarie. La proposta si basa cioè
sull’ipotesi che nel lungo periodo il tasso di rendimento sul
capitale sia sensibilmente più elevato del tasso di crescita del Pil.
Questo è stato vero nel passato anche se il differenziale di
rendimento si è realizzato in modo diversificato sulle diverse piazze
finanziarie. Andamenti borsistici sistematicamente migliori rispetto
alla crescita dell’economia si sono registrati negli Usa, ma non
possono essere presi come esempio per il resto del mondo. Bisogna
inoltre considerare che il processo d’invecchiamento della
popolazione non potrà non far sentire i suoi effetti anche sui
rendimenti delle attività finanziarie e che quindi occorrerà, per far
fronte agli andamenti demografici sfavorevoli, una maggiore quota
d’investimenti esteri. Ciò comporterà la necessità di assumere
maggiori rischi. Il passaggio alla capitalizzazione integrale contiene
quindi elementi di rischio non eliminabili e costi incerti. In altre
parole, in presenza di andamenti non favorevoli dei mercati finanziari,
la riduzione degli oneri contributivi prospettata dalla proposta
potrebbe rivelarsi del tutto impossibile.
Ma
la parte meno condivisibile del progetto è proprio quella che affida
al Tfr il finanziamento della transizione verso il nuovo sistema. Buona
parte del flusso di questo trattamento (5 punti su 7) dovrebbe infatti
andare a un nuovo fondo Inps ed essere remunerata così come stabilito
dall’attuale normativa. I lavoratori dovrebbero, cioè, rinunciare
alla possibilità di investire gran parte del Tfr nei fondi pensione
complementari. In questo modo verrebbero rimessi in discussione gli
equilibri stabiliti dalla legge Dini. La riforma, com’è noto,
prevede che la riduzione dei trattamenti pensionistici erogati dal
primo pilastro possa essere compensata da una rendita complementare
realizzata fondamentalmente dall’investimento del Tfr sui mercati
finanziari. Nei fatti, quindi, diversamente da quanto affermato da
Modigliani, anche in Italia la transizione verso un sistema a
capitalizzazione comporterebbe oneri a carico di qualcuno. Sarebbero,
infatti, i lavoratori più giovani a finanziare il passaggio al nuovo
sistema rinunciando a una pensione complementare capace di compensare
la riduzione della pensione pubblica o dovendo sacrificare ad essa una
parte ulteriore del loro salario.
(Rassegna sindacale, n. 7, febbraio 2002)
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