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Siamo
grati al direttore di Rassegna che ci offre la possibilità di spiegare
ai suoi lettori la nostra accanita battaglia per ridurre gli
schiaccianti contributi pensionistici, che oggi massacrano loro e
domani i loro figli. Questi
contributi, imposti per finanziare le pensioni, incluso il Tfr,
eccedono il 40 per cento del salario lordo, assorbendo circa un terzo
di quanto l’impresa paga per un lavoratore. L’onerosità
contributiva del sistema italiano è confermata da un confronto con
l’Europa, dove l’Italia è in testa alla classifica, e con gli Usa,
dove la Social Security funziona in maniera soddisfacente da
settant’anni, e i contributi pensionistici rappresentano solo il 12
per cento del costo del lavoro. Sicché, mentre la produttività media
di un lavoratore nell’industria italiana risulta quasi uguale a
quella del lavoratore americano, tolti i contributi, la busta paga di
quest’ultimo è un terzo maggiore di quella italiana.
Bisogna
rendersi conto che contributi così elevati sono dannosi per tutti,
lavoratori e imprese, e per l’intera economia. Oltre a impoverire i
lavoratori riducendo la busta paga, aumentano il cuneo fra valore
prodotto e busta paga incentivando l’evasione fiscale e contributiva,
attraverso la piaga del lavoro nero, e producendo una bassa
partecipazione alla forza lavoro. Questi sono mali per i quali
l’Italia è in testa rispetto agli altri paesi occidentali. Un
ulteriore effetto è quello di far crescere il costo della produzione
riducendo le esportazioni nette e aumentando la disoccupazione.
Ma
perché i lavoratori non si ribellano contro così elevati prelievi
forzosi che sono il risultato storico di accordi presi fra governo e
sindacati? Forse perché i contributi “a loro carico” rappresentano
solo il 10 per cento della retribuzione, il restante 35 per cento, a
carico del datore di lavoro, pensano che non li riguardi perché “lo
paga il padrone”. In realtà la distinzione fra quanto è dedotto dal
costo del lavoro e quanto solo dalla busta paga è puramente formale.
In ultima analisi tutto il costo dei contributi ricade sui lavoratori.
Per
questi motivi da tempo ci battiamo per una riforma del sistema
pensionistico che abbatta sensibilmente i contributi mantenendo i già
ridotti benefici promessi dalla riforma Dini, e senza ricorrere a
ulteriori finanziamenti statali che sarebbero incoerenti con gli
obblighi di Maastricht o richiederebbero inasprimenti fiscali.
L’approccio
che proponiamo permette di raggiungere gradualmente tale risultato.
Questo è dimostrato dalle stime riportate nella tabella, dove
l’andamento di benefici promessi e contributi richiesti (compreso il
Tfr) dalla riforma Dini è posto a confronto
con un risultato possibile del nostro approccio per i prossimi
cinquant’anni. Nella tabella si può notare che, a regime, i benefici
sono gli stessi ma il nostro contributo sarebbe meno della metà di
quello odierno e quello della Dini quasi due terzi maggiore del nostro.
In
precedenti lavori abbiamo dimostrato come si realizzano i nostri
risultati e le tecniche finanziarie che utilizziamo. Qui ci limitiamo
ad accennare ai due punti cardine della proposta. Il primo consiste nel
rimpiazzare l’attuale sistema della ripartizione, col quale le
pensioni sono finanziate con i contributi correnti, con quello della
capitalizzazione, con il quale i contributi vengono investiti in
attività redditizie e accumulati a interesse composto fino al
pensionamento e la pensione è finanziata con il capitale così
raccolto; il secondo, nel trasformare il Tfr da credito agevolato alle
imprese in un credito a un nuovo fondo alle stesse condizioni (compreso
il pagamento della liquidazione a fine rapporto).
Circa
il primo si può dimostrare che (a regime) la capitalizzazione ha
diversi vantaggi sulla ripartizione. Innanzitutto, il rendimento delle
attività finanziarie, in quanto generalmente maggiore del tasso di
crescita dell’economia, permette di ridurre i contributi necessari a
finanziare i benefici. Sappiamo poi che il contributo necessario ad
assicurare dati benefici dipende dal tasso di crescita della
popolazione attraverso il rapporto attivi/pensionati; e se la crescita
si riduce, come sta avvenendo in molti paesi compresa l’Italia, sorge
quel rischio di insolvenza che oggi minaccia tutti i sistemi a
ripartizione. Il sistema a capitalizzazione, però,
è immune da questo difetto: i benefici, infatti, sono pagati
con il capitale accumulato da ciascun lavoratore e non dai contributi
degli attivi. Infine, mentre con la ripartizione i contributi
finanziano i consumi (le pensioni), con la capitalizzazione vanno a
finanziare gli investimenti.
Ma
il passaggio alla capitalizzazione è un’operazione complessa che
richiede grossi sacrifici perché presuppone un’accumulazione di
capitale che non esiste nel sistema a ripartizione. Questo è un
problema che scoraggia la transizione nei paesi che ancora usano tale
metodo. Noi abbiamo dimostrato che l’Italia è un’eccezione dove
una graduale transizione è attuabile senza necessità di aumentare
contributi o sussidi. Ciò è possibile trasformando opportunamente il
Tfr da credito agevolato alle imprese in un credito a un apposito nuovo
fondo (Nf) alle stesse condizioni. Il beneficio che oggi i lavoratori
traggono dal Tfr, e cioè quello di poter ritirare parte
dell’accumulazione per particolari necessità, può essere facilmente
mantenuto (e migliorato) offrendo ai partecipanti prestiti di una
porzione del loro credito verso il Nf, sull’esempio dei fondi
pensione americani 401K. Il flusso annuale del Tfr (al netto delle
liquidazioni), accumulandosi a interesse composto, crea il capitale
necessario per passare alla capitalizzazione. Man mano che il capitale
cresce una parte sarà usata per pagare le pensioni riducendo così i
contributi, com’è illustrato nell’esempio presentato nella
tabella: la colonna 3 riporta il contributo MC (Modigliani-Ceprini) e
le colonne 1 e 2 il contributo richiesto dalla Dini e dalla riforma del
governo. Le cifre sono calcolate assumendo che il contributo trasferito
al nuovo fondo sia pari solo a due terzi del Tfr (5 per cento) sia
perché la Dini dispose l’opzione ai lavoratori di trasferire il
restante terzo ai fondi complementari sia per evitare un eccessiva
concentrazione di capitale nel Nf.
Ora
il nuovo governo propone di trasformare il pagamento del Tfr da
prestito agevolato all’impresa a investimento in conti individuali in
fondi pensionistici, che aumentano le pensioni (secondo le nostre stime
di un 15 per cento medio) senza ridurre gli esosi contributi. Ma i
risultati sono assai diversi da individuo a individuo (a seconda del
portafoglio scelto) e incerti
(per la congenita variabilità del mercato). Comunque, il guadagno dei
lavoratori corrisponde esattamente alla perdita delle imprese, cioè la
differenza fra il tasso di mercato e quello agevolato, meno le alte
commissioni imposte dai manager dei fondi. Si tratta in sostanza di una
pura redistribuzione non giustificata perché priva di benefici che
invece si avrebbero con la nostra riduzione della forbice.
Per
ovviare al danno secco che le imprese subirebbero con la manovra, il
governo offre loro alcune misure che avrebbero l’effetto di spostare
parte del costo dalle imprese ad altri soggetti. Misure simili
potrebbero avere una funzione positiva anche nella nostra proposta di
riforma, dove il costo iniziale ricade sulle imprese. La prima, che è
una modesta decontribuzione (3-5 punti) per i nuovi assunti, tenderebbe
ad aumentare il deficit (quindi inasprimento fiscale), a meno che
produca un aumento dell’occupazione tale da compensare la perdita
causata dalla riduzione dei contributi. La seconda è la promessa di
mettere a disposizione delle imprese un credito a tasso agevolato
simile a quello perso. Ma non si capisce come possa essere mantenuta,
data l’integrazione dei mercati finanziari europei, a meno che il
governo non offra una garanzia sul prestito privilegiato o paghi la
differenza fra tasso agevolato e tasso di mercato. Un’altra manovra
ventilata è quella della cartolarizzazione. Questa è una manovra di
cui si sa poco, ma quel poco che si sa suggerisce che dovrebbe essere
prontamente abbandonata. Queste considerazioni ci fanno concludere che
il “regalo” di un aumento della pensione, che favorisce i vari
fondi pensione, è a spese delle imprese, delle banche, dei
contribuenti, e anche dei parasubordinati il cui contributo
obbligatorio aumenterebbe dal 13 al 17 per cento.
Il
Nf dovrebbe investire il suo patrimonio in un portafoglio indicizzato
sull’intero mercato dell’euro, sotto la supervisione di un comitato
di esperti (anche internazionali), isolando in questo modo la gestione
del portafoglio da interferenze politiche, come già avviene in Canada
e Irlanda. Il rischio a cui un tale portafoglio resta ancora soggetto
può essere eliminato con appropriate tecniche finanziarie (swap), come
abbiamo discusso in precedenti lavori.
Alcuni
fautori del trasferimento del Tfr a conti privati suggeriscono che
aumentando i saldi nei conti individuali ci sarà una riduzione nella
pensione, e quindi nei contributi dell’Inps. Se questo fosse
l’obiettivo della manovra, le due proposte avrebbero parecchio in
comune, ricordando però che i nostri benefici (pensione) sono sicuri e
definiti, e non esposti a rischio come nei conti individuali. Ma
quest’obiettivo, di creare una nuova pensione riducendo la vecchia,
dovrebbe essere dichiarato nella proposta, con l’indicazione dei
tempi e delle modalità. Il fatto che non sia menzionato ha due
possibili spiegazioni: una, che l’intenzione non esiste; l’altra
che esiste ma è tenuta machiavellicamente nascosta ai lavoratori per
ottenere il loro appoggio.
Concludiamo
ricordando che sia la proposta del governo che la nostra utilizzano il
Tfr, ma il governo per aumentare la pensione, noi per diminuire gli
eccessivi contributi, e lasciare ai singoli la scelta di investire il
proprio risparmio per una pensione integrativa. Decidere, per il
governo, significa condannare i giovani di oggi a pagare
indefinitamente contributi di un 60 per cento maggiori di quelli
richiesti nella nostra proposta.
(Rassegna sindacale, n. 7, febbraio 2002)
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