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Pensioni / La proposta Modigliani-Ceprini 

Un ponte fra le generazioni

Di Franco Modigliani e Marialuisa Ceprini

Siamo grati al direttore di Rassegna che ci offre la possibilità di spiegare ai suoi lettori la nostra accanita battaglia per ridurre gli schiaccianti contributi pensionistici, che oggi massacrano loro e domani i loro figli.  Questi contributi, imposti per finanziare le pensioni, incluso il Tfr, eccedono il 40 per cento del salario lordo, assorbendo circa un terzo di quanto l’impresa paga per un lavoratore. L’onerosità contributiva del sistema italiano è confermata da un confronto con l’Europa, dove l’Italia è in testa alla classifica, e con gli Usa, dove la Social Security funziona in maniera soddisfacente da settant’anni, e i contributi pensionistici rappresentano solo il 12 per cento del costo del lavoro. Sicché, mentre la produttività media di un lavoratore nell’industria italiana risulta quasi uguale a quella del lavoratore americano, tolti i contributi, la busta paga di quest’ultimo è un terzo maggiore di quella italiana.

Bisogna rendersi conto che contributi così elevati sono dannosi per tutti, lavoratori e imprese, e per l’intera economia. Oltre a impoverire i lavoratori riducendo la busta paga, aumentano il cuneo fra valore prodotto e busta paga incentivando l’evasione fiscale e contributiva, attraverso la piaga del lavoro nero, e producendo una bassa partecipazione alla forza lavoro. Questi sono mali per i quali l’Italia è in testa rispetto agli altri paesi occidentali. Un ulteriore effetto è quello di far crescere il costo della produzione riducendo le esportazioni nette e aumentando la disoccupazione.

Ma perché i lavoratori non si ribellano contro così elevati prelievi forzosi che sono il risultato storico di accordi presi fra governo e sindacati? Forse perché i contributi “a loro carico” rappresentano solo il 10 per cento della retribuzione, il restante 35 per cento, a carico del datore di lavoro, pensano che non li riguardi perché “lo paga il padrone”. In realtà la distinzione fra quanto è dedotto dal costo del lavoro e quanto solo dalla busta paga è puramente formale. In ultima analisi tutto il costo dei contributi ricade sui lavoratori.

Per questi motivi da tempo ci battiamo per una riforma del sistema pensionistico che abbatta sensibilmente i contributi mantenendo i già ridotti benefici promessi dalla riforma Dini, e senza ricorrere a ulteriori finanziamenti statali che sarebbero incoerenti con gli obblighi di Maastricht o richiederebbero inasprimenti fiscali.

L’approccio che proponiamo permette di raggiungere gradualmente tale risultato. Questo è dimostrato dalle stime riportate nella tabella, dove l’andamento di benefici promessi e contributi richiesti (compreso il Tfr) dalla riforma Dini è posto a confronto  con un risultato possibile del nostro approccio per i prossimi cinquant’anni. Nella tabella si può notare che, a regime, i benefici sono gli stessi ma il nostro contributo sarebbe meno della metà di quello odierno e quello della Dini quasi due terzi maggiore del nostro.

In precedenti lavori abbiamo dimostrato come si realizzano i nostri risultati e le tecniche finanziarie che utilizziamo. Qui ci limitiamo ad accennare ai due punti cardine della proposta. Il primo consiste nel rimpiazzare l’attuale sistema della ripartizione, col quale le pensioni sono finanziate con i contributi correnti, con quello della capitalizzazione, con il quale i contributi vengono investiti in attività redditizie e accumulati a interesse composto fino al pensionamento e la pensione è finanziata con il capitale così raccolto; il secondo, nel trasformare il Tfr da credito agevolato alle imprese in un credito a un nuovo fondo alle stesse condizioni (compreso il pagamento della liquidazione a fine rapporto).

Circa il primo si può dimostrare che (a regime) la capitalizzazione ha diversi vantaggi sulla ripartizione. Innanzitutto, il rendimento delle attività finanziarie, in quanto generalmente maggiore del tasso di crescita dell’economia, permette di ridurre i contributi necessari a finanziare i benefici. Sappiamo poi che il contributo necessario ad assicurare dati benefici dipende dal tasso di crescita della popolazione attraverso il rapporto attivi/pensionati; e se la crescita si riduce, come sta avvenendo in molti paesi compresa l’Italia, sorge quel rischio di insolvenza che oggi minaccia tutti i sistemi a ripartizione. Il sistema a capitalizzazione, però,  è immune da questo difetto: i benefici, infatti, sono pagati con il capitale accumulato da ciascun lavoratore e non dai contributi degli attivi. Infine, mentre con la ripartizione i contributi finanziano i consumi (le pensioni), con la capitalizzazione vanno a finanziare gli investimenti.

Ma il passaggio alla capitalizzazione è un’operazione complessa che richiede grossi sacrifici perché presuppone un’accumulazione di capitale che non esiste nel sistema a ripartizione. Questo è un problema che scoraggia la transizione nei paesi che ancora usano tale metodo. Noi abbiamo dimostrato che l’Italia è un’eccezione dove una graduale transizione è attuabile senza necessità di aumentare contributi o sussidi. Ciò è possibile trasformando opportunamente il Tfr da credito agevolato alle imprese in un credito a un apposito nuovo fondo (Nf) alle stesse condizioni. Il beneficio che oggi i lavoratori traggono dal Tfr, e cioè quello di poter ritirare parte dell’accumulazione per particolari necessità, può essere facilmente mantenuto (e migliorato) offrendo ai partecipanti prestiti di una porzione del loro credito verso il Nf, sull’esempio dei fondi pensione americani 401K. Il flusso annuale del Tfr (al netto delle liquidazioni), accumulandosi a interesse composto, crea il capitale necessario per passare alla capitalizzazione. Man mano che il capitale cresce una parte sarà usata per pagare le pensioni riducendo così i contributi, com’è illustrato nell’esempio presentato nella tabella: la colonna 3 riporta il contributo MC (Modigliani-Ceprini) e le colonne 1 e 2 il contributo richiesto dalla Dini e dalla riforma del governo. Le cifre sono calcolate assumendo che il contributo trasferito al nuovo fondo sia pari solo a due terzi del Tfr (5 per cento) sia perché la Dini dispose l’opzione ai lavoratori di trasferire il restante terzo ai fondi complementari sia per evitare un eccessiva concentrazione di capitale nel Nf.

Ora il nuovo governo propone di trasformare il pagamento del Tfr da prestito agevolato all’impresa a investimento in conti individuali in fondi pensionistici, che aumentano le pensioni (secondo le nostre stime di un 15 per cento medio) senza ridurre gli esosi contributi. Ma i risultati sono assai diversi da individuo a individuo (a seconda del portafoglio scelto) e  incerti (per la congenita variabilità del mercato). Comunque, il guadagno dei lavoratori corrisponde esattamente alla perdita delle imprese, cioè la differenza fra il tasso di mercato e quello agevolato, meno le alte commissioni imposte dai manager dei fondi. Si tratta in sostanza di una pura redistribuzione non giustificata perché priva di benefici che invece si avrebbero con la nostra riduzione della forbice.

Per ovviare al danno secco che le imprese subirebbero con la manovra, il governo offre loro alcune misure che avrebbero l’effetto di spostare parte del costo dalle imprese ad altri soggetti. Misure simili potrebbero avere una funzione positiva anche nella nostra proposta di riforma, dove il costo iniziale ricade sulle imprese. La prima, che è una modesta decontribuzione (3-5 punti) per i nuovi assunti, tenderebbe ad aumentare il deficit (quindi inasprimento fiscale), a meno che produca un aumento dell’occupazione tale da compensare la perdita causata dalla riduzione dei contributi. La seconda è la promessa di mettere a disposizione delle imprese un credito a tasso agevolato simile a quello perso. Ma non si capisce come possa essere mantenuta, data l’integrazione dei mercati finanziari europei, a meno che il governo non offra una garanzia sul prestito privilegiato o paghi la differenza fra tasso agevolato e tasso di mercato. Un’altra manovra ventilata è quella della cartolarizzazione. Questa è una manovra di cui si sa poco, ma quel poco che si sa suggerisce che dovrebbe essere prontamente abbandonata. Queste considerazioni ci fanno concludere che il “regalo” di un aumento della pensione, che favorisce i vari fondi pensione, è a spese delle imprese, delle banche, dei contribuenti, e anche dei parasubordinati il cui contributo obbligatorio aumenterebbe dal 13 al 17 per cento.

Il Nf dovrebbe investire il suo patrimonio in un portafoglio indicizzato sull’intero mercato dell’euro, sotto la supervisione di un comitato di esperti (anche internazionali), isolando in questo modo la gestione del portafoglio da interferenze politiche, come già avviene in Canada e Irlanda. Il rischio a cui un tale portafoglio resta ancora soggetto può essere eliminato con appropriate tecniche finanziarie (swap), come abbiamo discusso in precedenti lavori.

Alcuni fautori del trasferimento del Tfr a conti privati suggeriscono che aumentando i saldi nei conti individuali ci sarà una riduzione nella pensione, e quindi nei contributi dell’Inps. Se questo fosse l’obiettivo della manovra, le due proposte avrebbero parecchio in comune, ricordando però che i nostri benefici (pensione) sono sicuri e definiti, e non esposti a rischio come nei conti individuali. Ma quest’obiettivo, di creare una nuova pensione riducendo la vecchia, dovrebbe essere dichiarato nella proposta, con l’indicazione dei tempi e delle modalità. Il fatto che non sia menzionato ha due possibili spiegazioni: una, che l’intenzione non esiste; l’altra che esiste ma è tenuta machiavellicamente nascosta ai lavoratori per ottenere il loro appoggio.

Concludiamo ricordando che sia la proposta del governo che la nostra utilizzano il Tfr, ma il governo per aumentare la pensione, noi per diminuire gli eccessivi contributi, e lasciare ai singoli la scelta di investire il proprio risparmio per una pensione integrativa. Decidere, per il governo, significa condannare i giovani di oggi a pagare indefinitamente contributi di un 60 per cento maggiori di quelli richiesti nella nostra proposta.

(Rassegna sindacale, n. 7, febbraio 2002)

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