|
Da una prima lettura della Finanziaria 2004 si può
facilmente capire che le politiche assistenziali sono ulteriormente e
fortemente penalizzate. Se questo dato dovesse
rimanere invariato all’approvazione definitiva della legge, ne
conseguirebbe necessariamente una drastica diminuzione dei servizi
sociali in tutte le regioni, le quali, già impoverite dalla
diminuzione dei trasferimenti dello Stato, si troverebbero a gestire
un terzo in meno delle risorse per le politiche sociali rispetto allo
scorso anno. Il governo, con questo provvedimento, dà seguito al
progressivo ritiro dello Stato dai servizi di carattere sociale,
intenzione espressa già nel Libro Bianco del welfare, per
privatizzare il mercato delle prestazioni e dei servizi sociali e
creare un welfare a due velocità: uno per i poveri; l’altro per chi
ha le possibilità economiche di rivolgersi ai privati attraverso
forme assicurative o direttamente con i propri mezzi. Non a caso il
privato con fini di lucro rivolge sempre più attenzione al mercato
dei servizi sociali.
La non autosufficienza
L’altro punto dolente della Finanziaria riguarda il problema
della non autosufficienza per cui non viene messo nulla in bilancio
per il prossimo anno. Nonostante la commissione Affari sociali della
Camera abbia approvato un testo unico di disegno di legge per la
costituzione di un fondo nazionale per la non autosufficienza, che
recepisce i princìpi base delle proposte sostenute dai
sindacati dei pensionati e dalle organizzazioni confederali, il
governo non impegna neanche un euro per affrontare un problema che
interessa oggi un milione ottocentomila persone, numero destinato a
crescere in misura proporzionale all’allungamento della vita media.
Dalla proposta di bilancio per il prossimo anno si deduce che il
governo voglia rimandare, non si sa a quale anno, la definizione dei
Livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi sociali da
garantire su tutto il territorio nazionale.
La famiglia
Il governo vanta di praticare una politica a sostegno della
famiglia. Ciò si sostanzierebbe con l’assegno di 1.000 euro per il
secondo figlio. In realtà è un altro provvedimento estemporaneo e
demagogico: un assegno non può essere considerato un sostegno
alla famiglia che deve crescere un figlio; in più non è selettivo,
perché viene dato indipendentemente dal livello di reddito della
famiglia. Questo governo continua a varare misure disorganiche,
inadeguate e inefficaci invece di definire una strategia
d’intervento che riordini gli istituti oggi operanti, aumenti
i benefici e li indirizzi a favore chi ha più bisogno.
Il reddito di ultima istanza
La proposta di istituire il reddito di ultima istanza, in sostituzione
del reddito minimo d’inserimento, dimostra il disinteresse del
governo per le politiche contro la povertà e l’inclusione sociale.
Il governo si riserva di concorrere al finanziamento delle Regioni che
istituiscono il reddito di ultima istanza quale strumento di
accompagnamento economico ai programmi di reinserimento. Non
indica criteri per l’applicazione e non quantifica l’intervento
finanziario centrale. Il finanziamento di questo istituto di lotta
alla povertà dovrà essere in gran parte sopportato dalle Regioni. Il
taglio dei trasferimenti agli enti locali e dei trasferimenti del
Fondo nazionale per le politiche sociali, la dotazione esigua del
fondo nazionale per il reddito di ultima istanza, impediranno di
praticare una politica di lotta alla povertà come invece avviene
negli altri paesi europei. Di conseguenza, diminuiranno ulteriormente
le possibilità di sostenere il reddito di molte famiglie in
povertà assoluta e di attivare programmi di reinserimento sociale.
Questa Finanziaria è, senza alcun dubbio, la peggiore di quelle
presentate in questi anni dal governo Berlusconi.
(Rassegna sindacale, n.37, 9-15 ottobre 2003)
|