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Finanziaria 2004 / Le politiche dell'assistenza

Impoverito il Fondo

 

di Stefano Daneri
Responsabile Assistenza e Terzo settore Cgil

 

Da una prima lettura della Finanziaria 2004 si può facilmente capire che le politiche assistenziali sono ulteriormente e fortemente penalizzate.  Se questo dato dovesse rimanere invariato all’approvazione definitiva della legge, ne conseguirebbe necessariamente una drastica diminuzione dei servizi sociali in tutte le regioni, le quali, già impoverite dalla diminuzione dei trasferimenti dello Stato, si troverebbero a gestire un terzo in meno delle risorse per le politiche sociali rispetto allo scorso anno. Il governo, con questo provvedimento, dà seguito al progressivo ritiro dello Stato dai servizi di carattere sociale, intenzione espressa già nel Libro Bianco del welfare, per privatizzare il mercato delle prestazioni e dei servizi sociali e creare un welfare a due velocità: uno per i poveri; l’altro per chi ha le possibilità economiche di rivolgersi ai privati attraverso forme assicurative o direttamente con i propri mezzi. Non a caso il privato con fini di lucro rivolge sempre più attenzione al mercato dei servizi sociali.

La non autosufficienza
L’altro punto dolente della Finanziaria riguarda il problema della non autosufficienza per cui non viene messo nulla in bilancio per il prossimo anno. Nonostante la commissione Affari sociali della Camera abbia approvato un testo unico di disegno di legge per la costituzione di un fondo nazionale per la non autosufficienza, che recepisce i princìpi base delle proposte sostenute  dai sindacati dei pensionati e dalle organizzazioni confederali, il governo non impegna neanche un euro per affrontare un problema che interessa oggi un milione ottocentomila persone, numero destinato a crescere in misura proporzionale all’allungamento della vita media. Dalla proposta di bilancio per il prossimo anno si deduce che il governo voglia rimandare, non si sa a quale anno, la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi sociali da garantire su tutto il territorio nazionale.

La famiglia
Il governo vanta di praticare una politica a sostegno della famiglia. Ciò si sostanzierebbe con l’assegno di 1.000 euro per il secondo figlio. In realtà è un altro provvedimento estemporaneo e demagogico: un assegno non può essere considerato  un sostegno alla famiglia che deve crescere un figlio; in più non è selettivo, perché viene dato indipendentemente dal livello di reddito della famiglia. Questo governo continua a varare misure disorganiche, inadeguate e inefficaci invece di definire una strategia d’intervento che riordini gli istituti oggi  operanti, aumenti i benefici  e li indirizzi a favore chi ha più bisogno.

Il reddito di ultima istanza
La proposta di istituire il reddito di ultima istanza, in sostituzione del reddito minimo d’inserimento,  dimostra il disinteresse del governo per le politiche contro la povertà e l’inclusione sociale. Il governo si riserva di concorrere al finanziamento delle Regioni che istituiscono il reddito di ultima istanza quale strumento di accompagnamento economico ai programmi di reinserimento. Non  indica criteri per l’applicazione e non quantifica l’intervento finanziario centrale. Il finanziamento di questo istituto di lotta alla povertà dovrà essere in gran parte sopportato dalle Regioni. Il taglio dei trasferimenti agli enti locali e dei trasferimenti del Fondo nazionale per le politiche sociali, la dotazione esigua del fondo nazionale per il reddito di ultima istanza, impediranno di praticare una politica di lotta alla povertà come invece avviene negli altri paesi europei. Di conseguenza, diminuiranno ulteriormente le possibilità di sostenere il reddito di molte famiglie in  povertà assoluta e di attivare programmi di reinserimento sociale. Questa Finanziaria è, senza alcun dubbio, la peggiore di quelle presentate in questi anni dal governo Berlusconi.

(Rassegna sindacale, n.37, 9-15 ottobre 2003)

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