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La Finanziaria parte con un debutto travagliato.
La stessa maggioranza ha contestato il fatto che il decreto legge,
a cui è affidata la totale copertura degli interventi, non è
collegato alla legge finanziaria. Con questo vulnus arrecato alle
procedure della sessione di bilancio, il governo ha dato infatti
un’ulteriore testimonianza del suo costante disprezzo delle regole.
Da parte loro le Regioni governate dal
centrosinistra, nel silenzio imbarazzato dei governatori di Piemonte,
Lombardia e Veneto, hanno annunciato ricorsi alla Consulta contro il
condono edilizio, rendendo così aleatorie le entrate della principale
misura una-tantum della manovra di finanza pubblica. Questa dovrebbe
arrestare una deriva economica inquietante. È lo stesso governo che
ne ha illustrato la pericolosità con le cifre presentate nella
Relazione previsionale e programmatica e nella Nota integrativa al
Dpef. Quest’ultima corregge in modo drastico le stime presentate due
mesi fa. Pil più basso, deficit pubblico al 2,5% inflazione
prossima al 3%, ulteriore rallentamento della produttività. Il
rientro dal debito pubblico, che procedeva con regolarità prima
dell’avvento del governo Berlusconi, nonostante espedienti contabili
e finanza creativa, si è arrestato. La sensazione è che si sia perso
completamente il controllo della finanza pubblica. Le entrate correnti
sono in caduta libera. Al netto dei condoni mancano 17,5 miliardi di
euro. In parte il peggioramento è giustificato dalla congiuntura
economica ma per circa 10 miliardi è figlio della dissennata
politica fiscale di Tremonti. Le cose non vanno meglio sul terreno
della spesa, malgrado il fatto che nel 2003 quella per interessi
sarà inferiore alle previsioni per circa 9 miliardi.
Il governo non solo ha sperperato in mille rivoli
questo imponente bonus dovuto all’abbassamento dei tassi di
interesse, ma ha sfondato ampiamente le previsioni. Il fabbisogno
statale dei primi nove mesi è giunto così già a 44 miliardi di
euro, uno in meno rispetto al fabbisogno complessivo previsto per
l’intero 2003. In tale quadro le prospettive di finanza pubblica per
il 2004 si presentano particolarmente preoccupanti. Peseranno i rinvii
di spesa operati dal decreto blocca spese e la necessità di
rifinanziare spese obbligatorie per 2,3 miliardi (dall’invalidità
civile, all’amianto, al fondo pensionistico dei ferrovieri) che il
governo ha volutamente scaricato sul prossimo anno per ìmigliorareî
i conti del 2003.
Due terzi di una tantum
A fronte di questa situazione, a dir poco preoccupante, la manovra
di 16 miliardi di euro decisa con la Finanziaria 2004, composta per
due terzi da misure una tantum, è destinata a peggiorare il bilancio
pubblico futuro. La sanatoria edilizia determinerà nei prossimi anni
maggiori costi del settore pubblico per produzione di servizi e opere
di urbanizzazione, mentre la proroga del condono fiscale tombale e
l’introduzione del concordato preventivo, nel caso migliore,
stabilizzeranno al ribasso le entrate relative ai contribuenti
rientrati negli studi di settore, più probabilmente il sostanziale
annullamento del potere accertativo da parte dell’amministrazione
finanziaria, insieme alla decisione di abolire l’obbligo dello
scontrino fiscale, determineranno ulteriori, rovinose perdite di
gettito. Le cartolarizzazioni immobiliari hanno ormai dato tutto
quello che potevano dare, non a caso si è passati, anche se per
importi molto più contenuti di quelli suggeriti da Cirino Pomicino,
alla vendita di uffici pubblici con il leasing back (vendita con
riaffitto). Lo Stato cosìda proprietario diventa inquilino consumando
il proprio patrimonio e aumentando la spesa corrente futura. Avanza
cosìuna nuova linea di indebitamento destinata a pesare sulle
future generazioni.
Ci troviamo dunque in presenza di una Finanziaria
che non solo non riequilibra i conti ma che crea i presupposti
per futuri, drammatici squilibri della finanza pubblica, e tutto ciò
senza che si produca alcuno sforzo per favorire lo sviluppo. Le
risorse rese disponibili a tal fine sono, infatti, irrisorie. Non si
tenta nemmeno di attivare l’unico percorso virtuoso possibile
puntando su innovazione e ricerca. La tecno-Tremonti è destinata a
replicare l’insuccesso della Tremonti-bis dissipando a pioggia, e
per gli investimenti più disparati, le poche risorse di cui si
dispone. Occorre interrogarsi sul perché di un così basso profilo
della Finanziaria 2004. Hanno pesato certamente le evidenti divisioni
all’interno della maggioranza, ma soprattutto una visione del tutto
fuorviante delle prospettive economiche. Il governo infatti pensa che
la crescita si realizzerà spontaneamente: sarà sufficiente il piano
infrastrutturale europeo, in attesa della ripresa economica
internazionale trainata, ancora una volta, dalla locomotiva Usa. Si
tratta di un’idea devastante. La ripresa Usa c’è, ma su di essa
gravano numerose incognite: in un anno e mezzo la percentuale dei
disoccupati di lungo termine è aumentata del 9%, i rifinanziamenti
dei mutui sono crollati e la fiducia dei consumatori è in continua
discesa. Si tratta, infatti, di una ripresa drogata dal colossale
incremento dell’indebitamento pubblico e di quello estero.
Se l’Europa dice no
Una forte ripresa economica internazionale non sembra dunque alle
porte e, comunque, il nostro paese, senza un salto di qualità del suo
apparato produttivo e senza un sostanziale cambiamento del
modello di specializzazione, rischia di non agganciarla. Anche per
questo l’intervento sulle pensioni è immorale. Il governo non fa
nulla per arrestare il declino del paese, ma per galleggiare e curare
i propri interessi elettorali non trova di meglio che demolire il
sistema pensionistico e taglieggiare retribuzioni e pensioni.
Questo numero di Rassegna va in macchina alla
vigilia della riunione dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di
Lussemburgo che daranno un primo giudizio sulla Finanziaria 2004.
L’esito non è scontato. Il commissario europeo Solbes ha, infatti,
affermato ripetutamente che non sono possibili scambi e compensazioni
tra rispetto del patto di stabilità e interventi a lungo termine sul
versante pensionistico. È anche per questo che Tremonti ha messo le
mani avanti chiedendo a Prodi, ove l’Unione europea lo ritenga
necessario, di assumersi la responsabilità di imporre all’Italia
una riforma pensionistica anticipata nei tempi. È un tentativo
maldestro di scaricare su altri le proprie difficoltà. Ancora una
volta con la più totale mancanza di sensibilità istituzionale.
(Rassegna sindacale, n. 37, 9-15 ottobre 2003)
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