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Finanziaria 2004 / Nessuno sforzo per lo sviluppo

Manovra a perdere

 

di Beniamino Lapadula
Cooordinatore dipartimento Politiche economiche Cgil

 

La Finanziaria parte con un debutto travagliato. La stessa maggioranza ha contestato il fatto che il decreto legge,  a cui è affidata la totale copertura degli interventi, non è collegato alla legge finanziaria. Con questo vulnus arrecato alle procedure della sessione di bilancio, il governo ha dato infatti un’ulteriore testimonianza del suo costante disprezzo delle regole.

Da parte loro le Regioni governate dal centrosinistra, nel silenzio imbarazzato dei governatori di Piemonte, Lombardia e Veneto, hanno annunciato ricorsi alla Consulta contro il condono edilizio, rendendo così aleatorie le entrate della principale misura una-tantum della manovra di finanza pubblica. Questa dovrebbe arrestare una deriva economica inquietante. È lo stesso governo che ne ha illustrato la pericolosità con le cifre presentate nella Relazione previsionale e programmatica e nella Nota integrativa al Dpef. Quest’ultima corregge in modo drastico le stime presentate due mesi fa. Pil più basso, deficit pubblico al  2,5% inflazione prossima al 3%, ulteriore rallentamento della produttività. Il rientro dal debito pubblico, che procedeva con regolarità prima dell’avvento del governo Berlusconi, nonostante espedienti contabili e finanza creativa, si è arrestato. La sensazione è che si sia perso completamente il controllo della finanza pubblica. Le entrate correnti sono in caduta libera. Al netto dei condoni mancano 17,5 miliardi di euro. In parte il peggioramento è giustificato dalla congiuntura economica ma per circa 10 miliardi  è figlio della dissennata politica fiscale di Tremonti. Le cose non vanno meglio sul terreno della spesa, malgrado il fatto che nel 2003 quella per interessi  sarà inferiore alle previsioni per circa 9 miliardi.

Il governo non solo ha sperperato in mille rivoli questo imponente bonus dovuto all’abbassamento dei tassi di interesse, ma ha sfondato ampiamente le previsioni. Il fabbisogno statale dei primi nove mesi è giunto così già a 44 miliardi di euro, uno in meno rispetto al fabbisogno complessivo previsto per l’intero 2003. In tale quadro le prospettive di finanza pubblica per il 2004 si presentano particolarmente preoccupanti. Peseranno i rinvii di spesa operati dal decreto blocca spese e la necessità di rifinanziare spese obbligatorie per 2,3 miliardi (dall’invalidità civile, all’amianto, al fondo pensionistico dei ferrovieri) che il governo ha volutamente scaricato sul prossimo anno per ìmigliorareî i conti del 2003.


Due terzi di una tantum
A fronte di questa situazione, a dir poco preoccupante, la manovra di 16 miliardi di euro decisa con la Finanziaria 2004, composta per due terzi da misure una tantum, è destinata a peggiorare il bilancio pubblico futuro. La sanatoria edilizia determinerà nei prossimi anni maggiori costi del settore pubblico per produzione di servizi e opere di urbanizzazione, mentre la proroga del condono fiscale tombale e l’introduzione del concordato preventivo, nel caso migliore, stabilizzeranno al ribasso le entrate relative ai contribuenti rientrati negli studi di settore, più probabilmente il sostanziale annullamento del potere accertativo da parte dell’amministrazione finanziaria, insieme alla decisione di abolire l’obbligo dello scontrino fiscale, determineranno ulteriori, rovinose perdite di gettito. Le cartolarizzazioni immobiliari hanno ormai dato tutto quello che potevano dare, non a caso si è passati, anche se per  importi molto più contenuti di quelli suggeriti da Cirino Pomicino, alla vendita di uffici pubblici con il leasing back (vendita con riaffitto). Lo Stato cosìda proprietario diventa inquilino consumando il proprio patrimonio e aumentando la spesa corrente futura. Avanza cosìuna nuova linea di indebitamento destinata a pesare sulle  future generazioni.

Ci troviamo dunque in presenza di una Finanziaria che non solo non riequilibra i conti ma che  crea i presupposti per futuri, drammatici squilibri della finanza pubblica, e tutto ciò senza che si produca alcuno sforzo per favorire lo sviluppo. Le risorse rese disponibili a tal fine sono, infatti, irrisorie. Non si tenta nemmeno di attivare l’unico percorso virtuoso  possibile puntando su innovazione e ricerca. La tecno-Tremonti è destinata a replicare l’insuccesso della Tremonti-bis dissipando a pioggia, e per gli investimenti più disparati, le poche risorse di cui si dispone. Occorre interrogarsi sul perché di un così basso profilo della Finanziaria 2004. Hanno pesato certamente le evidenti divisioni all’interno della maggioranza, ma soprattutto una visione del tutto fuorviante delle prospettive economiche. Il governo infatti pensa che la crescita si realizzerà spontaneamente: sarà sufficiente il piano infrastrutturale europeo, in attesa della ripresa economica internazionale trainata, ancora una volta, dalla locomotiva Usa. Si tratta di un’idea devastante. La ripresa Usa c’è, ma su di essa gravano numerose incognite: in un anno e mezzo la percentuale dei disoccupati di lungo termine è aumentata del 9%, i rifinanziamenti dei mutui sono crollati e la fiducia dei consumatori è in continua discesa. Si tratta, infatti, di una ripresa drogata dal colossale incremento dell’indebitamento  pubblico e di quello estero.


Se l’Europa dice no
Una forte ripresa economica internazionale non sembra dunque alle porte e, comunque, il nostro paese, senza un salto di qualità del suo apparato produttivo e senza un sostanziale cambiamento  del modello di specializzazione, rischia di non agganciarla. Anche per questo l’intervento sulle pensioni è immorale. Il governo non fa nulla per arrestare il declino del paese, ma per galleggiare e curare i propri interessi elettorali non trova di meglio che demolire il sistema  pensionistico e taglieggiare retribuzioni e pensioni.

Questo numero di Rassegna va in macchina alla vigilia della riunione dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di Lussemburgo che daranno un primo giudizio sulla Finanziaria 2004. L’esito non è scontato. Il commissario europeo Solbes ha, infatti, affermato ripetutamente che non sono possibili scambi e compensazioni tra rispetto del patto di stabilità e interventi a lungo termine sul versante pensionistico. È anche per questo che Tremonti ha messo le mani avanti chiedendo  a Prodi, ove l’Unione europea lo ritenga necessario, di assumersi la responsabilità di imporre all’Italia una riforma pensionistica anticipata nei tempi. È un tentativo maldestro di scaricare su altri le proprie difficoltà. Ancora una volta con la più totale mancanza di sensibilità istituzionale.

(Rassegna sindacale, n. 37, 9-15 ottobre 2003)

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