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Commercio mondiale / In cerca di nuovi equilibri

Inizia l'era del dopo Cancun

 

di Franco Chiriaco
Segretario generale Flai Cgil

 

Un miliardo di dollari al giorno passano dalle tasche dei contribuenti americani, europei e giapponesi in quelle degli imprenditori agricoli per sostenere sul mercato mondiale le esportazioni agroalimentari di questi paesi. A fronte di 320 miliardi di dollari erogati dai paesi ricchi del Nord del mondo per sostenere le produzioni agroalimentari è veramente miserevole il contributo di 50 miliardi di dollari destinati allo sviluppo dei paesi poveri. Sono cifre che, in questi giorni, hanno stazionato in bella vista sui giornali di tutto il mondo all’interno dei servizi giornalistici da Cancun, dove si sono consumati – con la chiusura della quinta Conferenza ministeriale del Doha Round lo scorso 14 settembre – un fallimento e una crisi conclamata e, forse, irreversibile dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).

Vera sconfitta dall’andamento e dalle conclusioni della Conferenza è, allo stato, l’Unione europea, rappresentata, in forza del semestre di presidenza italiana, dai ministri Urso e Alemanno oltre che dal capo-delegazione Lamy; cartina di tornasole del fallimento è l’agricoltura e, più in generale, la questione alimentare globale.

Non sfugge ad alcun osservatore obiettivo che un equilibrio mondiale fondato su un terzo del mondo che produce alimenti in eccedenza e mangia in eccedenza e il resto che mangia in modo insufficiente, un equilibrio che costringe all’inedia e alla morte per fame 800 milioni di persone, è un equilibrio inaccettabile oltre a essere fortemente instabile. Un’instabilità che ha trovato la sua voce e la sua protesta – oltre che nel movimento no global e nella campagna “Questo mondo non è in vendita” a cui la Flai-Cgil, in unità con Fai-Cisl e Uila, ha partecipato – nel nuovo soggetto emerso a Cancun, e cioè 21 paesi in via di sviluppo (in realtà già 22 con l’ingresso in corsa dell’Indonesia) guidati da Cina, Brasile e India: la voce del Sud del mondo, con le sue fondamentali ragioni e anche con le contraddizioni dei suoi governi, che troppo spesso non vogliono (o non sono messi in condizione di) coniugare la prospettiva dell’uscita dalla povertà con i diritti democratici e sociali e con la sostenibilità.


Il problema delle sovvenzioni
Tuttavia, in modo compatto, i 21 delegati hanno posto il problema centrale della ripartizione delle risorse e delle distorsioni indotte sul mercato mondiale dal sostegno alla produzione di alimenti accordato dai paesi ricchi alle loro agricolture e alle loro industrie di trasformazione alimentare. Quelle stesse industrie che poggiano il loro potere di lobby sull’attività di un pugno di multinazionali che hanno come unico obiettivo non certo la sconfitta della fame nel mondo e la sovranità alimentare del Sud ma la conquista del mercato mondiale.

Gli Stati Uniti, stretti fra le pressioni di Australia e Nuova Zelanda – che hanno eliminato da più di un decennio il sostegno agricolo – e quelle del Gruppo dei 21, hanno reagito all’assoluta novità degli schieramenti “mollando” l’Unione europea e l’accordo furbesco Usa-Ue che era stato raggiunto alla vigilia della Conferenza, e che conteneva inconsistenti promesse di abbattere in un vago futuro quantità indeterminate di sostegni e di dazi agroalimentari.

Certo, la via di un nuovo quadro di alleanze intrapresa dagli Stati Uniti a Cancun somiglia a un tortuoso sentiero di montagna, a partire dal problema dei 180 miliardi di dollari di sussidi accordati da Bush, con il “Farm Bill”, agli agricoltori americani per i prossimi dieci anni. Ma queste sono le contraddizioni della dottrina neoconservatrice che, nella pratica, concorda le regole solo per gli altri.

Chi invece ha fallito ogni obiettivo è l’Europa. Prima di Cancun ha varato in tutta fretta una riforma gattopardesca della Politica agricola comune (Pac) che ha mantenuto sostanzialmente inalterati sostegni e dazi, senza finalizzare le risorse ingenti che continuano a impegnare per l’agricoltura la fetta maggioritaria del suo bilancio alla qualità delle produzioni e alla loro sostenibilità sociale e ambientale. Ha tentato di trovare uno spazio di manovra nello scambio fra raggiungimento di risultati sui temi di Singapore e qualche concessione in tema agricolo. Ha puntato sulla multifunzionalità e sul riconoscimento delle indicazioni geografiche per salvare la “capra” dei sussidi agricoli e i “cavoli” della competitività delle nostre produzioni di eccellenza. Nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto e la questione delle indicazioni geografiche è addirittura finita in un tavolo di serie B insieme ad altri temi marginali. Piuttosto abbiamo mostrato una faccia retriva alle richieste dei paesi in via di sviluppo, salvo lamentarci tutti i giorni dell’anno dell’assalto dei clandestini alle nostre coste; clandestini peraltro indispensabili per far esistere la nostra agricoltura e i nostri prodotti alimentari tipici e atipici.

Lo scorso giugno, in occasione di un’apposita manifestazione, la Flai, assieme a Fai e Uila e a gran parte dei sindacati europei, ha chiesto alla Commissione europea a Bruxelles di rivedere radicalmente la Pac finalizzandola alla qualità e alla sostenibilità, destinando una quota delle risorse alla modernizzazione, cioè alla ricerca e all’organizzazione, e sburocratizzando le politiche di intervento in questo settore. Puntare alla qualità significa fare un salto nella formazione e nel riconoscimento della qualità del lavoro, quello autonomo ma soprattutto quello dipendente, condizionando i sostegni al rispetto dei contratti di lavoro e delle regole sancite dalla Carta di Nizza e aiutando il sistema agroalimentare e le sue imprese a orientarsi decisamente verso produzioni a più alto valore aggiunto.


Tariffe e dumping sociale
Allo stesso tempo occorre aprire coraggiosamente i nostri mercati agroalimentari ai paesi in via di sviluppo a partire dall’area mediterranea. Non è possibile continuare ad applicare tariffe all’importazione dai paesi poveri fino a 5 volte superiori a quelle applicate nell’area dei paesi industrializzati. Non è possibile per vari motivi: perché si mantengono troppo elevati i prezzi interni dei consumi alimentari deprimendo salari e domanda; perché ciò aggrava le tendenze alla stagnazione e al declino industriale in Italia e in Europa; perché nel breve-medio termine non sarà più sostenibile la concorrenza di merci a basso valore aggiunto prodotte in regime di dumping sociale e normativo. Tale concorrenza, odiosa sul piano sociale, contrasta lo sviluppo democratico dei paesi poveri e abbassa la qualità dei consumi nei paesi più ricchi.

La prospettiva di un mondo di pace e di un’Europa dei diritti passa attraverso questa strategia, che è centrale per il sindacato confederale e per i lavoratori. Il sindacato non può fermarsi alla constatazione che a Cancun ha vinto il nuovo protagonismo dei paesi poveri contro il Nord ricco del mondo. Un accordo con il Gruppo dei 21 sotto l’egemonia neoconservatrice statunitense non costituisce una via credibile e accettabile per governare la globalizzazione, così come la pratica degli accordi bilaterali o fra aree, ampiamente usata dopo il fallimento di Seattle, non ha prodotto più giustizia nella destinazione delle risorse e regole condivisibili sul mercato mondiale. E la prospettiva emersa a Cancun di promuovere questa pratica a regola dei rapporti internazionali non sarà matrice di stabilità ed equità.

Il sindacato non può che rivendicare regole che valgano per tutti: è sugli obiettivi che l’Europa deve dimostrare di saper parlare la lingua dell’autorevolezza insieme a quella della sostenibilità, della giustizia sociale e della democrazia.

(Rassegna sindacale, n.35, 25 settembre - 1 ottobre 2003)

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