|
La lotta comincia a dare i primi frutti. Procedono
spedite, infatti, le intese precontrattuali della Fiom (giunte a quota
96) che coinvolgono ormai circa 14.000 lavoratori. Le vertenze ancora
aperte, invece, sono 1.093 e interessano complessivamente 220.000
addetti, quasi un quarto del totale. L’accelerazione è avvenuta nelle
ultime tre settimane, visto che al 10 luglio gli accordi siglati erano
27. I pionieri, come si ricorderà (vedi Rassegna n°23 del 2003), sono
stati due cantieri navali di Ancona, Morini e Crn, del gruppo Ferretti.
La maggiore concentrazione di precontratti firmati è in Emilia Romagna,
Piemonte, Lombardia e Toscana. Ma intese di rilievo, anche se in misura
minore, si registrano in Veneto, Liguria e Marche. Le aziende coinvolte
sono perlopiù di media grandezza, fra i 150 e i 500 addetti. Proprio
negli ultimi giorni, sono stati sottoscritti importanti accordi in
Lamborghini automobili, Volkswagen, Caterpillar, Belleli, Growe e
Minarelli motori, mentre le vertenze aperte coinvolgono grandi gruppi
come Fincantieri, Marcegaglia, Europa Metalli, Merloni, Zanussi–Electrolux,
Candy e Whirlpool.
Nel Sud, finora, non si registra alcun precontratto, ma a Melfi è in
atto la consultazione dei lavoratori di tutto il polo dell’indotto
auto, con un tasso di partecipazione di oltre il 70 per cento. A breve
inizieranno anche mobilitazioni e scioperi.
La dirigenza dei metalmeccanici della Cgil mostra ottimismo. “Tutta la
vicenda sta andando al di là delle nostre aspettative – afferma Giorgio
Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom –. Il successo
dell’iniziativa è enorme. Lo confermano gli accordi raggiunti in poco
tempo e la disponibilità di molte aziende a riaprire la partita
contrattuale, che è poi il nostro obiettivo di fondo.
Contemporaneamente, vi è un grande risultato sul piano della
mobilitazione e delle lotte”. Del resto, dicono alla Fiom, il consenso
alle piattaforme precontrattuali si conferma eccezionale. “La ragione
di fondo – rileva Cremaschi – sta nel fatto che questo voto permette a
chiunque di esprimere il proprio dissenso sull’accordo separato. Il
caso Fiat è emblematico. Nel gruppo non si è ancora votato, ma le
consultazioni avviate a Mirafiori hanno coinvolto 8.000 lavoratori su
14.000; si tratta di una percentuale sorprendente, con i sì oltre il 60
per cento”.
Ma vi sono anche altre ragioni che rendono facilmente
comprensibile l’esito vincente dell’azione della Fiom: da un lato
l’inconsistenza salariale dell’intesa del 7 maggio, dall’altro il
malessere dovuto al peggioramento delle condizioni di lavoro, a causa
dell’introduzione da parte di molte aziende del Tmc-2 la nuova metrica
che riduce i tempi del 15–20 per cento.
Questo l’iter seguito dalla Fiom per arrivare agli accordi
precontrattuali: una volta fatte le assemblee, e accertato l’assenso
della maggioranza dei lavoratori tramite referendum, si parte con
scioperi a blocchi di 4–8 ore o a fine turno. Com’è noto, la Fiom ha
definito una griglia di punti rivendicativi fondamentali, a partire dal
salario, con aumenti reali, senza anticipi rispetto a spettanze future
(come fa invece l’intesa separata), di 115–125 euro, più un’una tantum
di altri 500 euro. La griglia contiene poi una clausola di ultrattività
del ccnl del ’99 per tutte le parti normative che non sono
esplicitamente trattate e che riguardano, in particolare, i diritti:
dalla legge “Biagi” sul mercato del lavoro alle nuove disposizioni
sugli orari, fino alle tutele per i lavoratori precari. Per questi
ultimi si chiede un massimo di permanenza nei contratti a tempo
determinato o interinale di 12 mesi. Sulla base di tale schema si
avviano le vertenze precontrattuali, la cui premessa, ovviamente, è che
l’azienda in questione sia interessata alla riapertura della trattativa
nazionale sul contratto con tutti i soggetti firmatari, quindi anche
con la Fiom.
A meno di tre mesi dalla firma del 7 maggio, dunque, l’accordo
separato, sembra essere già entrato in crisi. “La situazione è ancora a
macchia di leopardo – sottolinea il sindacalista –, ma c’è già un
grosso risultato sul piano delle mobilitazioni e delle lotte. Quando i
lavoratori partono con gli scioperi, vanno avanti sul serio e incidono
sulla produzione. Vi è una ripresa di articolazione del conflitto,
fondamentale per noi, come non si vedeva da tempo. Soprattutto, poi, se
pensiamo a quel che aveva detto il presidente di Federmeccanica
all’indomani dell’intesa separata: “Ci saranno 15 giorni di confusione
e poi basta”. Non è così, è evidente”.
Secondo la Fiom, sul fronte
imprenditoriale vi sono segnali di sfrangiamento, ma non ancora vere e
proprie crepe. “La tenuta politica delle nostre controparti è tuttora
forte – aggiunge Cremaschi –, ma crescono le pressioni e il nervosismo
di molte associazioni territoriali, che stanno reagendo con
un’aggressività davvero inusuale, coinvolgendo spesso anche i loro
uffici legali”. L’ultimo caso è quello degli industriali di Reggio
Emilia, che hanno diffuso una lunga circolare per diffidare i loro
affiliati dal sottoscrivere accordi con la Fiom.
Parallelamente alle intese precontrattuali, i meccanici della Cgil
stanno portando avanti iniziative legali. “Fin dall’inizio – ricorda il
segretario nazionale Fiom – abbiamo contestato la validità erga omnes
dell’accordo separato. Le sentenze Fiat, che per altri motivi sono
state pronunciate a Torino e ad Arese, ci dicono che uno spazio c’è. È
la prima volta che un’azienda a maggioranza di lavoratori Fiom pretende
di applicare la legge 30 in virtù del contratto firmato con Fim e Uilm.
Per questo noi reagiamo anche sul piano giuridico, con buone
possibilità di ottenere ragione”.
A settembre l’azione della Fiom avrà un’ulteriore impennata. La
vertenza verrà estesa alle filiere dei grandi gruppi e in tutti i
settori. Si conta, innanzitutto, di giungere allo sciopero generale del
17 ottobre con gran parte della categoria mobilitata sui precontratti
e, inoltre, di arrivare a un certo numero di accordi per poi rafforzare
il conflitto laddove la resistenza è politicamente più determinata.
Sono lotte che richiedono anche un cospicuo sacrificio economico da
parte dei lavoratori: per questo è appena partita una “cassa di
resistenza”, che funzionerà come mezzo di autofinanziamento.
“Industriali, Fim e Uilm – conclude Cremaschi – comincino a pensare a
come affrontare il fatto che il loro accordo non solo non ha raccolto
il consenso dei lavoratori, ma ora piace sempre meno alle stesse
imprese. E questo, probabilmente, i firmatari del 7 maggio non lo
avevano previsto”. |