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Mentre scriviamo si stanno svolgendo in tutta
Italia centinaia di attivi, riunioni, assemblee nelle quali le
lavoratrici e i lavoratori del servizio sanitario nazionale esprimono
con il voto il loro giudizio sulla conclusione del negoziato per il
rinnovo del ccnl del comparto. Un ccnl, giunto a 23 mesi dalla scadenza
del precedente, con cui termina nella buona sostanza la stagione dei
rinnovi dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni e dei servizi.
Mancano in verità all’appello quelli delle agenzie fiscali, della
Presidenza del consiglio dei ministri, delle aziende (vigili del
fuoco), della ricerca, ma è lecito sperare che da qui alla fine
dell’anno si procederà al rinnovo anche per loro. Si è trattato di
una stagione particolarmente complicata, attraversata da un accordo
generale stipulato il 4 febbraio 2003, che avrebbe dovuto rendere
fluido il percorso e che invece ha avuto bisogno, perché fosse
applicato, di ben cinque scioperi generali e di una manifestazione
nazionale. In questo quadro generale, nel complesso, il rinnovo del
ccnl della sanità si è evidenziato come il nodo forse più intricato.
Il tentativo al quale in queste ore tutti
assistiamo, d’innestare sulla vicenda del contratto del trasporto
locale, ipotesi di contrattazione regionale, nella sanità è stato, in
questi due anni e mezzo di governo della destra, teorizzato e in
qualche modo persino praticato. Se da un lato, infatti, i
rappresentanti dell’esecutivo hanno in più di un’occasione
dichiarato la volontà di praticare il superamento del contratto
nazionale nei settori pubblici, a partire dalla sanità, dall’altro
alcuni governi regionali, mentre negavano per 23 mesi l’apertura del
negoziato nazionale, offrivano a più riprese alle nostre strutture
territoriali l’opportunità di sottoscrivere accordi regionali, con
risorse pari a quelle previste per il ccnl. D’altra parte, abrogare
il contratto nazionale nella sanità risponde non solo all’obiettivo
di demolire i diritti di chi lavora, ma rappresenta un colpo definitivo
alla stessa unità del servizio sanitario e al sistema di diritto alla
salute uniformemente assicurato a tutti i cittadini sul territorio
nazionale. Il contratto, infatti, nel definire il modo in cui si
lavora, fissa anche le condizioni materiali d’erogazione del
servizio. Mentre più contratti porterebbero inevitabilmente a diverse
condizioni.
Questo rinnovo si è dovuto dunque far carico di
quest’ulteriore problema, senza sottovalutare tuttavia gli altri due
nodi comuni a tutti i rinnovi contrattuali: difesa del potere
d’acquisto dei salari, mantenimento ed estensione dei diritti.
L’accordo sottoscritto prevede un incremento medio procapite pari a
109 euro, che garantiscono tra l’altro un incremento del salario
tabellare pari al 6 per cento. Una parte di questi 109 euro vengono
usati per finanziare la contrattazione integrativa, di cui sono stati
per intero confermati poteri e prerogative, rafforzando per questa via
anche il ruolo delle Rsu, per le quali tra circa un anno si tornerà a
votare. Particolare valore ha per noi, nell’ambito della scelta di
difesa e valorizzazione del servizio sanitario nazionale, essere
riusciti a definire, per la prima volta, delle indennità che premiamo
il lavoro nel territorio, in zone, per così dire, di frontiera del
servizio stesso. Al riguardo, sono state istituite due indennità per
quegli operatori impiegati per l’assistenza domiciliare agli anziani
e per quelli che operano nei servizi sulle tossicodipendenze (Sert).
Altrettanto importante, in questo contratto, è l’aver assolto al
duplice compito di difendere e migliorare la qualità del lavoro e del
servizio erogato, riscrivendo le regole della formazione. La formazione
obbligatoria per gli operatori sanitari è, in base all’accordo,
svolta nell’ambito della prestazione lavorativa ed è
finanziariamente a carico delle aziende che vigilano sui contenuti
della stessa.
Non c’è nel contratto alcuna traccia della legge
30, né dell’avviso comune non sottoscritto dalla Cgil sul tempo
determinato. Anzi: sulle forme di lavoro atipiche, così come
sull’orario di lavoro, abbiamo ripristinato la normativa antecedente
ai noti e nefasti interventi legislativi del governo. Ma non solo.
Riscrivendo il campo d’applicazione del contratto, abbiamo esteso la
sua applicabilità ai lavoratori che dipendono dalle strutture frutto
dei processi d’esternalizzazione, sperimentazione gestionale,
costituzione di fondazioni, ponendo quindi le basi per l’apertura di
un percorso che ci conduca alla stipula di un ccnl di settore per tutti
i lavoratori della sanità pubblica e privata. In definitiva, pensiamo
di essere riusciti a chiudere un accordo che, in un quadro di relazioni
sindacali che può essere tranquillamente definito d’emergenza
democratica, ha contenuti persino più positivi di quanto si potesse
sperare. Ciò è frutto della forza che la partecipazione dei
lavoratori ha dato al nostro conflitto e di una straordinaria (nel
senso letterale del termine) tenuta unitaria.
Si è trattato di un’unità rigorosamente
ancorata al merito delle questioni oggetto della trattativa e alla
quale non sono stati mai sacrificati i valori e i contenuti della
battaglia che la Cgil ha in questi due anni e mezzo fatto: si può ben
dire, piuttosto, che una parte di questi valori abbia trovato posto e
collocazione anche in quest’accordo. Siamo ora alla prova del voto,
che affrontiamo fiduciosi in un largo consenso dei lavoratori: a essi
va fin d’ora assicurato con chiarezza, nelle assemblee di
consultazione, che il prossimo biennio economico, davvero alle porte,
non sarà affrontato avendo dell’intera politica dei redditi, ormai
disfatta dal governo, solo la gabbia dei tassi d’inflazione
programmata, sempre più fantasiosamente assunti dal ministro
dell’Economia. C’è nel paese una questione salariale che non
possiamo eludere e che, se non affrontata, configurerà scenari di
conflitti le cui modalità di svolgimento potrebbero essere di segno
corporativo. Per chi come noi ha fatto della coscienza che il lavoro
pubblico è lavoro per gli addetti e diritto inalienabile per i
cittadini un valore fondante del proprio agire, sarebbe
un’intollerabile sconfitta.
(Rassegna sindacale, n.46, 11-17 dicembre 2003)
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