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Servizio sanitario nazionale 

L'intesa alla prova delle assemblee

di Carlo Podda e Rossana Dettori
Segreteria nazionale Fp Cgil

Mentre scriviamo si stanno svolgendo in tutta Italia centinaia di attivi, riunioni, assemblee nelle quali le lavoratrici e i lavoratori del servizio sanitario nazionale esprimono con il voto il loro giudizio sulla conclusione del negoziato per il rinnovo del ccnl del comparto. Un ccnl, giunto a 23 mesi dalla scadenza del precedente, con cui termina nella buona sostanza la stagione dei rinnovi dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni e dei servizi. Mancano in verità all’appello quelli delle agenzie fiscali, della Presidenza del consiglio dei ministri, delle aziende (vigili del fuoco), della ricerca, ma è lecito sperare che da qui alla fine dell’anno si procederà al rinnovo anche per loro. Si è trattato di una stagione particolarmente complicata, attraversata da un accordo generale stipulato il 4 febbraio 2003, che avrebbe dovuto rendere fluido il percorso e che invece ha avuto bisogno, perché fosse applicato, di ben cinque scioperi generali e di una manifestazione nazionale. In questo quadro generale, nel complesso, il rinnovo del ccnl della sanità si è evidenziato come il nodo forse più intricato.

Il tentativo al quale in queste ore tutti assistiamo, d’innestare sulla vicenda del contratto del trasporto locale, ipotesi di contrattazione regionale, nella sanità è stato, in questi due anni e mezzo di governo della destra, teorizzato e in qualche modo persino praticato. Se da un lato, infatti, i rappresentanti dell’esecutivo hanno in più di un’occasione dichiarato la volontà di praticare il superamento del contratto nazionale nei settori pubblici, a partire dalla sanità, dall’altro alcuni governi regionali, mentre negavano per 23 mesi l’apertura del negoziato nazionale, offrivano a più riprese alle nostre strutture territoriali l’opportunità di sottoscrivere accordi regionali, con risorse pari a quelle previste per il ccnl. D’altra parte, abrogare il contratto nazionale nella sanità risponde non solo all’obiettivo di demolire i diritti di chi lavora, ma rappresenta un colpo definitivo alla stessa unità del servizio sanitario e al sistema di diritto alla salute uniformemente assicurato a tutti i cittadini sul territorio nazionale. Il contratto, infatti, nel definire il modo in cui si lavora, fissa anche le condizioni materiali d’erogazione del servizio. Mentre più contratti porterebbero inevitabilmente a diverse condizioni.

Questo rinnovo si è dovuto dunque far carico di quest’ulteriore problema, senza sottovalutare tuttavia gli altri due nodi comuni a tutti i rinnovi contrattuali: difesa del potere d’acquisto dei salari, mantenimento ed estensione dei diritti. L’accordo sottoscritto prevede un incremento medio procapite pari a 109 euro, che garantiscono tra l’altro un incremento del salario tabellare pari al 6 per cento. Una parte di questi 109 euro vengono usati per finanziare la contrattazione integrativa, di cui sono stati per intero confermati poteri e prerogative, rafforzando per questa via anche il ruolo delle Rsu, per le quali tra circa un anno si tornerà a votare. Particolare valore ha per noi, nell’ambito della scelta di difesa e valorizzazione del servizio sanitario nazionale, essere riusciti a definire, per la prima volta, delle indennità che premiamo il lavoro nel territorio, in zone, per così dire, di frontiera del servizio stesso. Al riguardo, sono state istituite due indennità per quegli operatori impiegati per l’assistenza domiciliare agli anziani e per quelli che operano nei servizi sulle tossicodipendenze (Sert). Altrettanto importante, in questo contratto, è l’aver assolto al duplice compito di difendere e migliorare la qualità del lavoro e del servizio erogato, riscrivendo le regole della formazione. La formazione obbligatoria per gli operatori sanitari è, in base all’accordo, svolta nell’ambito della prestazione lavorativa ed è finanziariamente a carico delle aziende che vigilano sui contenuti della stessa.

Non c’è nel contratto alcuna traccia della legge 30, né dell’avviso comune non sottoscritto dalla Cgil sul tempo determinato. Anzi: sulle forme di lavoro atipiche, così come sull’orario di lavoro, abbiamo ripristinato la normativa antecedente ai noti e nefasti interventi legislativi del governo. Ma non solo. Riscrivendo il campo d’applicazione del contratto, abbiamo esteso la sua applicabilità ai lavoratori che dipendono dalle strutture frutto dei processi d’esternalizzazione, sperimentazione gestionale, costituzione di fondazioni, ponendo quindi le basi per l’apertura di un percorso che ci conduca alla stipula di un ccnl di settore per tutti i lavoratori della sanità pubblica e privata. In definitiva, pensiamo di essere riusciti a chiudere un accordo che, in un quadro di relazioni sindacali che può essere tranquillamente definito d’emergenza democratica, ha contenuti persino più positivi di quanto si potesse sperare. Ciò è frutto della forza che la partecipazione dei lavoratori ha dato al nostro conflitto e di una straordinaria (nel senso letterale del termine) tenuta unitaria.

Si è trattato di un’unità rigorosamente ancorata al merito delle questioni oggetto della trattativa e alla quale non sono stati mai sacrificati i valori e i contenuti della battaglia che la Cgil ha in questi due anni e mezzo fatto: si può ben dire, piuttosto, che una parte di questi valori abbia trovato posto e collocazione anche in quest’accordo. Siamo ora alla prova del voto, che affrontiamo fiduciosi in un largo consenso dei lavoratori: a essi va fin d’ora assicurato con chiarezza, nelle assemblee di consultazione, che il prossimo biennio economico, davvero alle porte, non sarà affrontato avendo dell’intera politica dei redditi, ormai disfatta dal governo, solo la gabbia dei tassi d’inflazione programmata, sempre più fantasiosamente assunti dal ministro dell’Economia. C’è nel paese una questione salariale che non possiamo eludere e che, se non affrontata, configurerà scenari di conflitti le cui modalità di svolgimento potrebbero essere di segno corporativo. Per chi come noi ha fatto della coscienza che il lavoro pubblico è lavoro per gli addetti e diritto inalienabile per i cittadini un valore fondante del proprio agire, sarebbe un’intollerabile sconfitta.

(Rassegna sindacale, n.46, 11-17 dicembre 2003)

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