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Riflessioni sulla trattativa separata dei metalmeccanici

Sull’eticità dei contratti

di Don Raffaello Ciccone 
Responsabile per la vita sociale e il lavoro Curia Milano

 

In questi giorni si stanno discutendo i contratti di lavoro, da tempo scaduti, di diverse categorie e si assiste ad una convergenza comune tra le Confederazioni cosicché la soluzione si presenta più agevole e senza travagliati contrasti. Un problema si pone invece per il contratto dei metalmeccanici che non hanno trovato unità di proposte e quindi alla trattativa con la Federmeccanica sono in discussione tre piattaforme diverse. Siamo tutti preoccupati di questa situazione e sinceramente non riusciamo a capire come si possa condurre una trattativa che impegni poi, su un contratto firmato non unitariamente, sia i lavoratori che le aziende. 

Prima di tutto, se pur riveste una sua logica politica come ogni atto pubblico che impegna a discutere e trovare un accordo, una piattaforma contrattuale vuole solo affrontare un contratto di lavoro di categoria anche se questo ha rilevanza a livello sociale. Un contratto tocca i lavoratori in quanto lavoratori. 
Essi intendono arrivare ad una trattativa con le migliori capacità e intese unitarie, per mostrare una volontà compatta e quindi ottenere il miglior risultato. La lacerazione, prima di essere un problema per la controparte, è un problema per i lavoratori stessi che, con intenti diversi, si presentano deboli alla trattativa. 

Chi può allora pretendere il primato? La capacità di dichiarare sciopero (qualora la propria piattaforma non venga accolta)? Non ci sono altre possibilità nel caso si insista in questa triplice presentazione. 
La controparte, con la migliore volontà del mondo, non può che invitare il sindacato ad accordarsi prima e a decidere visto che i lavoratori delle tre confederazioni lavoreranno nella stessa azienda. Il sindacato ha proprio bisogno di questo invito? E d'altra parte si può pretendere che, in azienda, si selezionino i diversi iscritti proponendo contratti diversi? E’ razionale questa prospettiva? E gli altri lavoratori non iscritti? 

I lavoratori, e l'esperienza lo dimostra, di fronte alle divisioni, si sentono disorientati e non accettano facilmente di prendere posizione. Essi avvertono la difficoltà di una incertezza e, poiché lo sciopero costa sacrifici, non rischiano all'oscuro un'astensione dal lavoro. Il clima che si costituisce in azienda diventa quindi irrespirabile. Si arriva a rinfacciarsi tradimenti e lacerazioni reciproche mentre le esigenze di questo contratto, soprattutto oggi che presenta difficoltà sulla valutazione del tasso d'inflazione e sui diritti via via erosi dalla globalizzazione e dalla flessibilità, richiederebbero serenità di giudizio e convergenze. 

Ci si chiede se c'è stato un tentativo di accordo preliminare tra sindacati e, nel caso negativo, si chiedono i motivi. Certamente il cammino sarebbe stato difficile e magari estenuante, ma avrebbe portato a confrontarsi, ad ascoltare le motivazioni e le ipotesi diverse. La storia dice che i sindacati non si spaventano certamente per queste fatiche. 
Il problema che emerge qui si rileva più politico che sociale o sindacale. Ognuno, certamente, ha diritto di pensare che la propria strada sia quella corretta e migliore. Resta però l'impressione che la vera motivazione non si voglia misurare sul piano sindacale del contratto quanto su scelte che lo precedono. 

Un contratto infatti è sempre frutto di mediazioni che via via si avvicinano ad ipotesi per soluzioni reciprocamente soddisfacenti. Qui invece sembra che non ci sia traccia di mediazioni all'interno della realtà sindacale dei metalmeccanici. Ma se ci si pone in questo modo, mi chiedo se anche la base accetti un accordo separato. Si parla di democrazia sindacale e si sa quanto sia difficile impegnarsi nelle assemblee, nella costituzione delle RSU, nella comunicazione. 

Ma fatti come questi, dopo più di trent'anni di contratti unitari, creano molti e gravi problemi anche alla base. L'esperienza storica del sindacato è legata ad una forte carica di idealità rivolta soprattutto alle realtà deboli perché ogni lavoratore diventi forza dell'altro. Questo momento fa toccare con mano che il sindacato italiano sta soffrendo gravi difficoltà di ricerca, di coesione e di intesa proprio quando deve affrontare nuovi e pesanti problemi: si riducono la produzione e il personale, si trasferiscono le aziende, si mette in atto una strategia per indebolirlo (in particolare con i contratti individuali), dilaga il lavoro atipico, si polverizzano le aziende rimaste e il clima liberista tende a ridimensionare lo stato sociale privatizzando il più possibile, nella certezza che il profitto e il mercato risolveranno i problemi dell'economia. 

Di fronte a queste manifestazioni di grandiosa fede nel futuro (ognuno si cerca la fede che desidera), il sindacato necessita di essere capace di coesione, magari accettando umilmente di fare tutti un passo indietro per il bene del mondo del lavoro che aspira, soprattutto oggi, ad una maggiore stabilità. Il contratto, oltre che garantire migliori condizioni di lavoro, rivendica risorse per vivere. L'affitto, il mutuo o solo le spese condominiali erodono, in questo tempo, più di prima, buona parte di salario. 

C'è poi, e lo dico con convinzione, un momento importante in cui l'esperienza ci aiuta a scoprire il valore della presenza del sindacato unitario e questo avviene quando le aziende sono in crisi e annunciano ridimensionamenti o chiusure. In tali frangenti gli operatori sindacali delle tre confederazioni sono presenti, attenti, competenti, tempestivi e nessuno decide senza consultare gli altri. Nelle varie aziende dove la Pastorale del Lavoro è chiamata, come ultimo, estremo, disperato bisogno dei lavoratori, almeno per sentirsi sostenuti nella speranza e nella fatica, questo dinamismo forte e stretto di collaborazione diventa addirittura normale per gli stessi lavoratori che si pongono con forti esigenze e attese. 

Resto sempre, comunque, ammirato per il solidale prodigarsi per salvare il salvabile. Non ci si può permettere di pensare "tanto peggio tanto meglio", poiché, nella situazione in cui si trovano i lavoratori, il peggio è questa solidarietà negata che si frantuma al proprio interno spazzando via speranza ma anche fiducia nel sindacato stesso. E il sindacato sa che non si può giocare sul "piccolo gregge" di evangelica memoria poiché "tale gregge" si regge sulla fedeltà di Dio che fa maturare nel cuore di ciascuno il seme della fede lungo la vita ( e non sappiamo quando). Nel sindacato vale l'adesione preziosa di ogni metalmeccanico, di ogni persona che entra nel contratto, dall'apprendista al futuro prossimo pensionato poiché si tratta di risolvere un problema immediato di diritti, di salario e di risorse. A ciascuno resta la responsabilità di impegnare le proprie forze nella legalità e nella responsabilità perché si compia una solidarietà per tutti. 

Sono riflessioni che mi vengono in questo tempo, sentendo molti lavoratori e vedendo profilarsi un futuro difficile. E' una riflessione etica, non politica. D'altra parte anche il sindacato, quando si pone l'obiettivo del contratto, si sforza di entrare in una prospettiva sociale pur senza dimenticare la situazione politica. 


(Conquiste del Lavoro, 6 maggio 2003)

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