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Democrazia sindacale / Dialogo Ichino -Trentin

Contrattazione e rappresentanza

Il dialogo che segue è stato pubblicato nel sito http://www.lavoce.info/  

 

Pietro Ichino. Hai scritto a Paolo Mieli che non vedi l’ora di parlare con me di qualche cosa di diverso dall’articolo 18. Ti propongo di partire da un tema caro a Mieli, quello della "cornice" dei rapporti tra diversi, riferito al movimento sindacale. Non pensi che, in questa fase di grave frattura tra le confederazioni maggiori, si debba puntare a costruire una "cornice" in cui inserire il confronto tra posizioni anche fra loro inconciliabili, basata su di un meccanismo di misurazione della rappresentatività di ciascuno e sul riconoscimento del diritto della coalizione maggioritaria di negoziare con effetti estesi all’intera categoria?

Bruno Trentin. Sono pienamente d’accordo. È quello che si è realizzato nel pubblico impiego, dove tra l’altro questa "cornice" ha sostanzialmente premiato il sindacalismo confederale. Nel settore privato questa scelta è stata compiuta, in linea di principio, da tutte le confederazioni e dalla Confindustria, con il protocollo Giugni del luglio 1993; ma poi non le si è data attuazione sul piano legislativo, non si è realizzato il meccanismo di votazione periodica nei luoghi di lavoro e rilevazione sistematica dei risultati indispensabile per consentire la soluzione della questione dell’efficacia generalizzata dei contratti collettivi.

Pietro Ichino. Se ci fosse un meccanismo che consentisse di misurare e certificare periodicamente la rappresentatività dei sindacati, anche gli "accordi separati", cioè i contratti collettivi stipulati da una parte soltanto dei sindacati, potrebbero non essere considerati più come una anomalia: dove il dissenso è insanabile, contratta chi rappresenta la maggioranza dei lavoratori nell’ambito della categoria. E alla prossima scadenza elettorale i lavoratori decideranno se confermare o no la fiducia alla coalizione maggioritaria. Se si crede nella libertà sindacale e quindi nel pluralismo sindacale, dobbiamo muovere in questa direzione.

Bruno Trentin. È così, a meno che non si decida di passare ad altri sistemi, molto lontani dalla nostra tradizione sindacale, come quelli praticati nei Paesi anglosassoni. Quei sistemi, certo, presuppongono altre regole; ma pure lì delle regole ci sono, e anche di fonte legislativa.

Pietro Ichino. La Uil è favorevole a un intervento legislativo che regoli la materia, anche in funzione dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi. La Cisl invece oggi rifiuta la prospettiva della misurazione della rappresentatività in riferimento alla generalità dei lavoratori, sostenendo che il sindacato risponde prioritariamente ai propri iscritti e che non si possono trasferire i meccanismi della democrazia parlamentare sul terreno delle relazioni sindacali.

Bruno Trentin. Questa posizione della Cisl ha radici antiche e molto rispettabili. Ma occorre tener conto del fatto che nell’ordinamento italiano il contratto collettivo ha di fatto – ed è necessario che abbia, se non vogliamo cambiare radicalmente sistema - un campo di applicazione che va ben al di là del novero degli iscritti a questo o quel sindacato stipulante. Non si può negare a questa parte dei lavoratori, i cui interessi sono inevitabilmente coinvolti, la possibilità di influire sulle scelte negoziali.

Pietro Ichino. Oggi la Cgil tende a soddisfare questa esigenza attraverso il referendum per la convalida dell’ipotesi di accordo raggiunta al tavolo delle trattative. La Cisl rifiuta questo metodo, denunciando il rischio che in questo modo si finisca con lo svalutare il rapporto associativo tra il sindacato e i suoi iscritti, privilegiando un consenso o dissenso effimero e volatile, facilmente influenzabile dagli umori assembleari del momento. Il sindacato – si dice – deve poter elaborare e perseguire strategie contrattuali di lungo respiro, implicanti talvolta anche scelte impopolari nell’immediato, i cui buoni frutti si vedranno nel medio e lungo termine.

Bruno Trentin. Questa obiezione ha un fondamento; anch’io ho molte riserve sul ricorso al referendum come strumento normale di consultazione dei lavoratori e di convalida dei contratti. Ma non si può neppure cadere in una sorta di "illuminismo sindacale", legittimando il sindacato a decidere per conto di tutti, sulla base di una presunzione di rappresentatività non verificata. Credo che su questo punto si possa trovare una soluzione, anche legislativa, che concilii entrambe le esigenze di cui abbiamo parlato. Del resto, sulla necessità di questa soluzione legislativa anche la Cisl ha concordato, firmando il protocollo del luglio 1993. Poi i sindacati, nell’esercizio della loro libertà nei luoghi di lavoro, ben possono -come abbiamo sperimentato in passato - creare delegazioni di lavoratori con cui consultarsi di volta in volta durante le negoziazioni nazionali, oppure attivare assemblee nelle quali le ipotesi di accordo vengano discusse analiticamente, e nelle quali si arrivi anche a un voto; così come possono in alcuni casi avvalersi del referendum; ma questo deve essere frutto di una scelta libera di ciascun sindacato, non una procedura decisionale o negoziale fissata per legge.

Pietro Ichino. La conciliazione tra la posizione della Cgil e quella della Cisl potrebbe dunque essere questa: contratta per tutti solo la coalizione che, nell’ambito della categoria o dell’azienda, ha conseguito la maggioranza dei consensi nell’ultima consultazione. E, tra una consultazione e l’altra, ciascun sindacato o coalizione può scegliere le forme di rapporto con i lavoratori che preferisce, praticare il modello di democrazia sindacale che meglio corrisponde alla sua tradizione e al suo statuto.

Bruno Trentin.  Sono d’accordo; e credo che anche per la Cisl questa soluzione sia accettabile. Occorre lavorare per far maturare un consenso unitario su questo punto.

Pietro Ichino. – L’insuccesso del disegno di legge Smuraglia su questa materia, nelle due passate legislature, è dovuto probabilmente al fatto che lì non veniva salvaguardato il rapporto organico tra il sindacato e i suoi rappresentanti in azienda: la rappresentanza sindacale costituiva un soggetto sindacale a sé stante, autonomo, creato per legge: un corpo estraneo rispetto al sistema delle relazioni industriali. Su questo punto credo che l’opposizione della Cisl non fosse ingiustificata. Ma vorrei sentire da te che cosa pensi di un’altra obiezione che ho sentito sollevare in alcuni dibattiti, negli ultimi tempi, contro la prospettiva di un intervento legislativo su questa materia, e questa volta dall’ala sinistra del movimento sindacale: la preoccupazione che una legge sulla rappresentanza sindacale possa costituire il primo passo sulla strada della limitazione alla sola coalizione maggioritaria della facoltà di proclamare lo sciopero, nei servizi pubblici.

Bruno Trentin. Ricordo di avere percepito questa preoccupazione molto tempo fa, quando si discuteva della legge tedesca, che richiedeva una certa maggioranza per proclamare uno sciopero e, curiosamente, una maggioranza assai più esigua per stipulare validamente il contratto collettivo. Ma erano anni lontani, in cui si esaminava criticamente questa esperienza. Riproporre oggi quella preoccupazione mi parrebbe, francamente, un po’ retrogrado; e porterebbe a un paradossale rovesciamento di posizioni, con lo spostamento della Cgil sulla posizione della parte della Cisl che si oppone a una disciplina generale della rappresentanza sindacale.

Pietro Ichino. Abbiamo quasi esaurito lo spazio che abbiamo a disposizione. Prima di salutarci, però, una domanda sulla questione della disciplina dei licenziamenti me la devi consentire: non pensi che nella primavera di un anno fa se la Cgil si fosse unita alla Cisl e alla Uil (che erano disponibili per questo) per proporre insieme una riforma modellata sulla legge tedesca, le tre confederazioni avrebbero potuto negoziare con il Governo da una posizione di forza e al tempo stesso assumere una posizione unitaria più forte e credibile contro il referendum di Bertinotti?

Bruno Trentin. No: non sarebbe stato comunque evitato il problema del referendum di Bertinotti, che è stato promosso con fini politici evidenti, senza alcun riferimento ai contenuti del rapporto di lavoro. E a quel punto era troppo tardi anche per evitare l’iniziativa della Confindustria e del Governo contro l’articolo 18.

Pietro Ichino. Ma su quella linea il movimento sindacale avrebbe potuto evitare di spaccarsi; e, unito, avrebbe avuto anche una forza negoziale assai maggiore nei confronti del Governo.

Bruno Trentin. Chi lo sa? Io credo che a quel punto una iniziativa di quel genere non avrebbe scongiurato nulla di quello che è avvenuto e sta avvenendo; perché si sarebbe collocata in una situazione in cui la sola distinzione che contava era tra chi era pro e chi era contro l’articolo 18. Ritengo probabile che il Governo non l’avrebbe accettata. Quell’iniziativa è venuta troppo tardi; ed è stata in qualche modo compromessa dalle proposte che l’hanno preceduta. Sì, penso in particolare proprio alla prima proposta, ben più radicale, avanzata da te e presentata in Parlamento da Franco Debenedetti nel 1997. Io non ho alcuna obiezione ideologica nei confronti della soluzione tedesca; ma parliamone in un altro contesto politico, stabilendo una netta separazione rispetto al discorso degli ultimi anni. Deve essere ben chiara la differenza tra il modello tedesco e quella tua prima proposta, che prevedeva l’indennizzo automatico, convertibile in parte dal lavoratore in "preavviso lungo", come scelta liberatoria anche nei confronti di un pronunciamento giudiziale e come unica tutela contro il licenziamento per motivi economici. Potremo riparlarne, del modello tedesco, ma non ora: solo in un diverso contesto politico, dopo che saranno state archiviate le proposte oggi sul tappeto e lo scontro in atto su di esse.

Bruno Trentin Deputato europeo, segretario generale della CGIL dal 1988 al giugno del 1994, deputato europeo

Pietro Ichino Professore ordinario di Diritto del lavoro nell'Università statale di Milano.

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