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Agli inizi di febbraio è stato presentato il
Quinto Rapporto del Dipartimento per le politiche di sviluppo e di
coesione del ministero dell’Economia e delle Finanze. Un Rapporto che
rappresenta, ormai, un appuntamento annuale di particolare interesse,
poiché fornisce una serie di utili informazioni e indicazioni sullo
stato di salute di alcune aree particolari, quali il Mezzogiorno e le
aree sottoutilizzate del paese.
Quest’anno, poi, il Rapporto era particolarmente
atteso, dopo alcune singolari dichiarazioni del viceministro Gianfranco
Micciché. Dichiarazioni attraverso le quali il viceministro annunciava
che il suo dicastero avrebbe fornito – nel corso della presentazione
del Rapporto – nuovi dati sulla dinamica del Pil nel Mezzogiorno.
Naturalmente queste dichiarazioni si inserivano in un dibattito
alquanto surreale sulla qualità delle rilevazioni Istat, poiché
venivano rilasciate pochi giorni dopo la singolare proposta avanzata
dal presidente del consiglio sulla necessità di una revisione (al
rialzo) della stima delle variazioni del Pil nazionale (seguendo così
le argomentazioni che il professor Francesco Forte aveva presentato sul
Foglio il 2 gennaio e che i dirigenti dell’Istat, in un successivo
articolo del 15 gennaio, avevano criticato). Poi, nel discorso di
apertura della presentazione del Rapporto, il capo del Dipartimento per
le Politiche di sviluppo Fabrizio Barca, avrebbe proceduto a smontare
le anticipazioni di Micciché. Barca, infatti, precisava che il
Rapporto presentava “informazioni originali ed esclusive”, ed era
reso possibile attraverso l’intensa collaborazione con l’Istituto
nazionale di statistica, evidenziandone il ruolo istituzionale.
Gli anni
della ripresa
Il Rapporto nel suo complesso tende a confermare alcune indicazioni che
erano state formulate nel Rapporto sul Mezzogiorno realizzato
dall’Ires Cgil ne novembre 2002. Si riconosce infatti che il
Mezzogiorno, nel corso della seconda metà degli anni 90, ha presentato
una dinamica economica significativa, seppur insufficiente a colmare
quegli stessi squilibri che il Sud presenta – ormai da decenni –
nei confronti del resto del paese (tanto da far coniare ai ricercatori
della Svimez l’efficace definizione di “allineamento senza
convergenza” nel corso del loro ultimo Rapporto sul Mezzogiorno).
Un’ampia serie di indicatori tende a confermare
la dinamica favorevole del meridione durante il periodo 1996-2001: •
crescita cumulata del Pil delle regioni del Mezzogiorno superiore alla
media nazionale (in particolare per Basilicata, Puglia, Calabria e
Sicilia); • incremento del numero di imprese non agricole registrate,
superiore rispetto alle altre aree del paese; • crescita delle
esportazioni; • aumento delle presenze turistiche; • ripresa
dell’occupazione non agricola. A ciò si aggiunga che in uno scenario
europeo caratterizzato da un lieve incremento nelle disuguaglianze di
reddito pro capite tra gli Stati membri dell’Unione, l’Italia
insieme a Belgio, Grecia e Austria si caratterizza per una sostanziale
riduzione di tali differenze (EC, 2003, Second progress report on
economic and social cohesion).
Sulla base della lettura di alcuni indicatori
economici che prendono come anno di riferimento il 2002 (Pil,
esportazioni, presenze turistiche, occupati), questa fase di crescita
sembra essersi esaurita, tanto che gli estensori del Rapporto parlano
di un vero e proprio “sviluppo frenato”. Tra gli elementi frenanti
della crescita economica nel Mezzogiorno, lo studio individua lo scarso
livello qualitativo e quantitativo dei servizi pubblici e privati per i
cittadini e le imprese e il divario infrastrutturale esistente rispetto
alle regioni del Centro-Nord.
Di particolare rilievo è la raccolta di alcune
informazioni inerenti i gap infrastrutturali quali ad esempio: • le
famiglie che nel Mezzogiorno segnalano irregolarità nella
distribuzione dell’acqua, nel 2001, raggiungono una quota del 32,0%
(con un campo di variazione che passa dal 19,4% al 51,1%) contro una
media nazionale attestata al 16,3%. In Calabria e Sicilia si segnalano
i ritardi più elevati; • la frequenza di interruzioni accidentali
lunghe del servizio elettrico, al 3,6 nella media nazionale,
raggiunge il 5,3 nel Mezzogiorno (con un campo di variazione dal 3,4,
all’8,2) e ritardi problematici che si registrano per la Sardegna e
la Calabria; • per quanto riguarda i trasporti, permane una
situazione di “sotto-infrastrutturazione” quantitativa (rispetto al
dato medio nazionale e a quello europeo) e qualitativa (con una rete di
trasporti stradali, ferroviari, aerei e marittimi caratterizzati da uno
scarso livello qualitativo); • la percentuale di rifiuti soggetti a
raccolta differenziata sul totale dei rifiuti in Italia si attesta al
14,4%, mentre nel Mezzogiorno raggiunge solo il 2,4% (con
un’oscillazione a livello regionale che va dall’1,1 al 6,1%); •
la percentuale di km di coste non balneabili sul totale di km di coste
in Italia è del 5,4%, mentre nel Mezzogiorno raggiunge il 5,9% (con
margini di oscillazione che vanno dal 2,0 al 17,9%).
Il Rapporto presenta un’esauriente mole di dati
in grado di inquadrare la situazione economica e sociale delle aree
territoriali interessate dall’analisi. Pur condividendo la struttura
analitica del lavoro, forse sarebbe opportuno tentare di approfondire,
a partire dal prossimo anno, le molteplici caratteristiche con le quali
si presentano le diverse realtà meridionali. Attraverso questo
approccio sarà possibile riuscire a pervenire a uno schema
interpretativo delle tendenze che, con modalità e intensità
differenti, stanno interessando le diverse regioni meridionali e, al
loro interno le differenti aree (in termini di andamenti dell’export,
dell’occupazione agricola e non, di insediamenti industriali,
efficienza ed efficacia delle amministrazioni locali ecc.).
Di fronte a un’analisi così rigorosa e
articolata, ciò che lascia perplessi è il basso livello quantitativo
e qualitativo della risposta dell’attuale governo ai problemi del
Sud. Già nel Rapporto presentato dall’Ires parlavamo, infatti, a
proposito del Sud, di un vero e proprio “stallo critico”, a seguito
della “pericolosa battuta di arresto di quella interessante dinamica
economica e sociale che aveva investito il Mezzogiorno, nel corso della
seconda metà degli anni novanta” provocata dal concorso di “una
congiuntura economica sfavorevole e dalla incapacità da parte
dell’attuale governo di attuare una strategia in grado di produrre
una svolta di qualità nel governo dell’economia”.
L’inadeguatezza del governo è evidenziata da una
lunga serie di interventi predisposti in maniera approssimativa e il più
delle volte errata. Si pensi all’incapacità di comprendere, fin
dalla prima metà del 2002, che la congiuntura economica avrebbe
prodotto un drastico rallentamento dell’economia nazionale con serie
conseguenze a livello settoriale e territoriale, oppure alla
predisposizione di una legge finanziaria priva di un chiaro disegno
strategico di interventi per il Mezzogiorno, una legge che
successivamente doveva essere rivista e integrata – in maniera del
tutto insufficiente – attraverso un maxiemendamento.
In uno scenario già di per sé così delicato vale
la pena interrogarsi sulla pericolosità di dinamiche perverse
innescate: • dalla cosiddetta “riforma federalista” (le
modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione); riforma
che non ha previsto adeguate misure perequative fra le Regioni e che
rischia di acuire ulteriormente l’indebitamento delle Regioni più
deboli; • dal meccanismo dei condoni, una sorta di vero e proprio
“accattonaggio fiscale” (secondo la definizione data recentemente
da Patrizio Bianchi) con effetti deflagranti sul piano della legalità
del paese.
In questo clima di crescente incertezza l’Ires ha
parlato di “stallo critico” poiché il timore è che la situazione,
in alcune aree del paese e per alcuni settori, senza adeguate politiche
industriali e per lo sviluppo, tenda a precipitare. L’Italia in
generale e il Mezzogiorno in particolare, sono lontani da un percorso
di sviluppo di qualità basato sull’innovazione tecnologica, la
formazione continua, la Ricerca e lo sviluppo e la competitività. Qui
di seguito riportiamo alcuni dati che consentono di comprendere la
preoccupante dimensione dei divari che ci separano dai nostri partner
europei (European Commission, 2002, 2002 European Innovation Scoreboard).
In Italia la quota di persone che partecipano a
corsi di formazione continua (in età compresa fra i 25 e i 64 anni) è
pari al 10,0% contro il 27,8% del Belgio, il 17,1 della Grecia, il 22,7
della Spagna, il 28,6 del Regno Unito. All’interno del territorio
nazionale le regioni del Mezzogiorno a eccezione della Calabria, che
raggiunge il 10,2%, presentano tutte quote di partecipazione inferiori
a tale livello (Campania 8,8, Puglia 9,4, Basilicata 6,6, Sicilia 9,5,
Sardegna 8,3).
Né ricerca
né innovazione
A fronte di un dato medio europeo di 129 brevetti per milione di
abitanti, l’Italia si colloca nella parte bassa della graduatoria
europea con 64 brevetti per milione di abitanti (superando la Spagna
con 21, l’Irlanda con 55, la Grecia con 7 e il Portogallo con 2).
All’interno del Mezzogiorno, fatto salvo l’Abruzzo con un valore
pari a 57 brevetti, troviamo una situazione a dir poco sconfortante:
Basilicata 18; Sicilia 13; Sardegna 9; Campania e Puglia 8; Calabria 5;
Molise 3.
L’occupazione nel settore manifatturiero a media
ed elevata tecnologia (espressa in percentuale della forza lavoro) pur
collocandosi con un 7,6% a un livello piuttosto alto nella graduatoria
dei quindici Stati membri dell’Ue (solo la Germania all’11,2 e la
Svezia al 7,9% dispongono di livelli superiori) presenta, all’interno
del contesto nazionale, una situazione fortemente differenziata con le
regioni meridionali che, fatta eccezione per la Basilicata al 9,0%, si
collocano su livelli di gran lunga inferiori alla media nazionale:
Molise 6,0%; Campania 4,5; Puglia 4,0; Calabria 1,2; Sicilia 2,3;
Sardegna 2,3.
Per quanto riguarda l’occupazione nel settore dei
servizi high tech l’Italia si colloca a livello nazionale su una
posizione intermedia al 2,9% (superata dall’Olanda al 4,1, la Svezia
al 5,1; la Francia al 3,9; la Finlandia al 4,4; l’Irlanda al 4,0; il
Regno unito al 4,3). Nel Mezzogiorno questa quota percentuale varia da
un valore massimo del 2,5 della Calabria a un valore minimo dell’1,8%
per la Sardegna.
Alla luce di questi indicatori, per poter
contrastare in modo efficace il declino del nostro sistema economico è
richiesta una lucida capacità di analisi e una consapevole strategia
d’intervento. Rapporti come quello presentato dal Dps evidenziano
l’inadeguatezza del governo che, pur disponendo di strumenti idonei
per focalizzare le differenti problematiche del sistema produttivo
nazionale (e il Rapporto è uno di questi), difetta di una idonea
capacità d’intervento strategico.
(Rassegna sindacale, n. 9, 6-12 marzo 2003)
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