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Mezzogiorno / Il V Rapporto del Dipartimento per le politiche di sviluppo

La crescita frenata

di Stefano Palmieri
Ricercatore Ires

Agli inizi di febbraio è stato presentato il Quinto Rapporto del Dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione del ministero dell’Economia e delle Finanze. Un Rapporto che rappresenta, ormai, un appuntamento annuale di particolare interesse, poiché fornisce una serie di utili informazioni e indicazioni sullo stato di salute di alcune aree particolari, quali il Mezzogiorno e le aree sottoutilizzate del paese.

Quest’anno, poi, il Rapporto era particolarmente atteso, dopo alcune singolari dichiarazioni del viceministro Gianfranco Micciché. Dichiarazioni attraverso le quali il viceministro annunciava che il suo dicastero avrebbe fornito – nel corso della presentazione del Rapporto – nuovi dati sulla dinamica del Pil nel Mezzogiorno. Naturalmente queste dichiarazioni si inserivano in un dibattito alquanto surreale sulla qualità delle rilevazioni Istat, poiché venivano rilasciate pochi giorni dopo la singolare proposta avanzata dal presidente del consiglio sulla necessità di una revisione (al rialzo) della stima delle variazioni del Pil nazionale (seguendo così le argomentazioni che il professor Francesco Forte aveva presentato sul Foglio il 2 gennaio e che i dirigenti dell’Istat, in un successivo articolo del 15 gennaio, avevano criticato). Poi, nel discorso di apertura della presentazione del Rapporto, il capo del Dipartimento per le Politiche di sviluppo Fabrizio Barca, avrebbe proceduto a smontare le anticipazioni di Micciché. Barca, infatti, precisava che il Rapporto presentava “informazioni originali ed esclusive”, ed era reso possibile attraverso l’intensa collaborazione con l’Istituto nazionale di statistica, evidenziandone il ruolo istituzionale.


Gli anni della ripresa
Il Rapporto nel suo complesso tende a confermare alcune indicazioni che erano state formulate nel Rapporto sul Mezzogiorno realizzato dall’Ires Cgil ne novembre 2002. Si riconosce infatti che il Mezzogiorno, nel corso della seconda metà degli anni 90, ha presentato una dinamica economica significativa, seppur insufficiente a colmare quegli stessi squilibri che il Sud presenta – ormai da decenni – nei confronti del resto del paese (tanto da far coniare ai ricercatori della Svimez l’efficace definizione di “allineamento senza convergenza” nel corso del loro ultimo Rapporto sul Mezzogiorno).

Un’ampia serie di indicatori tende a confermare la dinamica favorevole del meridione durante il periodo 1996-2001: • crescita cumulata del Pil delle regioni del Mezzogiorno superiore alla media nazionale (in particolare per Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia); • incremento del numero di imprese non agricole registrate, superiore rispetto alle altre aree del paese; • crescita delle esportazioni; •  aumento delle presenze turistiche; • ripresa dell’occupazione non agricola. A ciò si aggiunga che in uno scenario europeo caratterizzato da un lieve incremento nelle disuguaglianze di reddito pro capite tra gli Stati membri dell’Unione, l’Italia insieme a Belgio, Grecia e Austria si caratterizza per una sostanziale riduzione di tali differenze (EC, 2003, Second progress report on economic and social cohesion).

Sulla base della lettura di alcuni indicatori economici che prendono come anno di riferimento il 2002 (Pil, esportazioni, presenze turistiche, occupati), questa fase di crescita sembra essersi esaurita, tanto che gli estensori del Rapporto parlano di un vero e proprio “sviluppo frenato”. Tra gli elementi frenanti della crescita economica nel Mezzogiorno, lo studio individua lo scarso livello qualitativo e quantitativo dei servizi pubblici e privati per i cittadini e le imprese e il divario infrastrutturale esistente rispetto alle regioni del Centro-Nord.

Di particolare rilievo è la raccolta di alcune informazioni inerenti i gap infrastrutturali quali ad esempio: • le famiglie che nel Mezzogiorno segnalano irregolarità nella distribuzione dell’acqua, nel 2001, raggiungono una quota del 32,0% (con un campo di variazione che passa dal 19,4% al 51,1%) contro una media nazionale attestata al 16,3%. In Calabria e Sicilia si segnalano i ritardi più elevati; • la frequenza di interruzioni accidentali lunghe del servizio elettrico, al 3,6 nella media nazionale,  raggiunge il 5,3 nel Mezzogiorno (con un campo di variazione dal 3,4, all’8,2) e ritardi problematici che si registrano per la Sardegna e la Calabria; • per quanto riguarda i trasporti, permane una situazione di “sotto-infrastrutturazione” quantitativa (rispetto al dato medio nazionale e a quello europeo) e qualitativa (con una rete di trasporti stradali, ferroviari, aerei e marittimi caratterizzati da uno scarso livello qualitativo); • la percentuale di rifiuti soggetti a raccolta differenziata sul totale dei rifiuti in Italia si attesta al 14,4%, mentre nel Mezzogiorno raggiunge solo il 2,4% (con un’oscillazione a livello regionale che va dall’1,1 al 6,1%); • la percentuale di km di coste non balneabili sul totale di km di coste in Italia è del 5,4%, mentre nel Mezzogiorno raggiunge il 5,9% (con margini di oscillazione che vanno dal 2,0 al 17,9%).

Il Rapporto presenta un’esauriente mole di dati in grado di inquadrare la situazione economica e sociale delle aree territoriali interessate dall’analisi. Pur condividendo la struttura analitica del lavoro, forse sarebbe opportuno tentare di approfondire, a partire dal prossimo anno, le molteplici caratteristiche con le quali si presentano le diverse realtà meridionali. Attraverso questo approccio sarà possibile riuscire a pervenire a uno schema interpretativo delle tendenze che, con modalità e intensità differenti, stanno interessando le diverse regioni meridionali e, al loro interno le differenti aree (in termini di andamenti dell’export, dell’occupazione agricola e non, di insediamenti industriali,  efficienza ed efficacia delle amministrazioni locali ecc.).

Di fronte a un’analisi così rigorosa e articolata, ciò che lascia perplessi è il basso livello quantitativo e qualitativo della risposta dell’attuale governo ai problemi del Sud. Già nel Rapporto presentato dall’Ires parlavamo, infatti, a proposito del Sud, di un vero e proprio “stallo critico”, a seguito della “pericolosa battuta di arresto di quella interessante dinamica economica e sociale che aveva investito il Mezzogiorno, nel corso della seconda metà degli anni novanta” provocata dal concorso di “una congiuntura economica sfavorevole e dalla incapacità da parte dell’attuale governo di attuare una strategia in grado di produrre una svolta di qualità nel governo dell’economia”.

L’inadeguatezza del governo è evidenziata da una lunga serie di interventi predisposti in maniera approssimativa e il più delle volte errata. Si pensi all’incapacità di comprendere, fin dalla prima metà del 2002, che la congiuntura economica avrebbe prodotto un drastico rallentamento dell’economia nazionale con serie conseguenze a livello settoriale e territoriale, oppure alla predisposizione di una legge finanziaria priva di un chiaro disegno strategico di interventi per il Mezzogiorno, una legge che successivamente doveva essere rivista e integrata – in maniera del tutto insufficiente – attraverso un maxiemendamento.

In uno scenario già di per sé così delicato vale la pena interrogarsi sulla pericolosità di dinamiche perverse innescate: • dalla cosiddetta “riforma federalista” (le  modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione); riforma che non ha previsto adeguate misure perequative fra le Regioni e che rischia di acuire ulteriormente l’indebitamento delle Regioni più deboli; • dal meccanismo dei condoni, una sorta di vero e proprio “accattonaggio fiscale” (secondo la definizione data recentemente da Patrizio Bianchi) con effetti deflagranti sul piano della legalità del paese.

In questo clima di crescente incertezza l’Ires ha parlato di “stallo critico” poiché il timore è che la situazione, in alcune aree del paese e per alcuni settori, senza adeguate politiche industriali e per lo sviluppo, tenda a precipitare. L’Italia in generale e il Mezzogiorno in particolare, sono lontani da un percorso di sviluppo di qualità basato sull’innovazione tecnologica, la formazione continua, la Ricerca e lo sviluppo e la competitività. Qui di seguito riportiamo alcuni dati che consentono di comprendere la preoccupante dimensione dei divari che ci separano dai nostri partner europei (European Commission, 2002, 2002 European Innovation Scoreboard).

In Italia la quota di persone che partecipano a corsi di formazione continua (in età compresa fra i 25 e i 64 anni) è pari al 10,0% contro il 27,8% del Belgio, il 17,1 della Grecia, il 22,7 della Spagna, il 28,6 del Regno Unito. All’interno del territorio nazionale le regioni del Mezzogiorno a eccezione della Calabria, che raggiunge il 10,2%, presentano tutte quote di partecipazione inferiori a tale livello (Campania 8,8, Puglia 9,4, Basilicata 6,6, Sicilia 9,5, Sardegna 8,3).


Né ricerca né innovazione
A fronte di un dato medio europeo di 129 brevetti per milione di abitanti, l’Italia si colloca nella parte bassa della graduatoria europea con 64 brevetti per milione di abitanti (superando la Spagna con 21, l’Irlanda con 55, la Grecia con 7 e il Portogallo con 2). All’interno del Mezzogiorno, fatto salvo l’Abruzzo con un valore pari a 57 brevetti, troviamo una situazione a dir poco sconfortante: Basilicata 18; Sicilia 13; Sardegna 9; Campania e Puglia 8; Calabria 5; Molise 3.

L’occupazione nel settore manifatturiero a media ed elevata tecnologia (espressa in percentuale della forza lavoro) pur collocandosi con un 7,6% a un livello piuttosto alto nella graduatoria dei quindici Stati membri dell’Ue (solo la Germania all’11,2 e la Svezia al 7,9% dispongono di livelli superiori) presenta, all’interno del contesto nazionale, una situazione fortemente differenziata con le regioni meridionali che, fatta eccezione per la Basilicata al 9,0%, si collocano su livelli di gran lunga inferiori alla media nazionale: Molise 6,0%; Campania 4,5; Puglia 4,0; Calabria 1,2; Sicilia 2,3; Sardegna 2,3.

Per quanto riguarda l’occupazione nel settore dei servizi high tech l’Italia si colloca a livello nazionale su una posizione intermedia al 2,9% (superata dall’Olanda al 4,1, la Svezia al 5,1; la Francia al 3,9; la Finlandia al 4,4; l’Irlanda al 4,0; il Regno unito al 4,3). Nel Mezzogiorno questa quota percentuale varia da un valore massimo del 2,5 della Calabria a un valore minimo dell’1,8% per la Sardegna.

Alla luce di questi indicatori, per poter contrastare in modo efficace il declino del nostro sistema economico è richiesta una lucida capacità di analisi e una consapevole strategia d’intervento. Rapporti come quello presentato dal Dps evidenziano l’inadeguatezza del governo che, pur disponendo di strumenti idonei per focalizzare le differenti problematiche del sistema produttivo nazionale (e il Rapporto è uno di questi), difetta di una idonea capacità d’intervento strategico.

(Rassegna sindacale, n. 9, 6-12 marzo 2003)

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