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Presentazione di Bruno Trentin del Manifesto per l'Italia. 

Un'altra idea dell'Italia. 
La libertà, i diritti, la persona

   

Il Manifesto 
per l'Italia

   

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Presentazione di Bruno Trentin del Manifesto per l'Italia. 

Un'altra idea dell'Italia. 
La libertà, i diritti, la persona

 

1. La Commissione per il Progetto ha lavorato per molti mesi ai documenti che ha presentato a questa Convenzione. Non solo il Manifesto che è una sintesi. Europa, Lavoro, Stato Sociale, Sviluppo sostenibile.
Ci furono assenze incresciose. Ognuno si assuma come crede le sue responsabilità.

Ma in chi ci ha lavorato è prevalsa, al di là degli schieramenti, una scommessa comune: misurarci sulle priorità, sulle proposte concrete, come parte insopprimibile di un disegno volto – se non ancora a ricostruire una unità di condotta - per lo meno a fondare la ricerca di questa unità su delle basi concrete e tradurle in cartine di tornasole di un possibile percorso comune
- Andando oltre ai pregiudizi di schieramento, ai processi alle intenzioni, alle pregiudiziali ideologiche fondate sulla impenetrabilità e l’autosufficienza dei vari schieramenti
- Andando oltre un dibattito mortificante sulle sorti della sinistra, alle sfide ricorrenti e reciproche a fare delle proposte, senza che dai vari schieramenti emergessero delle proposte vere, degli obiettivi concreti, capaci di delineare, di delimitare e di vincolare lo spazio politico di una forza di sinistra.
- Per troppo tempo il nostro dibattito si è ridotto infatti ad un dialogo fra sordi: dove vai? Porto pesci.
- Il Manifesto è un tentativo di dire dove è possibile andare senza portare pesci: con delle proposte laicamente formulate.
- Proposte discutibili certo, nel merito e nelle priorità vincolanti che configurano; ma non più, me lo auguro, con il marchio e la fattura degli schieramenti precostituiti.
La politica è ben altro?

So bene che esiste un’altra concezione della politica, un’altra cultura politica, variamente diffusa in tutti gli schieramenti della sinistra (anche se mi è personalmente estranea) che per misurarsi più liberamente con i grandi problemi della nostra epoca, finisce con il rivendicare una sorta di diritto alla “recita a soggetto”, riducendo i contenuti, gli obiettivi, le riforme, la sostanza di una politica a meri accessori di una strategia (e non la sua sostanza); accessori utili a legittimare la candidatura all’accesso al governo o alla direzione di un partito, per gestire, da quel momento in poi, le emergenze che di volta in volta si presentano, senza l’impaccio di un programma vincolante.

Con questo Manifesto, insistiamo invece nel prefigurare una versione più laica, se si vuole più debole della politica e cerchiamo di liberarci, come possiamo, dall’eredità culturale del leninismo e dell’elitarismo illuministico.

2. Proposte quindi, e priorità, sulle quali schierarsi, per il sì e per il no, senza fuggire al settimo strato dell’Universo per discutere di ben altro.
Proposte di fronte alla tragedia dell’intervento militare in Irak.
Usciamo dall’assurdità mortificante di un dibattito sull’auspicabile durata di una guerra che fa già migliaia di morti!
Certo l’obiettivo rimane quello di fermare la guerra, in primo luogo per rendere possibile l’intervento umanitario dell’ONU.
Ma ci vuole anche realismo. Non credo, a questo punto, che riusciremo con i nostri giusti proclami a fermare il massacro.

Allora non si pone, forse da oggi, per i movimenti per la pace, la necessità di fermare in ogni caso la logica della guerra preventiva, dell’intervento unilaterale di un governo che umilia le grandi tradizioni democratiche di una nazione come gli Stati Uniti, tradizioni che sono e rimarranno anche le nostre, ristabilendo nella loro autorità e nella loro sovranità le Nazioni Unite, quale unica fonte del diritto internazionale, e questo, come prima condizione per una loro riforma? E la riforma delle altre istituzioni mondiali?

Non si pone forse già oggi. l’obiettivo di ricomporre un’unità politica della Comunità Europea, come grande soggetto politico su scala mondiale, come terreno di sperimentazione di un partenariato fra pari con gli Stati Uniti, e come condizione perché possano diffondersi forme di governo regionale nel mondo tali da rendere possibile un suo governo effettivamente multipolare?

In alcune parti dei movimenti, prima dell’intervento militare, si è sottovalutata l’importanza cruciale dell’ONU quasi che la decisione del Consiglio di Sicurezza fosse un dettaglio
- era sbagliato in via di principio
- era sbagliato nei fatti. Cile, Messico, Canada hanno resistito ai ricatti. E questo sottolinea la gravità di una scelta che ha ignorato la maturità e la dignità politica insita nel giudizio della maggioranza, che si è espressa contro la guerra senza aver bisogno di ricorrere al diritto di veto.

Non deve essere questo oggi l’obiettivo principale di questo straordinario soggetto politico che sono divenuti i movimenti per la pace e per la democrazia?
Non dobbiamo rivendicare da subito, come diceva il compagno Fassino, che siano le Nazioni Unite a garantire la creazione di un governo e di un regime civili dell’Irak; a garantire l’integrità del suo territorio e delle sue risorse; scongiurando l’ipotesi di un governo militare di occupazione da parte delle potenze responsabili dell’aggressione? E che siano le Nazioni unite a riprendere l’iniziativa per portare la pace in Palestina, garantendo il diritto dei Palestinesi ad uno stato indipendente e coeso, e la sicurezza delle frontiere israeliane.

E non deve aggiungersi a questi obiettivi, qui ed ora, quello dell’unità politica dell’Europa che sconfigga le pratiche di divisione, le quali ostacolano le possibilità di sviluppo di un’Europa federale proprio alla vigilia del suo allargamento ad altri 10 paesi? L’unità politica dell’Europa essendo il solo strumento attraverso il quale un paese come l’Italia può sperare di svolgere un ruolo sulla scena mondiale, combattere effettivamente per la pace e per un governo democratico e multipolare del mondo. E non passa anche da qui la sconfitta della politica ambigua, furbesca e irresponsabile del governo italiano? Questi sono gli imperativi:
- Costruire l’unione politica dell’Europa per definire una politica estera e della sicurezza comune. E’ nell’Europa unita politicamente che possiamo sfuggire alla prospettiva di scadere al rango di una provincia periferica dell’impero americano. 

Ma occorre anche e subito un’unione politica dell’Europa che consenta, con decisioni a maggioranza, un governo economico dell’Unione Monetaria, tale da poter sconfiggere la recessione in atto con una strategia coordinata come quella decisa sulla carta a Lisbona, ma mai realizzata.
Per una società della conoscenza
Per un mercato più competitivo
Per la piena e buona occupazione, 
attraverso gli investimenti in ricerca e sviluppo 
nella formazione permanente
attraverso l’aumento della popolazione attiva
attraverso la creazione di infrastrutture integrate in Europa

Su questi obiettivi è necessario ristabilire un legame vero fra istituzioni europee e cittadini -colmare un vuoto democratico- assumendo tutta la portata politica del progetto europeo, come era stato fatto al momento dell’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria.
Questa nostra battaglia per riaffermare il ruolo e le prerogative dell’ONU e dell’Unione Europea che costituisce a mio avviso la forma attuale che dovrebbe assumere il movimento per la pace, non può d’altra parte oscurare la necessità di rendere effettivamente operante un nuovo internazionalismo del nostro partito e dell’internazionale socialista.

Un nuovo internazionalismo nella lotta senza quartiere al terrorismo e ad ogni foma di indulgenza verso l’azione violenta in un paese democratico. Un nuovo internazionalismo nel combattere le cause più profonde del terrorismo che non risiedono soltanto nella miseria, ma prima di tutto nell’oppressione e nella subalternità umiliante che pesano su intere popolazioni. Un nuovo internazionalismo nel sostenere, con ogni mezzo lecito, le forze di opposizione e la ribellione delle popolazioni nei confronti di tutti i regimi dittatoriali e della violazione dei diritti umani. Noi non abbiamo, a differenza dell’amministrazione Bush, i “nostri” dittatori contro i “loro” dittatori. Non possiamo avere dei dittatori amici, neanche nell’internazionale socialista.

3. Ancora. Proposte per fare uscire l’Italia dal declino economico sociale e culturale che sta incombendo da alcuni anni. Facendo i conti con limiti seri e ritardi che non riguardano solo il governo Berlusconi.
Tre sono gli obiettivi prioritari (e alternativi ad altri), che proponiamo per la politica economica e sociale del nostro paese.
Sono quelli che passano per l’Europa. Sono quelli di Lisbona:
- Gli investimenti in ricerca e innovazione
- Gli investimenti in formazione lungo tutto l’arco della vita
- Gli investimenti in infrastrutture europee al servizio dello sviluppo sostenibile e di una salvaguardia dell’ambiente
Questi tre obiettivi non verranno mai raggiunti affidandoci al mercato. Qui siamo confrontati con un vero fallimento del mercato. Qui si ripropone un ruolo nuovo della politica.

a) Per sviluppare ricerca e innovazione, quindi
Per il ritorno dell’Italia su alcuni bastioni della tecnologia avanzata. Per orientare la politica di ricerca della grande impresa, con un forte intervento pubblico.
o Oggi sotto l’1% del PIL
o Raggiungere almeno il 3% di Lisbona e risalire ai primi posti dal 39esimo in cui siamo
o Occorre inoltre favorire la crescita della piccola impresa, socializzando attraverso Consorzi e Distretti, (La dimensione dell’impresa essendo un ostacolo per l’investimento della ricerca) le ricadute della ricerca e dell’innovazione
Per una politica dell’ambiente che cominci dalla ricerca, affrontando la sfida di nuovi prodotti durevoli e delle energie rinnovabili
Tutto questo nel quadro di una politica industriale moderna che, superato il mito dell’impresa pubblica, sappia orientare lo sviluppo, assumendo il Mezzogiorno come il laboratorio di una reindustrializzazione del paese, proseguendo nella politica di privatizzazione, quando essa coincida con una liberalizzazione effettiva e con la salvaguardia dell’interesse generale della collettività, che spetta alle pubbliche istituzioni tutelare, soprattutto nei servizi di pubblica utilità.
b) Per creare un sistema di formazione lungo tutto l’arco della vita, occorre:
a. Una riforma della scuola aperta all’iniziativa autonoma degli istituti e alla sperimentazione, con l’obiettivo (contenuto nella Riforma Berlinguer) di prolungare l’obbligo di formazione e di prolungare, per tutti, il periodo della formazione di base. Per questa riforma, finora le risorse sono mancate.
b. Costruire nuovi rapporti tra scuola e impresa, interrelazione fra sapere e sapere fare, collegamento con i luoghi dove nasce l’innovazione.
c. Affermare un nuovo ruolo dell’Università nel territorio con la promozione, attraverso la ricerca, di nuova imprenditorialità innovativa.
d. Promuovere la formazione, nel posto di lavoro e nel territorio, personalizzandola in funzione dei diversi bisogni dei vari soggetti:
i. giovani – prima competenza
ii. adulti – aggiornamento
iii. immigrati – ricostruzione di una formazione di base
iv. anziani – riqualificazione
e. si tratta però di superare l’ostacolo dei costi, che oggi, in un mercato del lavoro flessibile, limita la formazione degli adulti ad un’infima minoranza. Sono necessari sia un finanziamento pubblico che un investimento dell’impresa, che a mio avviso un concorso dei lavoratori, che legittimi un loro controllo sui programmi di formazione e di training.
f. Occorre inoltre suscitare e guidare l’innovazione nell’organizzazione del lavoro per sperimentare una learning organisation, un’organizzazione che apprende, che susciti il bisogno di conoscenza e la mobilità professionale. Anche questo obiettivo sollecita nuove forme di promozione da parte dell’intervento pubblico.

Solo così potranno crearsi nuove condizioni per un aumento della popolazione attiva. E solo così potrà essere superato il conflitto che nasce nel rapporto di lavoro fra le maggiori responsabilità che sono attribuite ai lavoratori di tutte le qualifiche e una flessibilità che può divenire precarietà per la maggioranza e ua lunga esclusione dei processi di conoscenza. Si tratta invece di conferire saperi e poteri e una maggiore autonomia e responsabilità al lavoratore, evitando una drammatica frattura sociale fra chi sa e chi non sa.

Quando parliamo di formazione lungo tutto l’arco della vita, uscendo dal ghetto della formazione professionale, non pensiamo affatto ad una misura asettica calata dall’alto. Pensiamo ad un intreccio di iniziative legislative e di attività contrattuale. Parliamo di una grande battaglia politica e culturale che è mancata nella riforma della scuola del centro sinistra nei confronti degli insegnanti, delle imprese, degli stessi lavoratori, sostenendo la sperimentazione delle riforme con risorse umane e finanziarie adeguate.

c) Investimenti in nuove infrastrutture e nello sviluppo sostenibile. C’è un legame evidente fra questi due fronti di intervento anche se lo sviluppo sostenibile costituisce una priorità che va rispettate anche nelle politiche di ricerca e in quelle di formazione. Si tratta di partecipare ad un progetto europeo di investimento delle telecomunicazioni, nei trasporti, nella viabilità e nella creazione di grandi servizi integrati, che sia coerente con un risanamento dell’ambiente, una difesa del territorio contro i grandi eventi atmosferici, con una riduzione del tasso di inquinamento anche attraverso misure fiscali.
E’ possibile, su queste basi, come diceva Fassino, costruire un vero e proprio contratto sociale con il mondo delle imprese che punta sull’innovazione, sull’investimento nel capitale umano, sulla ricerca del consenso nello stabilire le nuove regole dei rapporti di lavoro? Questa è la nostra convinzione e la nostra proposta.

4. E’ a partire da queste priorità che intendiamo riformare lo Stato sociale, garantendo a tutti i cittadini diritti universali e uguaglianze di opportunità.
I. Uno Stato Sociale fondato su un alto livello di sviluppo umano, il vero metro di misura della ricchezza di un paese, come sostiene Giorgio Ruffolo (scuola-servizi-ambiente-libertà).
II. Uno stato Sociale orientato in tutti i suoi servizi all’aumento dell’occupazione e dell’accesso alle strutture formative: come per il reddito di inserimento
III. Uno Stato sociale che non rinuncia ad un sistema universale di previdenza, anche tenendo conto dei limiti e delle incertezze di un sistema di pensione integrativa in un mercato del lavoro segnato dalla flessibilità e dalla discontinuità dell’occupazione e che sia in grado di fronteggiare la sfida demografica favorendo l’invecchiamento attivo della popolazione, il prolungamento volontario dell’attività lavorativa e penalizzando le cosiddette politiche di svecchiamento dell’occupazione che condannano molti lavoratori oltre i 45 anni di età alla disoccupazione di lunga durata e ad una pensione di miseria.
IV. Uno stato sociale governato da un federalismo solidale che salvaguardi l’universalità dei diritti e l’uguaglianza di opportunità per tutti i cittadini in tutto il territorio nazionale, pur affidando la gestione dei servizi ad un terzo settore che rispetti le regole della comunità.
Questo, in coerenza con la nostra concezione del Federalismo che salvaguarda la solidarietà fra i territori del paese e l’unità istituzionale dell’Italia.
- Decentramento della gestione
- Coordinamento dei vari servizi nel territorio
- Uguaglianza dei diritti

5. Certo, le scelte che proponiamo non sono indolori. Esse hanno un impatto notevole sulla politica economica e finanziaria di un paese, con un forte debito pubblico, soprattutto in una fase di stagnazione come quella che stiamo attraversando da due anni. Per esempio:
Ø Incentivare i consumi o gli investimenti? Nelle nostre proposte c’è già una risposta: gli investimenti, e l’aumento dei consumi attraverso l’occupazione. E’ il vincolo che discende dalle nostre priorità.
Ø In secondo luogo è necesario qualificare la politica fiscale, riducendo il peso delle imposte sul costo del lavoro e non praticando come fa l’attuale governo, al di là dello scandalo dei condoni, l’avventura di una riduzione generale della pressione fiscale e della eliminazione della progressività a vantaggio delle grandi ricchezze.
Anche qui c’è una risposta: Riduzione del costo del lavoro e il sostegno alla riforma dello stato sociale con l’istituzione di un contributo generale di solidarietà prelevato su tutti i redditi.

6. La proposta istituzionale che avanziamo è quella di costruire nel nostro paese un federalismo solidale per unire l’Italia
Contro il devastante progetto della cosiddetta devolution che già fa sentire i suoi effetti nefasti nella gestione dello Stato sociale e dei grandi servizi di interesse nazionale, noi riaffermiamo la necessità di una riforma federale dello stato fondata sui valori e principi non negoziabili:
- L’unità nazionale
- La solidarietà
- L’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali
A questi principi si ispirano le proposte dell’Ulivo sulla istituzione di una Camera delle Regioni e degli enti locali, sulla salvaguardia dei criteri di perequazione fiscale fra le Regioni.

A questi principi si ispira la nostra concezione della democrazia dell’alternanza e del bipolarismo. Essi ci portano sia a mettere in primo piano una soluzione credibile per il conflitto di interesse, per il pluralismo dell’informazione, per una riforma dell’organizzazione giudiziaria fondata sull’indipendenza intangibile della magistratura. Ma essi ci portano contemporaneamente a salvaguardare il ruolo della assemblea elettiva e della natura parlamentare della Repubblica.
Per questo siamo contrari a forme di governo plebiscitario, e siamo contrari all’elezione diretta del primo ministro come del capo dello Stato.

7. Noi proponiamo di sostenere questi obiettivi con una nuova generazione di diritti individuali da conseguire particolarmente nel campo del lavoro, partendo da un diritto alla certezza del contratto. 
Questo diritto è affermato per i lavoratori della grande e media impresa dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che riteniamo immodificabile e che acquista, anzi, un particolare valore per tutte le forme di contratto a tempo determinato. 

Esiste, inoltre, la necessità di affermare, con modalità diverse, lo stesso diritto per i lavoratori delle piccole aziende, dell’artigianato e dei contratti personalizzati o cosiddetti atipici, laddove cioè prevalgono i rapporti interpersonali fra imprenditore e lavoratore.

Non penso che il referendum per l’estensione indiscriminata dell’articolo 18 porti a questo risultato. Esso è destinato anzi a rinfocolare l’attacco all’articolo 18 e a dividere i lavoratori, in modo particolare in ragione dell’avversione dei lavoratori delle piccole aziende o dei contratti atipici che si dice di volere tutelare.

La tutela di questi lavoratori va garantita attraverso sanzioni che non comportino l’obbligo ad un insostenibile coabitazione fra persone che hanno visto rompersi un rapporto umano. Del resto non credo affatto che i lavoratori e i sindacati che nelle dure battaglie dell’autunno del 1969 hanno conquistato quello che è divenuto poi l’articolo 18, abbiano consapevolmente delimitato la portata di quell’articolo ad un certo tipo di impresa, per un irriducibile vocazione al cedimento.

Ma tra i diritti nuovi, che dobbiamo conquistare anche mobilitando nuove risorse umane ed economiche, volti a tutelare la dignità della persona e, in modo particolare, della persona che lavora pensiamo anche e prima di tutto 
§ al diritto delle donne di esprimere anche nel lavoro la loro diversità e di realizzare pienamente sé stesse
§ al diritto all’occupabilità attraverso la formazione permanente come alternativa moderna alla precarietà e all’esclusione; è la nuova formulazione del diritto al lavoro;
§ al diritto al controllo sull’organizzazione del lavoro in tutti i casi in cui il lavoratore è caricato di responsabilità sui risultati della sua attività;
§ al diritto alla consultazione preventiva nella gestione dei processi di ristrutturazione, come sancisce la Carta europea dei diritti fondamentali;
§ al diritto al reddito di inserimento finalizzato al lavoro e alla formazione;
§ al diritto al prolungamento volontario dell’attività lavorativa, contro i licenziamenti a danno delle categorie più deboli del mercato del lavoro.
E a molti altri ancora che dovrebbero essere secondo noi al centro di una nuova iniziativa legislativa del centrosinistra e dell’iniziativa contrattuale del sindacato, e, in questo caso, al centro di una sua ritrovata convergenza unitaria. Non i sondaggi, ma 50 anni di lotte sociali ci hanno insegnato che l’unità non è solo un mezzo, è un valore; perché essa è il crogiolo nel quale maturano culture comuni. E’ anche la condizione per fare vivere l’autonomia. Nessuno a mai rinunciato ai suoi principi tentando fino all’ultimo l’intesa unitaria.

Non posso però dimenticare, in questo contesto, né il diritto alla sicurezza dei cittadini nei confronti di tutte le forme di criminalità, anche costruendo rapporti di prossimità e di continuità fra le forze dell’ordine e la società multietnica alla quale ormai apparteniamo; né, all’opposto, il diritto all’integrazione degli immigrati e in primo luogo dei richiedenti asilo, nel rispetto della loro identità culturale e religiosa e riconoscendo la giustezza della loro attesa di potere esercitare, nel tempo, con il voto un loro diritto di cittadinanza, non sulla base del loro luogo di origine ma della loro residenza in un paese dell’Unione europea.

La questione dei diritti che vogliamo conquistare coincide con il patto che noi dobbiamo costruire con la cittadinanza, con il vincolo che noi assumiamo nel delineare la strategia politica di una forza di sinistra nel XXI° secolo. E’ il terreno più fecondo sul quale misurare le convergenze che vogliamo realizzare con i movimenti, e con le nuove generazioni, le quali ci chiedono di dare nuovi contenuti e anche un’eticità, una trasparenza all’azione politica. E’ il terreno più fecondo per dialogare con il sindacato nel rispetto delle nostre rispettive autonomie ma riconoscendo le sue responsabilità in un’azione comune per trasformare una società in declino, uscendo dalla trincea della difesa dell’esistente.

La nuova frontiera dei diritti è la nuova frontiera della democrazia per una forza di sinistra. Non un impaccio fastidioso come è stato in passato per il burocrate staliniano o per il padrone delle ferriere, insofferente di quelli che definiva come lacci e laccioli.
A conferma che, sulle questioni della libertà e del lavoro, l’uno e l’altro non avevano affatto concezioni diverse.

8. Riusciremo davvero a dibattere in questa convenzione e, domani, nel paese, su un progetto come questo e sulle singole proposte che esso contiene? E parlo di questo progetto come di qualsiasi altro si affermasse nel confronto che ci attende.

Certuni hanno commentato questo Manifesto, osservando che di tratta di aria fritta, che non emerge alcun disegno. Può darsi. Ma allora presentino proposte alternative, purché siano veramente alternative nei confronti della politica disastrosa del centrodestra e purché riescano ad unire un vasto fronte di forze riformatrici, nei partiti e nei movimenti.

Ma resta l’interrogativo. Come rimane il pericolo che accantonando le proposte contenute in questo progetto, o altre alternative, ossia la ragione d’essere non puramente ideologica di una sinistra oggi, si parli d’altro, del “ben altro” di cui bisogna sempre discutere. Che si rinunci a parlare di politica, della politica di cui parlava Piero Fassino.

So bene, infatti, che è in discussione il nostro modo di stare insieme, con quali obbiettivi, con quali regole, con quale costume. So bene che è in atto, da qualche parte, un inammissibile attacco al gruppo dirigente del nostro partito, democraticamente eletto dal Congresso. E dico bene, a tutto il gruppo dirigente.

Non so, invece, chi sia il “Corvo” che si nasconde abusivamente sotto il nome di una ribelle nobile e leale come Catilina. Scusate ma, fedele alla lezione di un grande latinista, di un grande intellettuale e un grande compagno come Concetto Marchesi, non sto dalla parte di Cicerone.
Ma non vi sto dicendo che non l’ho scritto io quel libello. 

Vi sto dicendo che esso esprime, come i controcanti che l’hanno immediatamente accompagnato, con uguale passione settaria, un modo barbaro di fare politica, un disprezzo per i contenuti di un progetto riformatore, un disprezzo per le idee e un astio verso le persone. Un disprezzo e un astio che bisogna sconfiggere in chiunque di noi consideri queste cose con indulgenza o con un’alzata di spalle.

Ma che fare? Mandando un’altra volta alle ortiche quello che voleva essere non un compromesso di bassa lega ma un tentativo unitario, per riprendere la “querelle” sulla natura, la vocazione e la composizione di uno schieramento dell’opposizione; a prescindere dai suoi obiettivi, come direbbe Totò?

E’ possibile che, alla fine, questo diventi l’esito del nostro dibattito? E del tentativo di aprire una discussione su un progetto possibile dei DS, sul contributo che vogliamo dare al programma del nuovo Ulivo? E che il nostro tentativo rimanga l’illusione di pochi? In questo caso, avrebbe vinto il Corvo.

Per parte mia ritengo ancora che l’unità del Partito, la verifica della linearità del comportamento di ognuno si salvaguardano, non facendo il processo alle intenzioni con i sinistri “chi ci sta ci sta”, ma innanzitutto attraverso un dibattito leale, su un nucleo forte di obiettivi comuni. Come è avvenuto nel voto alla Camera sulla guerra. Se faremo davvero, anche fuori di qui, questo dibattito sui contenuti, questo confronto di idee e non di persone, superando le logiche di schieramento e il patriottismo di corrente, allora gli strateghi della divisione, la cultura settaria, le pregiudiziali ideologiche, apparirebbero come il vero “re nudo” di questa difficile fase di transizione della sinistra italiana.

(5 aprile 2003)

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La relazione
di Piero Fassino
L'intervento 
di Guglielmo Epifani
 
Gli interventi
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