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Venerdì 24 ottobre. Sciopero generale. Napoli,
80.000 in piazza. In testa al corteo, dalla stazione centrale a piazza
Matteotti, un gruppo di lavoratori di alcune storiche fabbriche
napoletane: Sofer, Ansaldo, Avis, Fincantieri. Il leader nazionale
della Uil, Luigi Angeletti, si avvicina alla testa del lungo serpentone
che spacca in due il centro della città. I giornalisti vogliono
anticipazioni sul comizio. Assieme a loro, sfilano gli operai delle
aziende che aprono il corteo. Sono “quelli dell’amianto”, i
poveri cristi che si sono visti scippare dal governo Berlusconi quei
pochi benefici, conquistati a fatica, destinati a chi ha avuto a che
fare con quel maledetto materiale. Quell’amianto che ti uccide piano
piano, senza lasciarti il tempo di accorgertene e di porvi rimedio.
Gridano la loro rabbia, c’è qualche spintone: poca roba, comunque,
rispetto a quanto qualcuno in malafede ha scritto il giorno dopo,
parlando di “contestazione” e di “fischi all’indirizzo dei
leader sindacali”.
La rabbia dei lavoratori
La protesta di “quelli dell’amianto” sta conquistando spazio
sui media. Fino al giorno dello sciopero, solo qualche piccola
segnalazione in cronaca. Poche righe per raccontare di blocchi stradali
e di manifestazioni spontanee davanti alle fabbriche o in centro città,
nel capoluogo partenopeo. Giuseppe Errico, da giugno segretario
generale della Camera del lavoro di Napoli, ha messo tre cerchietti
nella sua agenda attorno alla parola amianto. “Con la legge 257 del
27 marzo ’92, poi modificata dalla 271/93 – precisa –, l’Italia
ha messo al bando l’amianto, prevedendo che rischi futuri potessero
provenire solamente da opere di bonifica. Tuttavia, se proviamo a
considerare l’arco temporale d’insorgenza della malattia e il fatto
che i danni per l’esposizione si verificano anche per coloro che
risiedevano in zone industriali dove veniva lavorato l’asbesto o in
edifici costruiti con cemento-amianto, ci rendiamo conto, come gli
stessi dati dell’Inps e dell’Inail dimostrano, che la platea di
riferimento è ben più ampia”.
La rabbia dei lavoratori (non solo quelli di
Napoli) è più che giustificata. Con l’articolo 47 del decreto legge
269 del 30 settembre del 2003, il governo Berlusconi ha annullato di
fatto i diritti soggettivi già riconosciuti e certificati dall’Inail
di oltre 60.000 lavoratori italiani ex esposti all’amianto. Dal 1°
ottobre sono cancellate le norme che prevedevano i benefici
previdenziali per coloro che, per oltre 10 anni, avevano lavorato a
contatto con la terribile fibra, non si considerano più valide le
relative certificazioni dell’Inail. Come se tutto ciò non bastasse,
gli interessati dovranno ripresentare domanda entro sei mesi (a partire
dall’entrata in vigore del provvedimento) per vedersi riconosciuta
l’esposizione all’amianto e, comunque, avranno soltanto diritto,
per gli anni riconosciuti, a una maggiorazione della pensione
dell’1,25. Migliaia di persone che (fruendo della finestra del 1°
ottobre 2003) avevano lasciato il lavoro, si trovano ora disoccupati e
privi del diritto di pensione. A rendere un po’ meno traumatici gli
effetti della misura governativa, nel testo approvato al Senato sono
state introdotte alcune modifiche. La più significativa è che vengono
salvaguardate le disposizioni già previste per i lavoratori che
avevano maturato il diritto al trattamento alla data del varo del
decreto. “L’articolo 47 – sottolinea ancora Errico – non solo
va in direzione opposta rispetto alla normativa comunitaria, ma
valutandone gli effetti sociali, lede di fatto i diritti di migliaia di
lavoratori e di cittadini. La retroattività, con la ricertificazione
Inail, pone in discussione i diritti previdenziali maturati e lascia
coloro che rischiano la vita, perché affetti da mesotelioma pleurico,
in balia del proprio destino”
Un patto
di solidarietà
I dati Inail parlano, al 2 ottobre 2002, di 180.000 domande
presentate a livello nazionale, a 82.000 delle quali è stata
riconosciuta l’esposizione al rischio amianto: 59.000 per più di 10
anni, 23.000 per un periodo inferiore (a 67.000 persone è stato negato
il riconoscimento, 29.600 risultano in istruttoria). Nella sola
Campania, sono 9.633 i lavoratori con accertata pregressa esposizione
al pericoloso materiale. Solo di 8.128 si è potuta costruire una mappa
anagrafica e sanitaria. Di questi, ben 7.712 risiedono nella provincia
di Napoli. Nello stesso territorio, le aziende legate a produzioni che
prevedevano l’impiego di amianto sono risultate 45.208, per un totale
di ben 207.465 lavoratori impiegati. “Dopo la legge 257 – argomenta
Errico –, la 271 ha ampliato l’area d’applicazione del beneficio,
estendendolo a tutti gli operai che avevano avuto contatto con
l’amianto. Oggi il decreto legge governativo mette in discussione
quell’importante patto di solidarietà nei confronti di tanti
lavoratori che in questi anni hanno pagato in maniera durissima una
scelta di politica industriale a dir poco scellerata: prima con la
precarietà della salute e ora con l’incertezza del reddito. Nella
provincia di Napoli, gli insediamenti coinvolti nella dolorosa vicenda
hanno fatto la storia sociale e lavorativa di un intero territorio:
Ansaldo, Ilva, Sofer. La cancellazione del rischio da amianto va di
pari passo con il rischio della democrazia: un altro atto
dell’esecutivo pensato per fare cassa a danno dei lavoratori”.
(Rassegna sindacale, n.44, 27 novembre - 3 dicembre 2003)
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