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Napoli / Dopo l'approvazione del decreto legge 269

Amianto, la rabbia dei dieci mila

di Carmine Bonanni

Venerdì 24 ottobre. Sciopero generale. Napoli, 80.000 in piazza. In testa al corteo, dalla stazione centrale a piazza Matteotti, un gruppo di lavoratori di alcune storiche fabbriche napoletane: Sofer, Ansaldo, Avis, Fincantieri. Il leader nazionale della Uil, Luigi Angeletti, si avvicina alla testa del lungo serpentone che spacca in due il centro della città. I giornalisti vogliono anticipazioni sul comizio. Assieme a loro, sfilano gli operai delle aziende che aprono il corteo. Sono “quelli dell’amianto”, i poveri cristi che si sono visti scippare dal governo Berlusconi quei pochi benefici, conquistati a fatica, destinati a chi ha avuto a che fare con quel maledetto materiale. Quell’amianto che ti uccide piano piano, senza lasciarti il tempo di accorgertene e di porvi rimedio. Gridano la loro rabbia, c’è qualche spintone: poca roba, comunque, rispetto a quanto qualcuno in malafede ha scritto il giorno dopo, parlando di “contestazione” e di “fischi all’indirizzo dei leader sindacali”.


La rabbia dei lavoratori
La protesta di “quelli dell’amianto” sta conquistando spazio sui media. Fino al giorno dello sciopero, solo qualche piccola segnalazione in cronaca. Poche righe per raccontare di blocchi stradali e di manifestazioni spontanee davanti alle fabbriche o in centro città, nel capoluogo partenopeo. Giuseppe Errico, da giugno segretario generale della Camera del lavoro di Napoli, ha messo tre cerchietti nella sua agenda attorno alla parola amianto. “Con la legge 257 del 27 marzo ’92, poi modificata dalla 271/93 – precisa –, l’Italia ha messo al bando l’amianto, prevedendo che rischi futuri potessero provenire solamente da opere di bonifica. Tuttavia, se proviamo a considerare l’arco temporale d’insorgenza della malattia e il fatto che i danni per l’esposizione si verificano anche per coloro che risiedevano in zone industriali dove veniva lavorato l’asbesto o in edifici costruiti con cemento-amianto, ci rendiamo conto, come gli stessi dati dell’Inps e dell’Inail dimostrano, che la platea di riferimento è ben più ampia”.

La rabbia dei lavoratori (non solo quelli di Napoli) è più che giustificata. Con l’articolo 47 del decreto legge 269 del 30 settembre del 2003, il governo Berlusconi ha annullato di fatto i diritti soggettivi già riconosciuti e certificati dall’Inail di oltre 60.000 lavoratori italiani ex esposti all’amianto. Dal 1° ottobre sono cancellate le norme che prevedevano i benefici previdenziali per coloro che, per oltre 10 anni, avevano lavorato a contatto con la terribile fibra, non si considerano più valide le relative certificazioni dell’Inail. Come se tutto ciò non bastasse, gli interessati dovranno ripresentare domanda entro sei mesi (a partire dall’entrata in vigore del provvedimento) per vedersi riconosciuta l’esposizione all’amianto e, comunque, avranno soltanto diritto, per gli anni riconosciuti, a una maggiorazione della pensione dell’1,25. Migliaia di persone che (fruendo della finestra del 1° ottobre 2003) avevano lasciato il lavoro, si trovano ora disoccupati e privi del diritto di pensione. A rendere un po’ meno traumatici gli effetti della misura governativa, nel testo approvato al Senato sono state introdotte alcune modifiche. La più significativa è che vengono salvaguardate le disposizioni già previste per i lavoratori che avevano maturato il diritto al trattamento alla data del varo del decreto. “L’articolo 47 – sottolinea ancora Errico – non solo va in direzione opposta rispetto alla normativa comunitaria, ma valutandone gli effetti sociali, lede di fatto i diritti di migliaia di lavoratori e di cittadini. La retroattività, con la ricertificazione Inail, pone in discussione i diritti previdenziali maturati e lascia coloro che rischiano la vita, perché affetti da mesotelioma pleurico, in balia del proprio destino”


Un patto di solidarietà
I dati Inail parlano, al 2 ottobre 2002, di 180.000 domande presentate a livello nazionale, a 82.000 delle quali è stata riconosciuta l’esposizione al rischio amianto: 59.000 per più di 10 anni, 23.000 per un periodo inferiore (a 67.000 persone è stato negato il riconoscimento, 29.600 risultano in istruttoria). Nella sola Campania, sono 9.633 i lavoratori con accertata pregressa esposizione al pericoloso materiale. Solo di 8.128 si è potuta costruire una mappa anagrafica e sanitaria. Di questi, ben 7.712 risiedono nella provincia di Napoli. Nello stesso territorio, le aziende legate a produzioni che prevedevano l’impiego di amianto sono risultate 45.208, per un totale di ben 207.465 lavoratori impiegati. “Dopo la legge 257 – argomenta Errico –, la 271 ha ampliato l’area d’applicazione del beneficio, estendendolo a tutti gli operai che avevano avuto contatto con l’amianto. Oggi il decreto legge governativo mette in discussione quell’importante patto di solidarietà nei confronti di tanti lavoratori che in questi anni hanno pagato in maniera durissima una scelta di politica industriale a dir poco scellerata: prima con la precarietà della salute e ora con l’incertezza del reddito. Nella provincia di Napoli, gli insediamenti coinvolti nella dolorosa vicenda hanno fatto la storia sociale e lavorativa di un intero territorio: Ansaldo, Ilva, Sofer. La cancellazione del rischio da amianto va di pari passo con il rischio della democrazia: un altro atto dell’esecutivo pensato per fare cassa a danno dei lavoratori”.

(Rassegna sindacale, n.44, 27 novembre - 3 dicembre 2003)

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