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I lavoratori atipici continuano a crescere in tutta
Europa, anche se in alcuni paesi, per loro, la parola «diritti» ha
smesso di essere un tabù. È questa la principale conclusione cui
giunge un’approfondita ricerca sull’occupazione temporanea,
realizzata dall’osservatorio Eiro della Fondazione europea per il
miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che ha sede a
Dublino. Le cifre parlano chiaro: secondo gli ultimi dati Eurostat,
l’ufficio statistico dell’Ue, nel 2000 gli atipici erano il 13,4
per cento del totale degli occupati, contro il 9,1 dell’83. Il 66 per
cento dei contratti a tempo è concentrato nel terziario. La novità
rispetto al passato è che non sono più solo i comparti privati
(finanza, commercio, alberghi) a contare sui precari, ma anche la
pubblica amministrazione.
Lo studio sfata innanzi tutto due luoghi comuni
cari agli imprenditori: la convinzione che a essere flessibili i
lavoratori hanno tutto da guadagnare e l’opinione che solo abbassando
le tutele contrattuali si può creare maggiore occupazione. Sul primo
punto, Alexandra Scheele, una delle autrici della ricerca, scrive: «Sebbene
vi sia una forte mobilità da un contratto a un altro, il lavoro
atipico è una trappola per tutta la vita, in termini d’avanzamento
professionale e di guadagni». Una trappola che cattura più donne che
uomini: per una giovane la probabilità di lavorare nell’interinale
è più alta del 30 per cento rispetto ai coetanei maschi. Quanto
all’equazione, proposta dagli economisti liberisti, «meno diritti
uguale più posti di lavoro», la Fondazione di Dublino nota che la
lotta alla disoccupazione ottiene risultati più duraturi se le
esigenze di flessibilità poste dagli imprenditori si coniugano con la
domanda di garanzie contrattuali che viene dai lavoratori. Non a caso,
lo studio usa un neologismo inglese intraducibile in italiano, flexicurity,
che è la somma di due termini: flexibility e security.
Il rischio, più volte sottolineato dalla ricerca, è in effetti che
tanti lavori precari sfumino in un baleno ai primi segnali di difficoltà
economica, facendo ripiombare nella disoccupazione i più deboli
(persone con un basso livello d’istruzione, appartenenti a minoranze
etniche, portatori di handicap, ma anche donne).
Un’altra considerazione che ricorre nella ricerca
è che il rischio di una segregazione per questi lavoratori è sempre
dietro l’angolo. A parte una minoranza di persone con un alto livello
professionale, che scelgono di diventare autonomi perché si sentono più
liberi, in Europa – a Helsinki come ad Atene – la maggioranza degli
atipici non ha un’alternativa. Di fatto, si crea quindi un doppio
mercato: da un lato, i dipendenti a tempo indeterminato e dall’altro
gli atipici, che spesso lavorano gomito a gomito con i loro colleghi «fissi»,
ma percepiscono salari più bassi, hanno una copertura della pensione
ridicola, non godono di nessun ammortizzatore sociale e non possono
arricchire le proprie competenze, perché non hanno accesso alla
formazione. La ricerca di Eiro sottolinea inoltre come in alcuni paesi,
la Spagna in particolare, sembra esistere una correlazione fra
l’aumento del numero di infortuni sul lavoro e l’incremento dei
contratti a tempo determinato.
Lo studio dedica ampio spazio sia alle forme di
contrattazione, sia agli interventi governativi volti a regolare un
po’ in tutta Europa l’area del lavoro atipico. A livello negoziale,
non si è ancora usciti da sperimentazioni limitate a un’azienda o a
un settore, mentre maggiore successo sembra avere l’iniziativa dei
governi, quando agiscono d’intesa coi sindacati. Sono tre i casi
citati nella ricerca della Fondazione. Il più interessante è
sicuramente quello dell’Olanda (gli altri riguardano Francia e
Norvegia), dove nel ’99 l’esecutivo ha approvato il flexicurity
act, che ha permesso nel giro di due anni di rendere stabili 170
mila contratti atipici. In base alle nuove norme, solo il primo
contratto stipulato, della durata di 26 settimane, risulta senza
garanzie. Al momento del rinnovo, il successivo, che può durare sei
mesi, deve prevedere anche il versamento dei contributi pensionistici.
Il flexicurity act stabilisce che il quarto rinnovo contrattuale
avvenga sotto forma di lavoro a tempo indeterminato, mettendo la parola
fine alla pratica degli occupati in affitto.
(Rassegna sindacale, n. 1, 14 gennaio 2003)
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