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Che l’Eni partecipi a progetti per lo
sfruttamento delle risorse energetiche in varie parti del pianeta non
è un mistero per nessuno. Meno noto è che in alcune delle opere in
cui il gruppo petrolifero è coinvolto il rispetto dei diritti umani
fondamentali è decisamente scarso, se non del tutto assente. A
differenza di altre multinazionali petrolchimiche, il colosso italiano
è impegnato a dimostrare che le proprie attività avvengono nella
piena tutela dei lavoratori e dell’ambiente, tanto da aver deciso di
attenersi agli standard imposti dalle Nazioni Unite con l’iniziativa
del ’99 Global Compact. Non solo. L’Eni, tiene a sottolineare il
suo management, ha sottoscritto anche, alla fine dello scorso
novembre, un nuovo patto sulle buone relazioni industriali a livello
transnazionale con la federazione internazionale dei lavoratori
dell’energia, Icem, e le sigle italiane della chimica Filcea, Femca
e Uilcem. I buoni propositi dichiarati e i codici di condotta
internazionali, tuttavia, non bastano a mettere il gruppo al riparo
dalle critiche degli ambientalisti e dei sindacati.
L’ente petrolchimico è coinvolto in America
Latina in alcune operazioni altamente dannose per l’ecosistema e
fonte di grave sfruttamento dei lavoratori. In Ecuador, in
particolare, la multinazionale italiana contribuisce tramite la
filiale Agip Oil alla costruzione di un oleodotto lungo 500
chilometri, l’Oleoducto crudo pesados (Ocp), insieme alle compagnie
petrolifere Alberta, Repsol, Occidental, KeerMcGee, Perez Companc e
Techint. L’opera da oltre un miliardo di dollari, finanziati in
parte anche dalla Banca nazionale del lavoro, è stata avviata un anno
fa dal precedente governo ecuadoriano per aumentare l’estrazione e
l’esportazione di greggio. A beneficiare maggiormente
dell’oleodotto, secondo le associazioni ambientaliste
internazionali, saranno però i grandi gruppi stranieri, lasciando al
paese sudamericano solo devastazione ambientale. Il canale Ocp
trasporterà 450 mila barili di greggio al giorno e per fare questo
dovrà allargare di un quinto le zone già investite
dall’estrazione, coinvolgendo aree di foresta finora intatte. Si
tratta di zone naturali e abitate da popolazioni indigene, ad alto
rischio vulcanico, idrogeologico e sismico. «Una situazione
delicatissima – spiega Giuseppe De Marzo, della Federazione dei
Verdi –, soprattutto se si tiene conto che l’Ecuador è già molto
esposto nel debito estero e non ha grandi prospettive di sviluppo
economico, se non nel turismo, sicuramente compromesso dalla presenza
dell’oleodotto». La direzione nazionale dell’Eni, divisione Agip,
si difende osservando che «il progetto è fortemente voluto dal
governo locale, perché lo ritiene di fondamentale importanza per il
rilancio dell’economia», e che «le società che formano il
consorzio hanno sottoscritto contratti di trasporto della durata di 15
anni, un periodo al termine del quale la proprietà delle
infrastrutture passerà allo Stato». Sarebbero pertanto da ritenersi
«prive di fondamento» le accuse di violazione delle tutele
ambientali e dei diritti umani.
Eppure, le denunce di sfruttamento sono precise:
«I contratti degli operai sono giornalieri – precisa De Marzo –,
la paga è di circa quattro dollari al giorno, con un orario che va
dalle 6 del mattino alle 16,30 del pomeriggio, oltre dieci ore».
Tanti (troppi) anche gli incidenti mortali: più di dieci casi
nell’ultimo anno, che dimostrano la totale mancanza di misure di
sicurezza adeguate. «L’Ocp appalta ogni rapporto con la manodopera
all’Azul, un’impresa locale – aggiunge De Marzo –: così, se
si vuole fare una vertenza, bisogna rivolgersi a questa e non alle
compagnie del consorzio. Erano stati promessi 40 mila posti di lavoro,
in realtà sono solo poche centinaia e si tratta, in ogni caso, di
assunzioni per opere congiunturali, non strutturali». Il
rappresentante dei verdi è tornato da poco in Italia, dopo essere
stato arrestato ed espatriato a metà novembre dalle autorità
ecuadoriane, insieme ad altri tre attivisti di Acciòn por la vida,
per aver partecipato a una manifestazione contro l’oleodotto.
Molto più che in Ecuador, dove si potrebbero
ancora contenere i danni, desta preoccupazione la situazione della
Colombia, in cui i lavori della conduttura Ocensa degli anni scorsi
hanno avuto risvolti drammatici. A sostenere il progetto, cui ha
contributo anche la Saipem, filiale colombiana dell’Eni, è stato
proprio Alvaro Uribe, allora governatore della regione di Antioquia
(dove passa il condotto) e oggi presidente del paese. «Nel ’94,
Uribe creò la prima cellula di paramilitari per combattere i
sindacalisti che lottavano contro l’Ocensa – racconta De Marzo
–: ne furono uccisi 350». La Colombia (è tristemente noto) detiene
il primato mondiale delle persecuzioni contro i rappresentanti dei
lavoratori. La sigla dei petroliferi Uso conta circa 100 sindacalisti
assassinati dai gruppi paramilitari negli ultimi 14 anni, dieci quelli
rapiti, oltre 200 i licenziati, decine gli arrestati.
I Verdi chiedono che, almeno dal progetto
ecuadoriano, l’Eni e la Bnl escano al più presto. Alcuni attivisti
dell’associazione ambientalista hanno dimostrato poco prima di
Natale davanti alla sede del gruppo a Roma, chiedendo un incontro con
i dirigenti responsabili, ma non hanno ricevuto alcuna risposta. Negli
stessi giorni, una delegazione guidata da De Marzo ha incontrato anche
i segretari della Filcea e della Fisac, per denunciare la situazione
dell’Ecuador e il coinvolgimento dell’ente petrolchimico e della
Banca del lavoro. «Stiamo approfondendo la questione che ci hanno
sottoposto i Verdi – dice Mauro Guzzonato, segretario generale della
Filcea – e solleveremo il problema alla direzione dell’Eni,
proprio in base all’accordo sulle relazioni industriali sottoscritto
a novembre». Ancora più determinati i bancari della Fisac, che da più
di un anno chiedono il ritiro della Bnl dall’operazione. «Abbiamo
cominciato a opporci all’Ocp in modo unitario, insieme a Cisl, Uil e
Fabi, da quando la stessa Banca Mondiale ha bocciato l’oleodotto, a
novembre 2001, perché incompatibile con le proprie linee guida
ambientali – spiega Maurizio Bernabei, segretario nazionale del
coordinamento Fisac Bnl –. Da allora, ci siamo confrontati spesso
con i dirigenti dell’istituto e con i rappresentanti delle
organizzazioni non governative. Con la nostra campagna abbiamo
sensibilizzato molti iscritti sul problema, ma soprattutto abbiamo
spinto la direzione a considerare seriamente la possibilità di uscire
dal progetto». Per fine gennaio è previsto un incontro, promosso dai
sindacati dei bancari, tra le ong ecuadoriane e il presidente della
Bnl Luigi Abete.
Mentre tutto questo avviene in casa nostra, in
Ecuador le recenti elezioni presidenziali hanno portato alla vittoria
Lucio Gutierrez, l’ex colonnello di sinistra che ha sempre sostenuto
la lotta delle comunità indigene contro l’oleoducto e contro la
lobby capitalista legata all’oro nero. Gutierrez fa parte di quei
leader sudamericani che lavorano per l’indipendenza economica e lo
sviluppo del continente, come ha dimostrato nelle settimane scorse,
correndo in aiuto del presidente venezuelano Chavez, di fronte al
blocco del settore petrolifero, promosso dall’opposizione di destra.
Quella che comincia a emergere con chiarezza è la volontà di
raggiungere un’alleanza più forte tra i paesi sudamericani che
dispongono di grandi riserve energetiche (dal Brasile al Venezuela,
all’Ecuador), con l’intento di opporsi allo sfruttamento e alla
devastazione senza regole delle multinazionali straniere.
(Rassegna sindacale, n. 3, 28 gennaio 2003)
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