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L'Eni e lo sfruttamento delle risorse ambientali

Affari "sporchi" in America Latina 

 

di Vittorio Longhi

 

Che l’Eni partecipi a progetti per lo sfruttamento delle risorse energetiche in varie parti del pianeta non è un mistero per nessuno. Meno noto è che in alcune delle opere in cui il gruppo petrolifero è coinvolto il rispetto dei diritti umani fondamentali è decisamente scarso, se non del tutto assente. A differenza di altre multinazionali petrolchimiche, il colosso italiano è impegnato a dimostrare che le proprie attività avvengono nella piena tutela dei lavoratori e dell’ambiente, tanto da aver deciso di attenersi agli standard imposti dalle Nazioni Unite con l’iniziativa del ’99 Global Compact. Non solo. L’Eni, tiene a sottolineare il suo management, ha sottoscritto anche, alla fine dello scorso novembre, un nuovo patto sulle buone relazioni industriali a livello transnazionale con la federazione internazionale dei lavoratori dell’energia, Icem, e le sigle italiane della chimica Filcea, Femca e Uilcem. I buoni propositi dichiarati e i codici di condotta internazionali, tuttavia, non bastano a mettere il gruppo al riparo dalle critiche degli ambientalisti e dei sindacati.

L’ente petrolchimico è coinvolto in America Latina in alcune operazioni altamente dannose per l’ecosistema e fonte di grave sfruttamento dei lavoratori. In Ecuador, in particolare, la multinazionale italiana contribuisce tramite la filiale Agip Oil alla costruzione di un oleodotto lungo 500 chilometri, l’Oleoducto crudo pesados (Ocp), insieme alle compagnie petrolifere Alberta, Repsol, Occidental, KeerMcGee, Perez Companc e Techint. L’opera da oltre un miliardo di dollari, finanziati in parte anche dalla Banca nazionale del lavoro, è stata avviata un anno fa dal precedente governo ecuadoriano per aumentare l’estrazione e l’esportazione di greggio. A beneficiare maggiormente dell’oleodotto, secondo le associazioni ambientaliste internazionali, saranno però i grandi gruppi stranieri, lasciando al paese sudamericano solo devastazione ambientale. Il canale Ocp trasporterà 450 mila barili di greggio al giorno e per fare questo dovrà allargare di un quinto le zone già investite dall’estrazione, coinvolgendo aree di foresta finora intatte. Si tratta di zone naturali e abitate da popolazioni indigene, ad alto rischio vulcanico, idrogeologico e sismico. «Una situazione delicatissima – spiega Giuseppe De Marzo, della Federazione dei Verdi –, soprattutto se si tiene conto che l’Ecuador è già molto esposto nel debito estero e non ha grandi prospettive di sviluppo economico, se non nel turismo, sicuramente compromesso dalla presenza dell’oleodotto». La direzione nazionale dell’Eni, divisione Agip, si difende osservando che «il progetto è fortemente voluto dal governo locale, perché lo ritiene di fondamentale importanza per il rilancio dell’economia», e che «le società che formano il consorzio hanno sottoscritto contratti di trasporto della durata di 15 anni, un periodo al termine del quale la proprietà delle infrastrutture passerà allo Stato». Sarebbero pertanto da ritenersi «prive di fondamento» le accuse di violazione delle tutele ambientali e dei diritti umani.

Eppure, le denunce di sfruttamento sono precise: «I contratti degli operai sono giornalieri – precisa De Marzo –, la paga è di circa quattro dollari al giorno, con un orario che va dalle 6 del mattino alle 16,30 del pomeriggio, oltre dieci ore». Tanti (troppi) anche gli incidenti mortali: più di dieci casi nell’ultimo anno, che dimostrano la totale mancanza di misure di sicurezza adeguate. «L’Ocp appalta ogni rapporto con la manodopera all’Azul, un’impresa locale – aggiunge De Marzo –: così, se si vuole fare una vertenza, bisogna rivolgersi a questa e non alle compagnie del consorzio. Erano stati promessi 40 mila posti di lavoro, in realtà sono solo poche centinaia e si tratta, in ogni caso, di assunzioni per opere congiunturali, non strutturali». Il rappresentante dei verdi è tornato da poco in Italia, dopo essere stato arrestato ed espatriato a metà novembre dalle autorità ecuadoriane, insieme ad altri tre attivisti di Acciòn por la vida, per aver partecipato a una manifestazione contro l’oleodotto.

Molto più che in Ecuador, dove si potrebbero ancora contenere i danni, desta preoccupazione la situazione della Colombia, in cui i lavori della conduttura Ocensa degli anni scorsi hanno avuto risvolti drammatici. A sostenere il progetto, cui ha contributo anche la Saipem, filiale colombiana dell’Eni, è stato proprio Alvaro Uribe, allora governatore della regione di Antioquia (dove passa il condotto) e oggi presidente del paese. «Nel ’94, Uribe creò la prima cellula di paramilitari per combattere i sindacalisti che lottavano contro l’Ocensa – racconta De Marzo –: ne furono uccisi 350». La Colombia (è tristemente noto) detiene il primato mondiale delle persecuzioni contro i rappresentanti dei lavoratori. La sigla dei petroliferi Uso conta circa 100 sindacalisti assassinati dai gruppi paramilitari negli ultimi 14 anni, dieci quelli rapiti, oltre 200 i licenziati, decine gli arrestati.

I Verdi chiedono che, almeno dal progetto ecuadoriano, l’Eni e la Bnl escano al più presto. Alcuni attivisti dell’associazione ambientalista hanno dimostrato  poco prima di Natale davanti alla sede del gruppo a Roma, chiedendo un incontro con i dirigenti responsabili, ma non hanno ricevuto alcuna risposta. Negli stessi giorni, una delegazione guidata da De Marzo ha incontrato anche i segretari della Filcea e della Fisac, per denunciare la situazione dell’Ecuador e il coinvolgimento dell’ente petrolchimico e della Banca del lavoro. «Stiamo approfondendo la questione che ci hanno sottoposto i Verdi – dice Mauro Guzzonato, segretario generale della Filcea – e solleveremo il problema alla direzione dell’Eni, proprio in base all’accordo sulle relazioni industriali sottoscritto a novembre». Ancora più determinati i bancari della Fisac, che da più di un anno chiedono il ritiro della Bnl dall’operazione. «Abbiamo cominciato a opporci all’Ocp in modo unitario, insieme a Cisl, Uil e Fabi, da quando la stessa Banca Mondiale ha bocciato l’oleodotto, a novembre 2001, perché incompatibile con le proprie linee guida ambientali – spiega Maurizio Bernabei, segretario nazionale del coordinamento Fisac Bnl –. Da allora, ci siamo confrontati spesso con i dirigenti dell’istituto e con i rappresentanti delle organizzazioni non governative. Con la nostra campagna abbiamo sensibilizzato molti iscritti sul problema, ma soprattutto abbiamo spinto la direzione a considerare seriamente la possibilità di uscire dal progetto». Per fine gennaio è previsto un incontro, promosso dai sindacati dei bancari, tra le ong ecuadoriane e il presidente della Bnl Luigi Abete.

Mentre tutto questo avviene in casa nostra, in Ecuador le recenti elezioni presidenziali hanno portato alla vittoria Lucio Gutierrez, l’ex colonnello di sinistra che ha sempre sostenuto la lotta delle comunità indigene contro l’oleoducto e contro la lobby capitalista legata all’oro nero. Gutierrez fa parte di quei leader sudamericani che lavorano per l’indipendenza economica e lo sviluppo del continente, come ha dimostrato nelle settimane scorse, correndo in aiuto del presidente venezuelano Chavez, di fronte al blocco del settore petrolifero, promosso dall’opposizione di destra. Quella che comincia a emergere con chiarezza è la volontà di raggiungere un’alleanza più forte tra i paesi sudamericani che dispongono di grandi riserve energetiche (dal Brasile al Venezuela, all’Ecuador), con l’intento di opporsi allo sfruttamento e alla devastazione senza regole delle multinazionali straniere.

(Rassegna sindacale, n. 3, 28 gennaio 2003)

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