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Donne e maternità

Senza part time 
è difficile rientrare al lavoro

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Donne e maternità / Una ricerca dell'Afi-Ipl

Senza part time è difficile rientrare al lavoro

I primi risultati di un’indagine dell’Istituto per la promozione dei lavoratori (AFI-IPL) e della Ripartizione Lavoro, svolta su oltre 400 donne che si sono dimesse lo scorso anno entro il primo anno di vita del bambino, evidenziano come la disponibilità di posti di lavoro part-time sia una delle principali condizioni per il rientro al lavoro delle giovani madri dopo il congedo per maternità.

Dalla ricerca - curata da Silvia Vogliotti - emerge che le donne non rientrate al lavoro dopo la maternità provengono soprattutto dai settori privati: il 30,4% delle donne dimesse lavorava nel commercio, il 23,4% nell’industria o nell’edilizia, il 16% nel turismo, solo il 2% nel pubblico impiego. L’82% di esse si è licenziata da un posto fisso. La maggioranza delle neo mamme si è dimessa per l’impossibilità di ridurre l’orario di lavoro e di ottenere un lavoro part-time. Risulta, tuttavia, elevata la propensione di queste donne a rientrare al lavoro: il 21% delle dimesse è infatti già tornata a lavorare, il 19,4% sta attualmente cercando lavoro, il 44,7% pensa di rientrare, anche se non in tempi brevi.

Solo il 2% di dimissioni riguarda dipendenti nel pubblico impiego (che pure occupa il 34,3% delle donne tra i 20 e 39 anni), il che non è sorprendente. Dai dati si desume, quindi, come le lavoratrici pubbliche difficilmente si dimettano dopo la nascita di un bambino, potendo godere di tutta una serie di facilitazioni e politiche conciliative (aspettativa non retribuita, congedi e permessi) che attirano le donne verso questo settore. Una bassa incidenza di dimesse rispetto alle donne occupate risulta anche in agricoltura, dove l’attività lavorativa viene spesso gestita all’interno dell’azienda familiare o svolta nello stesso luogo di residenza, rendendo più facile la cura dei figli. Anche nel settore bancario, che ha notevolmente esteso l’utilizzo di contratti part-time, si rileva una bassa percentuale di dimissioni. 

La causa scatenante? L'impossibilità di ridurre l'orario
La causa maggiormente citata tra le motivazioni per l’abbandono del lavoro è stata quella legata agli impegni di cura dell’ultimo figlio nato, seguita dai problemi inerenti al lavoro e solo marginalmente dalla responsabilità di cura verso altri figli e/o parenti. Il problema più sentito nell’ambito del lavoro è risultato quello dell’impossibilità di ridurre le ore di lavoro (indicato come un problema dal 44,7% delle rispondenti), seguito dallo stress lavorativo (18,3%), dalla lontananza tra casa e lavoro (17,8%) e dai problemi di rapporto con i datori di lavoro o con i colleghi (12,5%). Molte donne hanno lamentato la non concessione del part-time come uno dei motivi decisivi dell’abbandono del lavoro. Proprio il part-time risulta, infatti, la tipologia di orario maggiormente auspicata da queste neo mamme nel caso riprendessero a lavorare.

L’obiettivo di rientrare al lavoro
Il 20,8% delle rispondenti ha già ripreso a lavorare a pochi mesi dalle dimissioni, segno che non si trattava di una fuoriuscita dal mercato del lavoro, quanto della necessità di un’occupazione più adeguata alla nuove esigenze. Certamente un dato molto significativo è quello per cui una donna su due che ha ripreso un’attività lavorativa ha preferito un posto di lavoro ad orario ridotto. Prima della maternità le donne occupate a tempo parziale non arrivavano ad un quinto del totale (18,3%) mentre dopo essere diventate mamme lavorano con questo contratto ben il 52,5% delle occupate. Le donne che non hanno ripreso il lavoro (pari al 78,1% del totale) indicano comunque una elevata propensione a tornare ad essere professionalmente attive in futuro. Un quinto delle dimesse è, infatti, già alla ricerca di un nuovo lavoro, mentre il 44,7% attualmente non cerca lavoro ma ha intenzione di riprendere a lavorare in futuro. 

Appena il 12,2% (44 donne su 360 che hanno risposto) dichiara, invece, che non intende riprendere un’attività lavorativa. 

Il 50% delle donne che pensano di rientrare sono ottimiste rispetto alla possibilità di trovare un nuovo lavoro. Si rendono conto che vivendo in una zona con bassissima disoccupazione risulterà relativamente facile trovare lavoro, soprattutto se ci si accontenta dei posti disponibili. Molte, tuttavia, sono preoccupate anche dal fatto che l’essere madri rappresenti un fattore di discriminazione nelle selezioni del personale, e che spesso le loro esigenze di orario possano non coincidere con quelle delle imprese. 

La ricerca si è rivolta anche ad altre aree di indagine oltre al lavoro, ed in particolare alle opinioni delle donne riguardo la disponibilità e l’utilizzo dei servizi di cura all’infanzia, al problema della mobilità, alla condivisione del lavoro domestico e di cura da parte di familiari e amici, alla situazione familiare ed economica delle donne. Il quadro completo di questi aspetti e delle prospettive di conciliazione tra lavoro e famiglia delle neo mamme verrà presentato in autunno. 

Secondo i curatori della ricerca "queste donne rappresentano un prezioso potenziale occupazionale in un mercato del lavoro, come quello altoatesino, che registra una cronica carenza di manodopera. Per ridurre la discrepanza tra la caduta del tasso di occupazione femminile nelle classi centrali di età e l’elevato desiderio di ritornare al lavoro, espresso nell’indagine- proseguono i ricercatori -, emerge quindi la necessità per i decisori politici e le parti sociali di sviluppare un insieme di politiche conciliative che facilitino il rientro al lavoro delle mamme. I cardini di questa strategia sono l’aumento dell’offerta di posti di lavoro ad orario ridotto, nonché lo sviluppo, la flessibilizzazione ed una maggiore diffusione territoriale di servizi di cura all’infanzia".

(21 luglio 2003)

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Afi-Ipl