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“È significativo che in tutta la storia della
democrazia parlamentare non ci sia stato in alcun paese un grande
statista che fosse un uomo d’affari (…) La ragione è
semplicemente questa, che l’opinione pubblica non ha mai potuto
ammettere la pretesa del capitalista di essere il fiduciario
dell’interesse pubblico (…). Egli non ha mai considerato la
legge come un complesso di privilegi che stanno al di sopra del suo
gretto interesse, ed ha sempre cercato con mezzi leciti o
illeciti, di farla interpretare ai suoi propri fini”.
Nel suo ultimo libro Paolo Sylos Labini cita
queste considerazioni tratte da Democrazia in crisi di Harold J.
Laski a premessa di una raccolta di articoli e saggi già pubblicati
su varie riviste e quotidiani e riproposti in modo organico nel
volume. Gli scritti di questo grande intellettuale, impegnato sulle
orme di Ernesto Rossi nelle più importanti battaglie civili degli
ultimi decenni, affrontano un vastissimo spettro di problemi. In
alcuni casi trattano impegnative questioni come i rapporti tra etica
e politica, morale ed economia. In altri svolgono approfondite
analisi sulle prospettive dell’economia italiana e internazionale.
In altri ancora entrano nel vivo della polemica politica sulle
questioni cruciali del conflitto d’interesse, dell’autonomia
della magistratura, della libertà di stampa. Scritti che segnano la
continuità dell’impegno civile di un economista che si è battuto
su più campi contro le collusioni tra mafia e politica, per il
rinnovamento dell’università e della ricerca, per sfidare il
sottosviluppo e la povertà nel mondo.
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rappresenta un sistema di anticorpi. Se questi
anticorpi non funzionano compaiono i sintomi dell’Aids; cioè,
fuor di metafora, prepotenza, corruzione, illegalità e, con esse,
la dignità stessa dei cittadini va in malora.
L’idea consolatoria, molto diffusa tra gli italiani, secondo cui
“tutto il mondo è paese” è fuorviante. Essa infatti ignora
proprio la questione decisiva degli anticorpi. I politici degli
altri paesi possono, infatti, essere corrotti quanto quelli
italiani, ma laddove gli anticorpi, a partire della libertà di
stampa, funzionano, l’Aids non compare. Nei paesi civili con cui
ci confrontiamo, infatti, non è nemmeno immaginabile la possibilità
dell’ascesa al potere di un gruppo politico guidato da persone che
hanno conti da regolare con la giustizia. Questo invece è ciò che
è accaduto in Italia e c’è da essere pessimisti, anche
perché da noi le cattive abitudini hanno origini antiche.
L’influenza negativa del dominio plurisecolare della Chiesa, le
divisioni fra le diverse realtà comunali, i danni apportati dalle
dominazioni straniere si fanno ancora sentire. A chi sostiene che
occorre più comprensione nei confronti del carattere degli
italiani, il Diario di Sylos Labini dà una risposta forte e fa
riferimento a quanto accaduto in Inghilterra. Nel Seicento e nel
Settecento la società inglese era caratterizzata da una corruzione
diffusa. Le ruberie più vergognose si verificavano nelle colonie a
causa dello strapotere raggiunto dalla Compagnia delle Indie. La
vigorosa denuncia fatta da Edmond Burke nel 1782 in una relazione al
Parlamento portò alla messa in stato di accusa del governatore
dell’India e alla sua sostituzione. Il governatore rimosso poi se
la cavò, ma aveva ormai preso corpo lo spirito di riforma. Se nel
1730 il primo ministro Walpole poteva dichiarare apertamente in
Parlamento che “ogni uomo ha un prezzo”, William Pitt, primo
ministro negli anni a cavallo tra la fine del Settecento e gli inizi
dell’Ottocento venne chiamato “l’incorruttibile” e morì
gravemente indebitato. Si assiste, nell’arco di pochi
decenni, ad un cambiamento epocale perché, osserva l’autore, il
cambiamento stava maturando da tempo, grazie soprattutto
all’azione svolta dai Puritani che avevano dato un contributo
decisivo a fare uscire la società inglese dalla corruzione e a
farla progredire verso livelli di civiltà crescenti.
Da questa lezione della storia Sylos Labini trae
un insegnamento chiaro: nessuna indulgenza verso il carattere degli
italiani, non si è condannati a restare un paese corrotto, si può
cambiare. E in questa affermazione si coglie tutta la determinazione
e la forza morale di questo nostro grande concittadino indignato che
simpaticamente confessa di avere due motivi che lo spingono a
impegnarsi in battaglie così intransigenti e radicali: dimostrare
agli altri paesi che Berlusconi non è l’Italia e guardarsi con
simpatia allo specchio quando si fa la barba.
(Rassegna sindacale, n.22, 5-11 giugno 2003)
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