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Vandana Shiva

Le guerre dell'acqua

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Vandana Shiva / Le guerre dell'acqua

L'ecologia del terrore

di Miriam Tola

Le guerre dell’acqua
Vandana Shiva
Milano, Feltrinelli, 2003
pp. 128,  13,50 euro

L’uscita italiana dell’ultima fatica di Vandana Shiva, fisica ed economista cresciuta in India, nella valle del Doon, anticipa di qualche settimana il Forum alternativo mondiale dell’acqua (Firenze 21-22 marzo www.cipsi.it/contrattoacqua/forum-acqua), organizzato in risposta al terzo Forum mondiale dell’acqua (Kyoto, 17-22 marzo), creatura di istituzioni internazionali come il Consiglio mondiale dell’acqua e il Global Water Partnership nati per volere della Banca mondiale e delle multinazionali che controllano il mercato idrico. Un evento, quello fiorentino, a cui Vandana Shiva, un habitué degli appuntamenti di “movimento”, non può certo mancare.

Il suo libro si apre, ironicamente, proprio con una nota citazione di Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale, che nel 1995 affermò: “Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. Peccato che la retorica dell’“oro blu” sbandierata dai paladini del neoliberismo celi la vere cause della scarsità d’acqua: quelle che la scienziata chiama “lo sviluppo distruttivo” e “l’ecologia del terrore”. Ovvero l’interruzione del ciclo dell’acqua attraverso la deforestazione, l’attività estrattiva, la diffusione dell’agricoltura industriale esportata dalla Rivoluzione Verde nei paesi del Sud, la sostituzione dei sistemi di conservazione e distribuzione delle comunità locali con l’assunzione statale del controllo delle risorse idriche, la deviazione dei fiumi e la costruzione di faraoniche dighe. Un insieme di fattori, spiega la scienziata indiana, che hanno favorito fenomeni come la desertificazione e la salinizzazione e portato il pianeta all’attuale crisi idrica e alle guerre cominciate, non da oggi, in tutto il mondo. Dal Punjab alla Turchia dove nel 1989 l’allora primo ministro Turgut Ozal minacciò di tagliare la fornitura d’acqua alla Siria se non avesse espulso il Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan. Dal Medioriente in cui l’apartheid dell’acqua a danno dei palestinesi alimenta il conflitto con Israele, fino al conflitto per le acque del Nilo tra Egitto ed Etiopia e all’idro-jihad lanciata dalle popolazioni nomadi del Tigri e dell’Eufrate contro il gigantesco progetto fluviale di Saddam Hussein. Tutte si consumano in assenza di un quadro giuridico internazionale in grado di risolverle e, nel frattempo, il paradigma del mercato spinge la liberalizzazione del commercio dell’acqua come ricetta per superare la crisi idrica.

La trasformazione dell’acqua in merce, attraverso quella privatizzazione che ha “le sue radici nell’economia dei cowboy”, è la strategia strenuamente perseguita da organismi sovranazionali come il Wto (World Trade Organization), la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale che da tempo legano la concessione dei prestiti alla deregulation. Così nella Dichiarazione ministeriale stilata a Doha nel 2001 nel vertice del Wto si parla di eliminazione delle “barriere tariffarie e non tariffarie 

sui beni e servizi ambientali”, tra cui ovviamente rientra anche l’acqua. Alle risorse idriche come bene commerciabile fa esplicito riferimento anche il Nafta (North American Free Trade Agreement). Non a caso, nel maggio del 2000, in piena crisi della new economy, il magazine Fortune ha scritto che il business dell’acqua è il più redditizio per le imprese. E oggi a controllare il mercato sono una manciata di corporation tra cui spiccano Vivendi Environment e Suez Lyonnaise des Eaux con un fatturato di 17,5 e 5,1 miliardi di dollari. Sul nuovo affare si sono lanciate perfino Coca Cola e Pepsi Cola con brand di acque in bottiglia, un’industria che non solo non garantisce la qualità di ciò che vende ma ha conseguenze mortali sull’ambiente con l’utilizzo massiccio e indiscriminato della plastica.... 

Tra gli effetti più evidenti della privatizzazione, attacca Vandana Shiva, ci sono l’aumento delle tariffe e la mancanza di garanzie di qualità. A Casablanca il prezzo dell’acqua si è triplicato, nel Regno Unito le bollette si sono gonfiate del 67 per cento tra l’inizio e la metà degli anni novanta. In India l’acqua Evian, prodotta dalla Britannia Industries e venduta a 2 dollari al litro, quasi il doppio del minimo salariale locale, è uno status symbol tra le famiglie ricche che spendono dai 20 ai 209 dollari al mese per acquistarla. A Johannesburg, dove la Suez Lyonnaise des Eaux controlla la fornitura idrica, la qualità dell’acqua si è abbassata di pari passo con l’innalzamento dei prezzi. Eppure è ancora possibile fermare questo processo. Lo dimostrano casi come quello di Cochabamba, regione divenuta il simbolo della lotta per il diritto all’acqua. Qui nel 2000 un imponente movimento ha bloccato la città per giorni per protestare contro la privatizzazione e, nonostante la repressione poliziesca, ha costretto l’azienda Bechtel a lasciare la Bolivia.

Attraverso un approccio ecologico complesso e radicale in cui trovano spazio anche l’evocazione della mitologia indiana, ricordi ed esperienze vissute, Vandana Shiva oppone ai teorici neoliberisti i saperi indigeni e le antiche tecnologie dell’acqua in grado di creare “abbondanza dalla scarsità”. Il suo è un libro che con risoluta semplicità colpisce al cuore dello stile di vita occidentale, quello in cui lo spreco dell’acqua è la norma, e che vorrebbe condannare il Sud del mondo a pagare il prezzo della distruzione del pianeta.

(Rassegna sindacale, n.11, 20-26 marzo 2003)