|
“Fare presto”, era la sollecitazione che
circolava tra le delegazioni trattanti di Confindustria e di Cgil Cisl
Uil, quando, nel maggio scorso, si confrontavano per arrivare a
un’intesa per rilanciare lo sviluppo e la competitività del nostro
paese. Fare presto per essere pronti prima del varo del Dpef, per
avere il tempo di incidere sulla legge finanziaria. Abbiamo fatto
presto quanto era necessario e, soprattutto, abbiamo fatto una buona
intesa. Per quanto riguarda, in particolare, l’innovazione e la
ricerca, abbiamo condiviso obiettivi e linee d’intervento: la
centralità delle risorse per le infrastrutture immateriali, il ruolo
del sistema pubblico e l’esigenza di una più forte collaborazione
tra pubblico e privato, la partecipazione a pieno titolo allo
“spazio europeo per la ricerca”, le politiche territoriali di
innovazione, il ruolo e le modalità degli incentivi alla ricerca
privata. Cosa è accaduto, dopo?
Il fatto davvero grave è che non è accaduto
nulla di tutto questo. Anzi, l’impianto stesso della legge
finanziaria va in direzione opposta. In una fase, ormai prolungata, di
progressiva perdita di competitività del nostro paese, che si
concretizza in riduzioni significative di quote del mercato non solo
mondiale ma anche europeo e nella sostanziale fuoriuscita
dell’Italia da interi settori, la Finanziaria 2004 conferma i tagli
già operati in quella del 2003 e ne aggiunge qualche altro, seminando
a pioggia sulle imprese le poche risorse disponibili.
Il processo di ricollocazione di ciascun paese e
di intere aree geografiche nel mercato globalizzato è rapido, ogni
passaggio perduto è sempre più difficilmente recuperabile. La forza
di attrazione dell’estremo Oriente (India, Cina) sta crescendo
rapidamente anche in relazione all’accresciuta capacità di ricerca
e di innovazione, non più soltanto per il basso costo del lavoro.
L’Europa ha, con il “piano Busquin”, ribadito la priorità della
costruzione di uno spazio europeo per la ricerca e ha definito,
insieme agli obiettivi di spesa, una proposta per il varo di alcuni
grandi laboratori di ricerca di eccellenza, comuni tra i paesi membri,
da realizzare nel territorio dell’Unione. In questo contesto, i
paesi più avanzati dell’Unione, sebbene anch’essi in una fase
economica negativa, hanno ricominciato a investire in ricerca.
L’Italia, come noto, ha problemi strutturali non
risolti: il dimensionamento delle imprese, le specializzazioni
produttive, il credito, le infrastrutture. Tra queste ultime, le
infrastrutture in ricerca scientifica e tecnologica – che sempre più
saranno determinanti per la qualità e lo sviluppo del paese – sono
agli ultimi posti in Europa, sulla base di tutti i più significativi
indicatori (risorse impegnate, numero dei ricercatori, brevetti,
imprese ad alta tecnologia).
L’accordo concluso a giugno tra Confindustria e
Cgil Cisl Uil, per agganciare con le necessarie gradualità gli
obiettivi del piano Busquin, prevede una pluralità di interventi,
rispetto ai quali è utile operare un confronto diretto con gli
interventi previsti in Finanziaria.
Risorse: l’accordo prevede uno
stanziamento di risorse, a partire dal 2004 (0,75 per cento, 0,85 per
cento e 1 per cento del pil), stimabile pari a una somma complessiva
per il triennio 2004-06 oscillante tra i 6 e i 14 miliardi di euro, in
relazione alla reale crescita del pil. La Finanziaria, invece,
conferma nella sostanza le risorse stanziate per il 2003 (già
decurtate nei due anni precedenti). Per quanto riguarda i progetti
europei, garantisce soltanto le risorse per quelli cui partecipa
l’Agenzia spaziale italiana (Asi), con il rischio che manchino i
fondi per far fronte agli impegni assunti in ambito europeo da altre
strutture. In aperta contraddizione con tali scelte, il decreto legge
allegato alla Finanziaria prevede la nascita di un nuovo Istituto
italiano per la tecnologia (un Iit che vorrebbe imitare il prestigioso
Mit americano), più pericoloso che utile, in quanto le funzioni
previste si sovrapporrebbero a quelle di altri importanti istituti
quali il Cnr, l’Enea e gli stessi politecnici. A tale istituto sono
destinati finanziamenti importanti, pari a 50 milioni di euro per il
2004 e 100 milioni/anno al 2014.
Incentivi alla ricerca privata: A) in relazione ai Fondi
per le agevolazioni industriali (Far e Fit), l’accordo ne prevede il
rifinanziamento, previa modifica di alcune regole di funzionamento per
renderne più tempestivi ed efficaci gli interventi. Ormai da due anni
tali fondi sono bloccati, con grave danno per le aziende che avevano
legittimamente fatto conto sulle somme dovute. Le risorse necessarie
per chiudere il pregresso sono stimate tra i 3.000 e i 5.000 milioni
di euro. I provvedimenti del governo – Finanziaria compresa – ne
stanzierebbero 1.650 (ancora da verificare). La chiusura di uno dei
due fondi viene considerata possibile in ambito ministeriale, per la
prolungata carenza di risorse. B) in relazione a interventi di
defiscalizzazione per gli investimenti privati in ricerca, anche
automatici, l’accordo prevede modalità che assicurino sia la reale
destinazione a interventi di innovazione tecnologica, sia la veridicità
dei bilanci delle imprese. Nella Finanziaria, la detassazione degli
investimenti in R&S, prevista nel decreto legge, è priva di
qualunque garanzia di corretta finalizzazione, essendo automatica e
autocertificata.
Ricercatori: l’accordo prevede un impegno
straordinario nell’inserimento di giovani per superare il gap anche
generazionale che ci separa dagli altri paesi dell’Unione europea.
La Finanziaria prevede il blocco delle assunzioni di docenti,
ricercatori e personale tecnico-amministrativo.
Politiche territoriali: l’accordo prevede
la centralità delle politiche territoriali per l’innovazione, a
partire dalla collaborazione tra università, centri di ricerca e
imprese e dalla nascita di distretti tecnologici. La Finanziaria,
riducendo risorse e autonomia delle Regioni e degli enti locali, nei
fatti crea ulteriori ostacoli agli interventi praticabili.
Che fare? Al di là e nonostante la Finanziaria,
l’accordo mantiene il suo valore e la sua spendibilità. Se e quanto
vivrà, dipenderà dall’iniziativa politica delle parti sociali. I
terreni possibili sono delineati, anche se è necessario completarli e
approfondirli nei contenuti. In sintesi, l’accordo può realizzarsi:
1) nel confronto con il Parlamento, richiedendo alcune modifiche al
testo della Finanziaria (ad esempio utilizzare gli stanziamenti
previsti per l’Iit per finanziare un piano di assunzioni per giovani
ricercatori); 2) nel confronto con le Regioni, per
concordare risorse e linee d’intervento da gestire in ambito locale;
3) nelle politiche contrattuali, nazionali e decentrate, per definire
i diritti delle organizzazioni sindacali e i diritti dei lavoratori in
relazione ai processi di innovazione, alle connesse modifiche
dell’organizzazione del lavoro, alla formazione e
all’aggiornamento dei lavoratori coinvolti.
(Rassegna sindacale, n.40, 30 ottobre - 4 novembre 2003)
|