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La scomparsa di Fausto Vigevani

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La scomparsa di Fausto Vigevani / Il ricordo di Sergio Cofferati

Una passione rigorosa e ininterrotta

Pubblichiamo il testo con il quale  Sergio Cofferati ha ricordato Fausto Vigevani, scomparso  prematuramente il 5 marzo,nella cerimonia  con cui la Cgil gli ha dato l’ultimo saluto.

Fausto era un uomo burbero e, come spesso capita, dietro a quel tratto ruvido si nascondeva quasi pudicamente un grande cuore. Un cuore capace di straordinaria passione politica e di profondissimi legami affettivi. I legami erano nascosti, protetti, mai esibiti. E la passione invece evidente, rigorosa e ininterrotta. Una passione che ha segnato tutta la sua storia sindacale e poi quella politica, con tratti che sono esemplari per molti di noi. 

La  sua prima esperienza sindacale, a Piacenza e poi a Novara, lo fa immediatamente dirigente confederale, capace di conoscere la complessità, di organizzarla e in ragione di questo primo tratto matura gran parte della sua iniziale esperienza, incontrando le prime lotte operaie di massa. Era un grande organizzatore oltre che un dirigente capace di proposte. La sua capacità di organizzare era affinata dalla sua grande capacità di ascolto, soprattutto dalla curiosità, dall’attenzione verso tutti coloro che erano diversi da lui o anche critici della sua stessa esperienza. Ho discusso spesso negli anni con l’interessato, era un giovane extraparlamentare (oggi è un importante imprenditore in un paese straniero), del suo singolare rapporto con Fausto a Novara. Questo ragazzo lo andava a trovare tutte le mattine. Fausto alle 8 era già in ufficio, d’inverno, avvolto nel suo cappotto, aveva già letto i giornali. Il ragazzo gli si sedeva di fronte, gli spiegava come e perché il sindacato sbagliava, quali dovevano essere le profonde correzioni. Cercava di convincerlo tutti i giorni, Fausto lo ascoltava e poi gli dava brevi, sintetici consigli. Quel ragazzo oggi è un uomo maturo, ha cambiato attività, esperienza, e da lontano dove vive e lavora si ricorda di quei giorni, di Fausto e dell’insegnamento; è convinto ancora oggi, e a ragione, che la sua vita è cambiata in profondità perché ha trovato una persona, con opinioni profondamente diverse dalle sue, che lo ascoltava, lo correggeva laddove necessario e ne stimolava la passione politica.


L’esperienza della Filcea
Così ha attraversato Fausto quegli anni impegnativi e da dirigente confederale poi è approdato nel 1973 alla segreteria nazionale della Filcea, una federazione appena nata che aveva messo insieme settori diversi e che aveva bisogno del contributo e dell’intelligenza di tanti per trasformare quelle diversità in una potenzialità. È stata lunga, l’esperienza chimica di Fausto, un’esperienza della quale posso dare conto perché vissuta insieme.

Sono stati anni terribili: molti dei settori che quella categoria organizzava erano attraversati da crisi devastanti e in quella crisi, nella disperazione di tantissime persone che perdevano prospettiva, reddito, lavoro e qualche volta dignità, aveva cercato di attecchire l’idra folle del terrorismo. E ci voleva, come Fausto aveva, coraggio, fermezza, capacità progettuale legata a un fortissimo realismo. La capacità di guardare al Mezzogiorno come luogo prioritario dell’iniziativa del sindacato, ma anche il coraggio di dire ai disoccupati meridionali che spesso i progetti che venivano presentati erano inconsistenti o ingannevoli e qualche volta la politica li usava strumentalmente. Non era facile dire ai disoccupati di Ottana che non si doveva accettare l’idea fallace del raddoppio di quegli impianti, dunque una prospettiva di lavoro e di reddito che avrebbe creato, in un arco di tempo breve, difficoltà. Ma Fausto ne fu capace insieme ai suoi compagni dell’epoca.

Ebbe la capacità di non negare le ragioni oggettive di quelle crisi, anche quando erano prodotte dagli errori drammatici di un’intera classe dirigente, anche quando erano il figlio della commistione insopportabile tra la politica e le attività economiche, distinguendo i torti degli uni e degli altri, guardando ai problemi oggettivi che quelle crisi ponevano a migliaia e migliaia di persone in realtà deboli socialmente, spesso lacerate. E si ingegnò per cercare alternative, alternative in grado di offrire futuro e certezza a quelle persone. Nel mentre non cessò mai di combattere l’idea folle dei terroristi, anche dove la disperazione di molti era davvero radicata e così consistente.

Sono gli anni nei quali il terrorismo, il terrorismo che oggi cerca di risorgere, puntava a radicarsi nei luoghi di lavoro, uccideva i dirigenti delle imprese. Sono gli anni della morte di Taliercio, di Gori: il settore che Fausto dirigeva era un settore preso a riferimento, considerato da quella follia come luogo del possibile attecchimento delle loro pratiche. La determinazione, la risolutezza nel combattere quel terrorismo, aiutò la sconfitta di quella follia e aiutò la paziente costruzione di una rete di tutele, di difese per tantissime persone.

Furono anni di grandi innovazioni nel sistema delle relazioni industriali, nella pratica dei rapporti, nel riconoscimento reciproco del ruolo e della funzione dell’impresa e del sindacato. In una categoria che sperimentò senza protervia esponendosi spesso a delle critiche anche aspre, ma erano sperimentazioni legate a un’idea forte di riformismo, il riformismo padano, quello che andava da Lama a Santi, quel riformismo al quale Fausto faceva sempre riferimento; e la pratica era una pratica rigorosa anche quando portava, come capitò tante volte, a difficoltà e a isolamento, senza rinunciare mai, puntando a far diventare quell’esperienza, laddove possibile, un punto di riferimento anche per altri, senza immaginare di poterla esportare facilmente.


Dieci anni in confederazione e poi la Fiom
Così divenne dirigente confederale; furono quelli dieci anni intensi della vita della Cgil e dell’attività di Fausto; sono anni di difficoltà, in qualche momento anche di crisi della nostra organizzazione. Sono anni nei quali l’esperienza maturata nel dirigere una categoria industriale, nello sperimentare, nel cercare rapporti, relazioni, politiche diverse, danno la possibilità a Fausto di diventare l’importante dirigente della Cgil che qui questa mattina ricordiamo. Fausto contribuisce a far crescere l’idea della politica dei redditi, dell’equa redistribuzione come pratica di coesione, come atto di giustizia da praticare attraverso le politiche rivendicative; sapeva che l’emancipazione delle persone passava dal riconoscimento dei loro diritti, dal mutamento e dal miglioramento delle loro condizioni materiali e dalla connessione stretta che sempre questi due elementi dovevano avere.

E poi accetta la proposta di Bruno Trentin di diventare il primo Segretario socialista del dopoguerra, arrivando in Fiom in una fase non meno delicata di quella che aveva conosciuto qui in Cgil e prima ancora nell’appena nata Filcea. È questa l’ultima parte della sua lunga esperienza sindacale, un’esperienza che caratterizza la persona, che definisce la sua storia, il suo tratto umano. Ultimi anni di lavoro nel sindacato, anche questi difficili alle prese di nuovo, quasi fosse un destino, con crisi industriali, con difficoltà nei rapporti; lui che aveva praticato una politica unitaria che aveva dato corpo nelle sue attività precedenti a un sistema di relazioni innovativo non soltanto con le imprese ma anche dentro il sindacato, nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità con le altre Confederazioni, nella ricerca comune di una nuova identità che potesse rappresentare, sulla base di quel valore comune – quello del riformismo riformismo padano, legato all’esperienza cattolica come a quella laica e marxista –, elementi di valore nella pratica autonoma del sindacato; difficoltà che lo segnano, ma grande esperienza e valore della stessa che si porta nella sua ultima attività politica, quella che è stata ricordata.


L’esperienza parlamentare e di governo
Approda alla politica nel 1994, diventa senatore e poi,  nei governi Prodi e D’Alema, sottosegretario; non rinnega mai – attraverso l’esercizio di una fortissima autonomia quando è sindacalista e nella riconferma dei valori quando diventa rappresentante politico – la sua appartenenza socialista. Lui, lombardiano che ha a cuore però l’interesse e il valore dell’insieme del suo partito, conosce l’importanza della diversità ma sa benissimo che questa è efficace soltanto quando può dare un contributo alla ricerca di un profilo unitario. Lo fa con il suo carattere, con il suo modo di lavorare; il passaggio dalla casa sindacale a quella politica è sobrio e il transito avviene con quella piccola associazione, “Labour”, alla quale dà vita insieme a pochi suoi compagni. “Labour” è la riconferma di un’idea che Fausto aveva radicata, quella che il valore sociale del lavoro per una sinistra riformista è fondamentale, non può e non deve essere mai rimosso.

Finisce la sua esperienza politica, ma prosegue la sua voglia, la sua curiosità, la cerca ancora;. Mi aveva detto: “vorrei fare delle cose nella Fondazione”. Caro Fausto, nel luogo verso cui ti stai dirigendo troverai i nostri vecchi maestri, gli amici di un tempo. Troverai Gastone, troppe discussioni abbiamo lasciato interrotte in quei sabato mattina: riprendetele intanto che ci aspettate. Mi dicevi sempre: “nulla deve restare incompiuto”. Abbiamo forse ancora delle cose da decidere per Ottana, forse per Pallanza; dobbiamo pensare a come utilizzare le risorse umane di Ferrara. Riprendi quel filo interrotto, del resto non ti preoccupare: le persone che hai amato – Gegia, Barbara, Valentina, Matilde – sono qui con noi e sanno di poter contare sull’affetto della grande famiglia della Cgil.

Ciao Fausto, ti sia lieve la terra.

(Rassegna sindacale, n.10, 13-19 marzo 2003)

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