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Se c’è un luogo paradigmatico per rappresentare
concretamente l’analisi che da due anni portiamo avanti sul declino
del nostro paese, questo è il Mezzogiorno. Quel Mezzogiorno dove oggi
è terminato il processo interessante di crescita che negli anni
novanta aveva portato a una diminuzione del differenziale tra Sud e
Nord, da sempre il problema dei problemi italiani.
Un percorso
che s’è interrotto
Oggi quel percorso di rilancio si è interrotto. Nel Mezzogiorno ci
sono, certo in zone limitate, esperienze interessantissime dal punto di
vista industriale, esperienze d’eccellenza: dall’area del salotto
tra Puglia e Basilicata, alle aree tecnologiche (in primis quella di
Catania, ma non solo), a tutte le realtà significative dell’agroalimentare;
ma anche esse ormai sono a rischio. E, soprattutto, il sistema di
incentivazione che aveva agevolato questi processi è stato interrotto.
Quel Mezzogiorno dove le grandi opere
infrastrutturali, di cui pure tanto si parla, non esistono se non sulla
carta. Innanzitutto quelle materiali: nulla di nuovo per le
infrastrutture portuali, né per quelle aeroportuali, né per quelle
ferroviarie, né tanto meno per quelle stradali – la Salerno-Reggio
Calabria è ormai un simbolo negativo. Ma nulla di nuovo, in positivo
s’intende, nemmeno per quelle immateriali: se è grave infatti lo
stop alla ricerca deciso dalla Finanziaria per il paese, per il
Mezzogiorno questo è un fatto drammatico. Le condizioni
dell’Università, il disperdere i saperi, il valore, la ricchezza
rappresentata da tante ragazze e ragazzi scolarizzati, nel Mezzogiorno
più numerosi che nel resto del paese, sono una realtà contro la quale
non è possibile non alzare la voce, perché è proprio la
valorizzazione del capitale umano che deve rappresentare un aspetto
centrale di ogni strategia di sviluppo del Sud.
Quel Mezzogiorno nel quale emergono con più
evidenza anche le conseguenze sociali della crisi. Se le condizioni
materiali dei lavoratori dipendenti di reddito medio-basso sono
drammatiche nel Centro-Nord, lo sono ancora di più nel Mezzogiorno,
dove tante famiglie sono monoreddito e contano solo sulle entrate del
capofamiglia.
E lo stesso si può dire per i pensionati: per
fasce importanti del lavoro dipendente e dei redditi da pensione, si
pone ormai nel Mezzogiorno il problema di una soglia di povertà sempre
più vicina quando non superata.
Il problema
povertà
Quel Mezzogiorno dove la politica dei condoni – un disastro per tutto
il paese, soprattutto per quanto riguarda quello edilizio – assume un
rilievo speciale. La decisione del governo Berlusconi di premiare
l’illegalità richiama alla mente “Le mani sulla città”, il film
di Francesco Rosi, sulla speculazione edilizia a Napoli, per non
parlare dello scempio di larga parte delle coste della Sicilia, della
Campania, della Calabria. È il passato che ritorna e che finisce per
oscurare esperienze più recenti di amministrazioni locali che hanno
tentato, in qualche caso con successo, di arrestare il fenomeno e di
determinare anche un’inversione di tendenza rimuovendo alcuni dei
“mostri” ecoambientali.
Questo volevo dire prima quando dicevo del
Mezzogiorno come paradigma della nostra analisi sulla crisi del paese.
Ma il Mezzogiorno non è solo questo. La sua esemplarità è anche in
una forte capacità di reazione. Il primo sciopero locale unitario
contro il declino ha avuto luogo in Sicilia molti mesi fa, quando
eravamo ancora in una fase di pieno conflitto tra le confederazioni.
Dove più grave è la situazione, c’è anche la maggiore capacità di
risposta. La mobilitazione degli studenti delle scuole e delle
Università di Napoli e del Mezzogiorno dice che c’è speranza. E così
la tenace e decisa opposizione degli operai di Termini Imerese alle
intenzioni di chiudere, in modo soft ma senza speranze per il futuro,
il loro stabilimento.
L’appuntamento di Reggio Calabria di venerdì 15
novembre non è quindi la riproposizione quasi rituale del problema del
Mezzogiorno all’attenzione del paese. È la denuncia dei troppi
errori fatti, di una situazione difficile e per molti versi drammatica,
e la fissazione delle priorità del sindacato per mettervi rimedio. E
insieme rappresenta anche la speranza e la voglia di lotta necessarie
per cambiare le cose, per riavviare, proprio dal Mezzogiorno, la
battaglia per rilanciare l’economia del paese sui binari nuovi di una
scelta che faccia della qualità e del valore del lavoro i perni su cui
portare il nostro sistema paese a dire la sua nell’economia
globalizzata di cui, volenti o nolenti, facciamo tutti parte.
(Rassegna sindacale, n. 42, 13-19 novembre 2003)
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