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Finanziaria 2004 / I sindacati a Reggio Calabria il 15 novembre

Ripartiamo dal Mezzogiorno

di Paolo Nerozzi

Se c’è un luogo paradigmatico per rappresentare concretamente l’analisi che da due anni portiamo avanti sul declino del nostro paese, questo è il Mezzogiorno. Quel Mezzogiorno dove oggi è terminato il processo interessante di crescita che negli anni novanta aveva portato a una diminuzione del differenziale tra Sud e Nord, da sempre il problema dei problemi italiani.


Un percorso che s’è interrotto
Oggi quel percorso di rilancio si è interrotto. Nel Mezzogiorno ci sono, certo in zone limitate, esperienze interessantissime dal punto di vista industriale, esperienze d’eccellenza: dall’area del salotto tra Puglia e Basilicata, alle aree tecnologiche (in primis quella di Catania, ma non solo), a tutte  le realtà significative dell’agroalimentare; ma anche esse ormai sono a rischio. E, soprattutto, il sistema di incentivazione che aveva agevolato questi processi è stato interrotto.

Quel Mezzogiorno dove le grandi opere infrastrutturali, di cui pure tanto si parla, non esistono se non sulla carta. Innanzitutto quelle materiali: nulla di nuovo per le infrastrutture portuali, né per quelle aeroportuali, né per quelle ferroviarie, né tanto meno per quelle stradali – la Salerno-Reggio Calabria è ormai un simbolo negativo. Ma nulla di nuovo, in positivo s’intende, nemmeno per quelle immateriali: se è grave infatti lo stop alla ricerca deciso dalla Finanziaria per il paese, per il Mezzogiorno questo è un fatto drammatico. Le condizioni dell’Università, il disperdere i saperi, il valore, la ricchezza rappresentata da tante ragazze e ragazzi scolarizzati, nel Mezzogiorno più numerosi che nel resto del paese, sono una realtà contro la quale non è possibile non alzare la voce, perché è proprio la valorizzazione del capitale umano che deve rappresentare un aspetto centrale di ogni strategia di sviluppo del Sud.

Quel Mezzogiorno nel quale emergono con più evidenza anche le conseguenze sociali della crisi. Se le condizioni materiali dei lavoratori dipendenti di reddito medio-basso sono drammatiche nel Centro-Nord, lo sono ancora di più nel Mezzogiorno, dove tante famiglie sono monoreddito e contano solo sulle entrate del capofamiglia.

E lo stesso si può dire per i pensionati: per fasce importanti del lavoro dipendente e dei redditi da pensione, si pone ormai nel Mezzogiorno il problema di una soglia di povertà sempre più vicina quando non superata.


Il problema povertà
Quel Mezzogiorno dove la politica dei condoni – un disastro per tutto il paese, soprattutto per quanto riguarda quello edilizio – assume un rilievo speciale. La decisione del governo Berlusconi di premiare l’illegalità richiama alla mente “Le mani sulla città”, il film di Francesco Rosi, sulla speculazione edilizia a Napoli, per non parlare dello scempio di larga parte delle coste della Sicilia, della Campania, della Calabria. È il passato che ritorna e che finisce per oscurare esperienze più recenti di amministrazioni locali che hanno tentato, in qualche caso con successo, di arrestare il fenomeno e di determinare anche un’inversione di tendenza rimuovendo alcuni dei “mostri” ecoambientali.

Questo volevo dire prima quando dicevo del Mezzogiorno come paradigma della nostra analisi sulla crisi del paese. Ma il Mezzogiorno non è solo questo. La sua esemplarità è anche in una forte capacità di reazione. Il primo sciopero locale unitario contro il declino ha avuto luogo in Sicilia molti mesi fa, quando eravamo ancora in una fase di pieno conflitto tra le confederazioni. Dove più grave è la situazione, c’è anche la maggiore capacità di risposta. La mobilitazione degli studenti delle scuole e delle Università di Napoli e del Mezzogiorno dice che c’è speranza. E così la tenace e decisa opposizione degli operai di Termini Imerese alle intenzioni di chiudere, in modo soft ma senza speranze per il futuro, il loro stabilimento. 

L’appuntamento di Reggio Calabria di venerdì 15 novembre non è quindi la riproposizione quasi rituale del problema del Mezzogiorno all’attenzione del paese. È la denuncia dei troppi errori fatti, di una situazione difficile e per molti versi drammatica, e la fissazione delle priorità del sindacato per mettervi rimedio. E insieme rappresenta anche la speranza e la voglia di lotta necessarie per cambiare le cose, per riavviare, proprio dal Mezzogiorno, la battaglia per rilanciare l’economia del paese sui binari nuovi di una scelta che faccia della qualità e del valore del lavoro i perni su cui portare il nostro sistema paese a dire la sua nell’economia globalizzata di cui, volenti o nolenti, facciamo tutti parte.

(Rassegna sindacale, n. 42, 13-19 novembre 2003)

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