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Cile / Marzo-settembre 1973

Storia di un colpo di Stato

 

Il testo che segue, insieme a quelli collegati nella colonna di sinistra, è tratto dal libro di Luciano Aguzzi, Salvador Allende. L'uomo, il leader, il mito, Ediesse 2003.

 

La pianificazione di un intervento delle Forze armate per risolvere la situazione di conflitto e di crisi che paralizza il Cile inizia nel marzo 1973, ma in forma ancora di ipotesi strategica. In modo separato, si formano piccoli gruppi di generali all’interno delle tre armi, senza contatti fra loro, che iniziano a discuterne. Fino alla metà d’agosto del 1973 non si arriva a nessuna preparazione operativa. In questa data gli alti comandi militari, che vuol dire un gruppo di poche decine di persone, sicure che l’intera struttura delle tre armi e dei carabinieri li avrebbe seguiti senza ribellioni, purché non si fossero divisi e contrapposti fra loro, sono divisi in tre correnti: la prima, con a capo il generale Prats, è fedele alla «dottrina Schneider» di rispetto della neutralità e legalità delle Forze armate e quindi è per l’obbedienza al presidente. La seconda, fino a quel momento in minoranza, è già orientata per un colpo di Stato. La terza, che diventa maggioritaria nel corso del mese di agosto, è orientata per un’azione che convinca Allende a cedere il potere reale alle Forze armate, pur restando presidente. Ciò si poteva realizzare con un governo formato esclusivamente o quasi da militari, allontanando Unità popolare. Questa soluzione avrebbe avuto l’appoggio dell’opposizione e permesso l’inizio di una fase di ricostruzione dell’ordine sociale. Una seconda opzione, nel caso che Allende non si fosse convinto, consisteva nel comunicare al presidente che le Forze armate cessavano di obbedirgli, invitandolo alle dimissioni. In sostanza, in questo caso, le Forze armate, come il Congresso e gli altri organi costituzionali, non avrebbero più riconosciuto la legittimità del presidente.

Dopo l’uscita dalle Forze armate di Prats e di altri generali del gruppo «allendista» e l’evolversi della situazione che portò all’esclusione della possibilità che Allende si lasciasse imporre un ministero di soli militari o che accettasse di dimettersi, fra la fine di agosto e i primi giorni di settembre prevalse la convinzione della necessità di un colpo di Stato, anche per non dare all’avversario il tempo di reagire col rischio di dare inizio a una guerra civile di ampia portata. Si voleva evitare il ripetersi del precedente storico della guerra civile del 1891. Il costo avrebbe potuto essere di centomila morti, mentre un colpo di Stato improvviso poteva limitare le vittime a poche migliaia, o anche meno. I gruppi golpisti più decisi erano nella marina, con a capo l’ammiraglio José Toribio Merino che il giorno del golpe mise agli arresti domiciliari il comandante in capo Raúl Montero Cornejo, fedele ad Allende, rendendolo inoffensivo, e nell’aviazione, con in testa lo stesso comandante in capo generale Gustavo Leigh Guzmán, nominato da Allende il 18 agosto dopo le dimissioni di César Ruiz Danyau. Questi arrivano a concordare il golpe con il generale dell’esercito Sergio Arellano Stark, che è l’ufficiale di più alto livello dopo il comandante in capo Augusto Pinochet Ugarte (che ha sostituito Prats il 24 agosto) e con il generale dei carabinieri César Mendoza Durán, mentre il generale José María Sepúlveda, direttore generale del corpo dei carabinieri, resta fedele ad Allende e il giorno del golpe si accorgerà di essere stato messo da parte.

Il golpe venne programmato per il 14 settembre, settimana in cui, in preparazione della festa nazionale del 18 settembre, anniversario dell’Indipendenza nazionale, che prevedeva una sfilata militare, si potevano giustificare senza creare sospetti gli spostamenti necessari delle truppe. In quei giorni erano inoltre previste, al largo di Valparaíso, manovre militari navali, in collaborazione con unità navali degli Stati Uniti, già da tempo previste nell’ambito degli accordi fra le due marine. Ciò giustificava l’attività di reparti della marina. Pinochet, considerato allendista, non era stato informato dei piani in preparazione. Ma c’era il grosso rischio di suscitare una divisione nell’esercito, che era indubbiamente la forza armata più potente e più capillarmente distribuita, con circa 24.000 uomini e armi e mezzi di ogni tipo, mentre l’aviazione contava 8.500 uomini e la marina 15.000. I carabinieri erano 25.000 e dotati di tutti i mezzi di un corpo di fanteria. Tuttavia, il 27 agosto, alcune frasi di Pinochet pronunciate in una riunione ristretta di generali fecero pensare che potesse unirsi al golpe. Infine i golpisti decisero di informarlo e di chiedergli di unirsi a loro. Ciò avvenne solo il sabato 8 settembre, di sera. Pinochet prese tempo per pensarci e dovette certamente valutare, con opportunismo, cosa gli convenisse fare. Nel tardo pomeriggio della domenica seguente si riunirono, a casa sua, il generale Gustavo Leigh e due rappresentanti della marina con un messaggio scritto di Merino Castro e pochi altri ufficiali. Pinochet decise di aderire e il patto fu saldato firmando il retro della lettera di Merino Castro. La data fu fissata per il martedì 11 seguente e l’ora d’inizio alle sei del mattino.

L’anticipo del giorno «x» fu probabilmente determinato da un colloquio che quella stessa domenica Pinochet e il generale Orlando Urbina avevano avuto con Allende nella sua residenza di via Tomás Moro. Fra il sabato e la domenica Allende era preoccupato per almeno tre cose urgenti e, con gli intervalli dedicati alla famiglia (l’8 era il compleanno della figlia Beatriz; nel pomeriggio del nove si recò all’aeroporto dove, di ritorno da un viaggio in Messico, arrivarono la moglie e la figlia Isabel), i due giorni furono un susseguirsi di incontri e di riunioni con collaboratori e con autorità da lui convocate. Uno dei temi sul tappeto era la convocazione di un referendum. Aveva riproposto il problema in modo deciso ai partiti di Up e aveva chiesto una risposta rapida e per iscritto. L’aspettava con ansia per il pomeriggio di sabato 8. Ma è di nuovo negativa: Up non vuole il referendum. Convoca allora per la mattina successiva Corválan, deciso ad andare avanti col referendum anche solo con l’appoggio del Partito comunista. Il mattino dopo il segretario del Pc, sia pure ancora con molti dubbi, dà il consenso del suo partito per il referendum.

Fra il sette e l’otto Allende passa molte ore in riunione con il generale Prats che, pur non avendo nessuna carica ufficiale, continua a collaborare con il presidente. Prats l’informa di alcune notizie sull’imminenza di un golpe, forse il 14. Si analizza la situazione e, secondo Prats, si può contare sulla fedeltà di solo due delle sei divisioni dell’esercito. Prats crede ancora che Pinochet sia tra i fedeli. Allende gli parla del referendum e della possibilità di destituire alcuni generali golpisti prima del 14, in modo da scompaginarne l’organizzazione. Secondo Prats non c’è più tempo e l’unica via d’uscita è di proporre una tregua immediata, chiedendo al Senato l’autorizzazione a lasciare il paese per un anno. Nella storia del Cile vi sono i precedenti storici di presidenti che, con la scusa di cure mediche o altre motivazioni, hanno lasciato il paese per qualche tempo in modo da superare situazioni gravi di crisi. Ma Allende non ne vuole sapere e dice che non abbandonerà mai il paese in tali circostanze. Per la tarda mattinata del giorno dopo convoca i generali Pinochet e Urbina, che considera fra i fedeli.

Il terzo problema urgente riguardava la situazione che si era creata con le perquisizioni militari in applicazione della legge sul controllo delle armi e degli esplosivi. Il giorno prima, venerdì 7, alla fabbrica tessile «Sumar» di Santiago vi era stato un violento scontro a fuoco con feriti. I militari spararono oltre seimila proiettili in risposta alla resistenza degli operai. La mattina di sabato 8 Allende si era riunito con i comandanti delle tre armi e con quello dei carabinieri per ordinare la sospensione delle perquisizioni, comunicando loro che intendeva chiedere al Congresso la facoltà di derogare alla legge sul controllo delle armi, che attribuiva ai militari una certa autonomia di iniziativa. Con Pinochet e Urbina intendeva discutere, in proposito, un piano di coordinamento fra militari e cordoni industriali e altre organizzazioni popolari, anche in vista della necessaria collaborazione fra forze armate e popolo per sconfiggere l’eventuale sollevazione di militari golpisti. Si trattava di un inizio della tanto discussa necessità di una strategia militare del governo che articolasse e coordinasse le forze armate con l’organizzazione popolare, per dare più forza al popolo e più democrazia alle forze armate, con l’attribuzione di compiti non solo strettamente militari. Ma ormai, davvero, non c’era più tempo.

La domenica 9, dopo aver parlato con Corvalán, Allende riceve i due generali alle 12. Dopo aver discusso la situazione militare e le misure da prendere, Allende comunica ai due generali che intende convocare un plebiscito e che ne darà l’annuncio alla nazione il martedì 11. I generali restano sorpresi e lasciano Allende con parole di apprezzamento per la sua decisione. L’annuncio di un plebiscito poteva rendere meno giustificabile il colpo di Stato e aprire delle divisioni fra i militari e i civili contrari ad Allende, avviando un periodo di attesa. Nel pomeriggio la data del golpe venne fissata per l’11.

Il lunedì 10 Allende passa la giornata nel suo ufficio di presidente a La Moneda preparando con i suoi collaboratori il discorso per il giorno dopo. L’argomento del plebiscito è la riforma costituzionale: avrebbe proposto una costituente per la definizione di una nuova Costituzione. Alle 21,30 arriva all’abitazione di Tomás Moro dove lo aspettano la moglie e la figlia Isabel e alcuni collaboratori convocati per una riunione. Durante e dopo la cena continua a discutere sulle cose da fare e lavora fino a tardi, coricandosi verso l’una e mezzo. Durante la notte i suoi collaboratori e le guardie del corpo che sono di «turno» nella situazione di permanente allerta decisa dopo il 29 giugno ricevono notizie di anomali spostamenti di truppe. Alle sei del mattino si comincia ad avere la certezza di un tentativo di colpo di Stato. La marina occupa tutti i posti strategici di Valparaíso e dintorni e inizia l’arresto di dirigenti politici e sindacali. Si tratta in realtà di un diversivo perché il golpe vero e proprio comincerà alle 7,30 a Santiago. Allende viene svegliato alle 6,20, cerca di mettersi in contatto con vari generali, ma la situazione è confusa, molti generali non si trovano e non si riesce a contattarli. Decide di trasferirsi a La Moneda dove arriva poco dopo le 7,20. Lo accompagnano 23 militanti del Gap e i carabinieri della scorta ufficiale.

Arrivano alcuni ministri e altri collaboratori di Allende, ma anche amici, come Eduardo Paredes, che in quel momento non hanno incarichi di governo e si recano a La Moneda solo per avere notizie e prestare il loro aiuto al presidente. Allende telefona a Luis Figueroa, presidente della Cut, perché mobiliti gli operai. Giunge a La Moneda anche il direttore generale dei carabinieri José María Sepúlveda che dichiara la sua lealtà al presidente. Ma poche ore dopo scoprirà di non avere più il comando effettivo dei suoi uomini. Alle 7,55 Allende parla alla radio. È il primo di cinque messaggi che riesce a trasmettere prima che tutte le radio collegate con la presidenza siano messe a tacere. In quel momento crede ancora che la sollevazione militare riguardi solo la marina e la zona di Valparaíso. Alle 8,15 parla una seconda volta alla radio: ora si hanno notizie di una sollevazione militare più vasta, ma è ancora ottimista e non sospetta che i quattro corpi armati siano uniti e in azione. Poco dopo, tramite l’aiutante militare del presidente per l’aviazione, il generale dell’aviazione Gabriel Van Schowen offre ad Allende un aereo perché, con la famiglia e i collaboratori più stretti, abbandoni il paese. Allende gli fa rispondere che «il presidente del Cile non scappa in aereo; che egli sappia comportarsi da soldato, che io saprò compiere il mio dovere come presidente della Repubblica». Sono, quasi alla lettera, le parole dette da Pedro Aguirre Cerda quando si trovò in un’analoga situazione.

Alle 8,30 la radio trasmette il primo comunicato della giunta militare che guida il golpe, firmato da Pinochet, Merino Castro, Leigh Guzmán e Mendoza Durán. Il testo spiega in brevi punti ai cileni il perché del golpe e intima al «signor presidente della Repubblica di rimettere immediatamente la sua alta carica alle Forze armate e ai carabinieri del Cile». Il quadro della situazione ormai si sta chiarendo definitivamente. Resta il dubbio sulla posizione dei carabinieri, il cui direttore generale è a La Moneda con Allende mentre, con lo stesso titolo di direttore generale, il comunicato dei golpisti è firmato da César Mendoza Durán. Ma quando i carabinieri della guardia del palazzo presidenziale cominciano a ritirarsi e non obbediscono agli ordini di Sepúlveda, diventa chiaro che anche i carabinieri si sono uniti alle forze golpiste. I membri del Gap e altri uomini armati presenti a La Moneda cominciano a prendere posizione alle finestre e ai balconi per difendere il palazzo, circondato da militari a piedi e da mezzi blindati. Intanto vengono bruciati gli archivi della segreteria privata del presidente.

Alle 8,45 Allende parla per la terza volta alla radio informando il popolo che la maggior parte delle Forze armate si è sollevata. Ma non lancia un appello all’insurrezione contro il golpe. Si limita a invitare i compagni a stare vigili e a seguire le notizie e li assicura che, pur non avendo la vocazione del martire, non farà un solo passo indietro e non lascerà La Moneda se non crivellato di pallottole. Nelle cinque ore che lo separano dalla morte si manterrà fermo su questo proposito e respingerà ogni proposta di uscire dalla sede presidenziale vivo ma sconfitto. Sia quella della giunta di permettergli di prendere un aereo e andare in esilio (una seconda proposta, questa volta ufficiale, diversa da quella di Van Schowen che fu, forse, promossa dalla Massoneria per salvare la vita del confratello Allende), sia quella del Gap di tentare una fuga attraverso locali di servizio e un garage sotterraneo per continuare la lotta nella clandestinità. La proposta della giunta potrebbe essere un trucco. Anni dopo si ascolterà, nelle registrazioni delle comunicazioni fra i punti di comando del golpe, una cinica battuta di Pinochet che, ridendo, dice: lo mettiamo sull’aereo e mentre vola lo buttiamo giù. Forse era solo una battuta, forse un proposito da mettere in atto. Ma non è per la paura di cadere in una trappola che Allende rifiuta. Lui è il presidente, è il rappresentante del popolo, e si tratta di salvare non la sua persona fisica ma la sua idea delle prerogative e dell’onore del presidente. Se non può farlo da vivo, lo farà da morto con l’esempio.

Alle 9,03 pronuncia il quarto messaggio radiofonico. Parla a braccio, con calma, mentre si sente il rumore degli aerei dell’aviazione che sorvolano il palazzo e gli spari. «È possibile che ci uccidano. Però che sappiano, almeno con il nostro esempio, che in questo paese vi sono uomini che sanno tener fede agli obblighi che hanno. Io lo farò, per mandato del popolo e per volontà cosciente di un presidente che ha la dignità dell’incarico affidatogli dal suo popolo in elezioni libere e democratiche. […] La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine. Questa è una tappa che sarà superata. È un momento duro e difficile; è possibile che ci sconfiggano: Però il futuro sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza per conquistare una vita migliore». Il popolo, aggiunge, deve stare allerta, non deve lasciarsi provocare, né lasciarsi massacrare. Alle 9,10 si rivolge al popolo per la quinta e ultima volta, prima che ogni collegamento radio venga interrotto. «Pagherò con la vita la mia lealtà al popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che abbiamo gettato nelle coscienze onorate di migliaia e migliaia di cileni, non potrà essere estirpato definitivamente. […] Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi». Chiude con fervore: «Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e io ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, io ho la certezza che, per lo meno, sarà una lezione morale che condannerà la fellonia, la vigliaccheria e il tradimento».

Allende non chiama il popolo all’insurrezione. È convinto che sarebbe un inutile massacro. Sa che la sinistra non ha la capacità operativa per resistere alle Forze armate. Anche gli appelli del Partito comunista, in quelle stesse ore, invitano tutti «al proprio posto di combattimento», genericamente, non alla difesa armata e all’insurrezione, non a scendere per le strade. L’assedio de La Moneda si svolge nell’isolamento. Vi sono in giro alcuni curiosi allontanati dai militari, qualche cecchino spara dai tetti contro i militari, ma è poca cosa. Non vi è un affluire di folla a sostegno di Allende né si ha alcuna notizia su quel che facciano i partiti di Unità popolare. Allende riceve qualche telefonata da esponenti socialisti, comunisti e del Mir che dichiarano la loro volontà di combattere, ma i pochi e rari episodi di resistenza in qualche fabbrica sono appena una goccia d’acqua nel mare. Alle 9,30 i militari intimano nuovamente la resa e minacciano di bombardare il palazzo. Allende parla ai suoi presenti all’interno de La Moneda, comunica che intende lottare fino alla fine, lascia gli altri liberi di decidere quel che vogliono fare. I militari e i carabinieri di servizio nel palazzo si allontanano. Allende insiste poi affinché escano e si salvino le donne e tutti gli uomini inadatti a combattere. Fra le donne vi sono le figlie Isabel e Beatriz e la segretaria privata Miriam Contreras («Payita»), che non vogliono andarsene, ma Allende le costringe. Poco dopo le dieci ottiene dai militari una breve tregua per permettere alle donne e ad altri civili di uscire. Fra i civili vi è Joan Enrique Garcés, che non vuole abbandonarlo, ma il presidente lo convince affidandogli il compito di salvarsi per raccontare a tutto il mondo l’esperienza della via cilena al socialismo e il colpo di Stato.

Gli amici e i collaboratori di Allende, compresi i medici personali, vogliono restare. Allende, con l’elmetto in testa e un maglione addosso, combatte con gli altri. Imbraccia un fucile mitragliatore che gli ha regalato Fidel Castro due anni prima. Allende pensa a Fidel. Alla figlia Beatriz, nell’ultimo saluto, affida questo messaggio: «Di’ a Fidel che farò il mio dovere fino in fondo». È significativo che il leader cileno senta il bisogno, a poche ore dalla morte, di mandare a Fidel un messaggio quasi giustificativo, come se ne temesse il giudizio.

Verso le 11,55 comincia il bombardamento aereo, con razzi, de La Moneda. Il palazzo s’incendia. Parte degli ambienti, degli arredi e delle opere d’arte e degli archivi andranno distrutti. Il giornalista Augusto Olivares, antico amico di Allende, cede a una crisi di sconforto, si apparta e si spara a una tempia. Avvertono il presidente, che, molto emozionato, chiede un minuto di silenzio in omaggio dell’amico. Si apprende per telefono che verso le 11,20 è stata bombardata anche la residenza di via Tomás Moro, in parte distrutta. La moglie si è rifugiata nell’ambasciata messicana. La giunta militare, per mezzo del generale Ernesto Baeza, insiste perché Allende si arrenda immediatamente e senza condizioni. Chiede di parlarne. Allende manda due ministri e il suo segretario Osvaldo Puccio con il compito di trattare sulla base della cessazione di ogni repressione antipopolare, del rispetto di tutte le conquiste fino a quel momento raggiunte dalla classe operaia, la costituzione di un governo di soli militari, senza civili, e la garanzia che i difensori de La Moneda non subiranno rappresaglie. I tre messaggeri, giunti all’ufficio di Baeza, vengono arrestati. Non possono comunicare il messaggio orale. I militari non vogliono trattative, vogliono la resa incondizionata e offrono solo di mettere a disposizione di Allende e di chi vorrà con lui, non più di cinquanta persone, un aereo con pilota per andare all’estero.

Verso le 13,30 i militari cominciano a entrare nel palazzo la cui difesa si è indebolita per la presenza di sole poche decine di armati e per le conseguenze del bombardamento e dell’incendio. In poco tempo conquistano il primo piano mentre i difensori si trincerano nel secondo. Ma ormai ogni resistenza è vana. L’esempio è stato dato ed è inutile causare la morte di altri. Anche la speranza che la resistenza stimoli qualche fatto nuovo, magari una frattura nelle forze armate e l’aprirsi di possibilità di lotta che incidano immediatamente, viene meno. Allende ordina ai rimasti di deporre le armi e di scendere al piano inferiore e arrendersi. Lui scenderà per ultimo. Mentre la fila di persone si consegna ai militari, gli ultimi sentono due colpi di mitraglietta. Il medico Patricio Guijón risale la scala e vede che Allende si è sparato appoggiando la canna sotto il mento. Il cadavere è ancora seduto, inclinato verso destra, con la mitraglietta scivolata tra le gambe. Ha il cranio sfondato e parte della materia cerebrale è schizzata sulle pareti. Sono le ore 14,00. Pochi minuti dopo nella stanza arrivano i militari.

La giunta militare formata dai vertici delle tre forze armate e dei carabinieri assume il potere e le funzioni di governo. Inizialmente è una giunta collegiale, ma entro poco tempo Pinochet, capo del più forte dei quattro corpi armati e tradizionalmente considerato il primo nell’ordine gerarchico militare, diventerà il dittatore unico. Fra i protagonisti della storia del Cile del 1973 egli sarà il «caudillo misterioso» uscito allo scoperto. Il paese è sotto il coprifuoco e si scatena un’intensa attività repressiva. Il Parlamento viene sciolto il 24 settembre. Il 13 settembre un gruppo di dirigenti democristiani di centro-sinistra, fra i quali Bernardo Leighton, Renán Fuentealba e Radomiro Tomic, firmano una dichiarazione contro il golpe e la giunta militare. L’11 ottobre vengono sciolti e considerati illegali i partiti politici della sinistra (Pc, Ps, Usopo, Mapu, radicali, sinistra cristiana). La Cut viene privata della personalità giuridica e le si proibisce ogni attività politica. Agli altri partiti viene imposta la sospensione delle attività. Vengono dichiarati annullati i registri elettorali, decaduti gli elettori iscritti e soppresso l’esercizio dell’iscrizione elettorale. Il territorio nazionale viene dichiarato in «stato d’assedio» o «di guerra» agli effetti dell’applicazione del codice penale militare.

Sarà presto chiaro a tutti che la giunta militare non intende limitarsi a «ripristinare la legalità» e difendere la Costituzione, ma che, facendo suo l’indirizzo dottrinario e ideologico di alcuni teorici della destra, intende riformare le strutture dello Stato con una nuova Costituzione e riplasmare la società in modo da eliminare non solo le conseguenze del riformismo dell’ultimo governo, ma tutti quegli aspetti ritenuti nocivi che si facevano risalire al riformismo di Arturo Alessandri Palma e alla Costituzione del 1925. Si trattava di «correggere gli errori» di cinquant’anni di storia del Cile. Lo scopo era di modificare radicalmente l’intero orientamento della vita nazionale e ciò richiedeva, dunque, il pugno di ferro e una vasta opera di repressione. Dittatura militare e liberismo economico diventano i due poli del nuovo potere.

(settembre 2003)

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