SPECIALE

Trent'anni dopo Allende

PRIMA

       

Cile 1970

La vittoria 
di Allende

Indice 

Indietro

Cile 1970

La vittoria di Allende

 

Il testo che segue è tratto dal libro di Luciano Aguzzi, Salvador Allende. L'uomo, il leader, il mito, Ediesse 2003.

 

Nella notte fra il 4 e il 5 settembre 1970, quando era ormai certo di avere conquistato la maggioranza relativa, poco dopo mezzanotte Allende parla al popolo che già da alcune ore aveva riempito le strade di Santiago. Da un balcone della sede della Federazione degli studenti del Cile egli afferma che la «vittoria apre un cammino nuovo per la patria, di cui il principale attore è il popolo del Cile». Io – prosegue Allende – «chiedo che il popolo comprenda che sono solamente un uomo, con tutte le debolezze e i difetti che ha un uomo», che accetto «questo trionfo che non ha nulla di personale e che devo all’unità dei partiti popolari, delle forze sociali che sono state con noi. Lo devo ai radicali, ai socialisti, comunisti, socialdemocratici, alla gente del Mapu e dell’Api, alle migliaia di indipendenti. Lo devo agli uomini anonimi e sacrificati della patria, lo devo alle umili donne della nostra terra. Lo devo, questo trionfo, al popolo del Cile che entrerà con me a La Moneda il 4 di novembre». Allende sa che le sue parole sono ascoltate da tutto il Cile e soppesate una a una dagli osservatori nazionali ed esteri. Mai prima di allora una elezione presidenziale cilena è stata tanto seguita in tutto il mondo. Egli alterna dichiarazioni rassicuranti sulle sue intenzioni democratiche alla ripetizione dei propositi rivoluzionari di attuare fino in fondo il programma. Dice: «dichiaro solennemente che rispetterò i diritti di tutti i cittadini cileni. Ma dichiaro anche, e chiedo che lo si sappia definitivamente, che nel giungere a La Moneda, con il popolo al governo, rispetteremo l’impegno storico che abbiamo contratto, di convertire in realtà il programma di Unidad Popular».

Nessun desiderio di vendetta ma anche nessun compromesso sul programma, che non è oggetto di commercio, perché è «la bandiera del primo governo autenticamente democratico, popolare, nazionale e rivoluzionario della storia del Cile». Allende riassume quel programma e gli impegni del «governo rivoluzionario», ripete che si tratta di fare una «rivoluzione». E non nasconde che «sarà difficile consolidare il trionfo e costruire la nuova società, la nuova convivenza sociale, la nuova morale e la nuova patria». Sarà difficile: e il popolo che diventa governo «avrà la responsabilità storica di realizzare ciò che il Cile anela per trasformare la patria in un paese vessillo del progresso, della giustizia sociale, dei diritti di tutti gli uomini, di tutte le donne, di tutti i giovani della nostra terra». Costruire, edificare, lavorare di più, produrre di più: riassume Allende con incitazioni che diventano pochi mesi dopo slogan del governo. Questo della notte del 5 settembre 1970 è un discorso sapiente. Improvvisato, ma ricco di frasi solenni, da antologia storica, di quelle che piacevano ad Allende. Caldo di emozioni e di passione, ma attento nel trasmettere messaggi rassicuranti. Allende sa che, se con la vittoria elettorale ha, almeno per il momento, superato la sua situazione di minoranza all’interno del suo partito e all’interno di Unidad Popular, resta in minoranza nel paese e nel Parlamento. Il 36,3 per cento dei voti non è sufficiente a conquistare il potere e, forse, nemmeno il governo. La partita, per arrivare alla conferma da parte del Congreso Pleno, è ancora tutta da giocare.


Allende presidente del Cile
Il 3 di novembre Allende assunse il potere e il giorno dopo iniziò a svolgere le funzioni effettive di presidente. Il 30 ottobre aveva già annunciato la formazione del suo gabinetto, composto da quattro socialisti (José Tohá agli Interni, Clodomiro Almeyda agli Esteri, Carlos Cortés al Ministero della Casa, Jaime Suárez Bastidas come Segretario generale del governo), tre comunisti (Américo Zorilla alle Finanze, Pascual Barraza alle Strade e Opere pubbliche, José Oyarce al Lavoro) e un indipendente marxista (Pedro Vúskovic all’Economia), tre radicali (Alejandro Ríos Valdivia alla Difesa nazionale, Mario Astorga all’Educazione, Orlando Cantuarias alle Miniere), due socialdemocratici (Oscar Jiménez Pinochet alla Sanità e Humberto Martones alle Terre e colonizzazione), un ministro del-l’Api (Lisandro Cruz Ponce alla Giustizia) e uno del Mapu (Jacques Chonchol all’Agricoltura). Per la prima volta nella storia del Cile quattro operai diventano ministri.

Il 5 novembre Unidad Popular tiene allo Stadio nazionale di Santiago una grande manifestazione inaugurale del governo popolare nella quale Allende svolge un discorso storico. Ma più che richiamare i passi in cui egli riassume per l’ennesima volta il programma di riforme che il governo si accingeva a varare, è interessante sottolineare il richiamo alla «tradizione repubblicana e democratica» della storia del Cile come «parte integrante della nostra personalità» che «penetra di sé la coscienza collettiva dei cileni». La sua lettura della storia del Cile non è solo un espediente retorico vuoto di significato, bensì l’evocazione di una linea storica dal preciso significato ideologico, di un «altro Cile» che si contrappone al Cile dei conservatori. Allende si richiama ai campioni della lotta contro l’invasione e il dominio coloniale spagnolo: a Lautaro (1534-1557) e a Caupolicán (ucciso nel 1558), che definisce fratelli di Cuauhtemoc (imperatore azteco ucciso nel 1525) e Tupac Amaru (indio peruviano ribelle ucciso nel 1781); quindi nomina O’Higgins e Manuel Rodríguez come eroi dell’indipendenza, poi Balmaceda, infine, passando al Novecento, il comunista Recabarren e gli operai vittime della repressione. Per affermare che la vittoria è «del popolo che ha sopportato per un secolo e mezzo» lo sfruttamento della classe dominante. Sarebbe facile dimostrare che questa visione storica è una costruzione errata in sede storiografica, ma il suo significato è del tutto ideologico e simbolico. Allende intende dire, nel modo più solenne, che il suo governo rappresenta un fatto storico che segna una nuova epoca nella storia del Cile, che vuole essere caratterizzata da una nuova indipendenza e da una nuova rinascita nazionale, con le classi lavoratrici come protagoniste.

La sua è una tensione utopica di grande forza, con una spiritualità non priva di un suo significato religioso, di una religione laica, più volte evocata nei suoi rapporti con la massoneria e con la concezione di un’«opera» che non si limiti a perseguire la perfezione spirituale ma passi anche alla costruzione di un mondo terreno e di una società perfetti. Più sopra abbiamo ricordato la sua affermazione che se Dio ha creato un mondo imperfetto i socialisti lo devono rendere perfetto. In un’altra occasione, a un giornalista che gli chiede quali riforme egli ammiri di più nella storia dell’umanità, Allende risponde: «Quelle prodotte dal cristianesimo primitivo e dal socialismo». Per Allende il socialismo è davvero una «rifondazione del mondo», un movimento di portata universale come il cristianesimo primitivo. E ci sarebbe da sottolineare e commentare quel riferimento non al cristianesimo in generale, ma a quello «primitivo», con tutto il suo significato di evocazione di uno «stato nascente» e di una purezza originaria, incorrotta, che sono sempre stati nell’immaginario dei movimenti ereticali e rivoluzionari.

Tuttavia, se ciò è importante per capire la personalità di Allende e alcuni aspetti del suo modo di agire, non è sufficiente per delineare il suo stile di governo che è soprattutto determinato da fattori più strettamente politici e contingenti. Innanzitutto vanno ricordate le continuità e le discontinuità rispetto alla precedente storia del Cile. Fra le prime si collocano le tradizionali tendenze a un esecutivo forte, poco o per nulla tollerante dei vincoli e dei limiti costituzionali, e a quello che abbiamo più sopra definito «giacobinismo di Stato», cioè un riformismo promosso dall’azione dello Stato che allarga i suoi poteri e la sua presenza e usa lo strumento della redistribuzione del reddito per integrare nuovi ceti sociali e creare nuovi equilibri di potere. Almeno fin dal 1920 con il primo governo di Arturo Alessandri, che gli avversari accusarono di essere il Lenin cileno – e si era nel 1920! – ogni spinta riformista si trasformò e concluse in un allargamento degli apparati dello Stato, con la creazione di enti pubblici, il controllo di settori sempre più ampi delle attività economiche, il crescere della burocrazia pubblica e dei vincoli legislativi. La risposta ai problemi posti dal paese non fu mai un ampliamento della libertà e della responsabilità degli individui intese come creazione di condizioni giuridiche e sociali che facilitassero e incentivassero l’iniziativa privata e l’autopromozione dei ceti subalterni, bensì si trattò sempre di risposte statalistiche e accentratrici, con le quali era lo Stato a farsi carico dei problemi dando vita a nuovi comparti di uno Stato sociale sempre più pesante. A questa ipertrofia statalistica sono strettamente da collegare l’altissimo costo degli apparati statali, l’inefficienza della spesa pubblica, l’alto livello di clientelismo e, in definitiva, la scarsa capacità dello Stato di far fronte a quei compiti in nome dei quali aveva giustificato il crescere dei suoi poteri.

A questa tendenza statalistica si contrappone e si alterna al potere e talvolta si mescola una tendenza liberistica sempre rigidamente preoccupata della difesa degli interessi dei ceti oligarchici. Nella tradizione storica del Cile non si trovano quasi mai esperienze di autentico liberalismo. Il governo di Allende non rompe con questa tradizione ma rappresenta il tentativo più intenso e più alto per il suo attivismo riformatore, più nobile per le sue intenzioni, più tragico per i suoi risultati, di eliminare ogni liberalismo individualistico e di dare ogni potere a uno Stato rimodellato come Stato popolare, come ente collettivo supremo e regolatore della pianificazione sociale ed economica, cioè di una conduzione «scientifica» della produzione e del consumo nell’ambito di un’organizzazione sociale ed economica basata sulla solidarietà, sulla fine dell’egoismo, sulla giustizia e sull’uguaglianza. La fine dello sfruttamento, dello spreco e dell’irrazionalità del libero mercato abbandonato a se stesso dovrebbero garantire le risorse necessarie per soddisfare i bisogni delle masse popolari e dare a tutti una piena dignità civile, politica e culturale.

Questo programma, nel momento in cui si traduce in provvedimenti legislativi e in azione di governo, si scontra con il fatto che Unidad Popular è in minoranza sia alla Camera che al Senato, il che fa riemergere la tradizionale tendenza dell’esecutivo a imporsi al legislativo e quindi allo scontro istituzionale continuo. Ma nelle modalità di conduzione dei rapporti con il paese e con le altre istituzioni il governo di Allende presenta delle discontinuità rispetto alla tradizione. Come ho già sottolineato sopra, in precedenza i conflitti costituzionali erano stati superati attraverso la trattativa e il compromesso. Ciò aveva dato al potere e alle tendenze autoritarie dei vari presidenti un carattere personalistico e insieme di trasformismo. Si iniziava il mandato con una maggioranza elettorale e un programma che in breve tempo cambiavano. Solo Frei, per il fatto di essere sostenuto da un unico e potente partito con una forte impronta ideologica, si era, ma solo in parte, sottratto a questo destino dei presidenti del Cile. Questa tradizione aveva favorito Allende nei due mesi tra le elezioni e la proclamazione a presidente, perché molti – e le dichiarazioni pubbliche in proposito sono tantissime – pur essendo con lui in disaccordo completo, non ne avevano ostacolato l’accesso alla presidenza aspettandosi che col tempo egli attenuasse il suo programma rivoluzionario. In sostanza, pochi avevano creduto davvero che Allende, in minoranza in Parlamento, personalità borghese dai gusti raffinati, massone, parlamentare di lungo corso, amico di tante personalità influenti in ogni settore e di ogni idea, volesse e fosse in grado di portare avanti il suo programma.

Allende, invece, si discosta dalla tradizione per almeno tre aspetti: 1) egli resta assolutamente fedele al programma concordato, senza cedimenti e trasformismi, preferendo, alla fine, il martirio, piuttosto che piegarsi a un compromesso che agli occhi dei suoi elettori sarebbe apparso un tradimento; 2) egli dimostra un attivismo sorprendente che coglie di sorpresa i suoi avversari. Non solo vuole realizzare il programma, ma vuole farlo in fretta, senza troppe cautele; 3) il suo non è e non vuole essere un governo personale ma il governo collettivo di Unidad Popular.

Questo terzo aspetto, gravido di conseguenze anche sul piano della prassi costituzionale, va ulteriormente chiarito. Già nel documento detto «Patto di unità popolare» firmato il 26 dicembre 1969 dai partiti della coalizione elettorale si diceva che quello di Unidad Popular non sarebbe stato un governo personale: «Non eleggeremo un monarca, bensì un rappresentante del popolo. Negli organi di direzione del governo saranno rappresentati tutti i partiti e i movimenti da cui nasce». Allende si attenne strettamente a questo principio e concordò sempre le decisioni di governo con i rappresentanti dei partiti che lo sostenevano. Gli avversari lo accusarono – e fu accusa insistentemente ripetuta e di notevole rilievo giuridico e propagandistico – di non essere e di non voler essere il presidente del Cile e dei cileni, ma il capo della delegazione di Up che formava il governo. Di non essere al di sopra delle parti e di mirare al bene del Cile, ma di essere il rappresentante, anzi lo strumento, di una sola parte e di non tener conto degli interessi di tutti i cileni. Di non unire, ma di dividere il Cile. In effetti, secondo la Costituzione e la prassi costituzionale cilena il presidente ha direttamente e personalmente la responsabilità morale e politica del governo. Una volta eletto, egli non è vincolato ai partiti che lo hanno eletto e non deve subordinare le sue azioni all’approvazione di essi. La Costituzione ha affidato il potere esecutivo al presidente e ha voluto un presidente forte, stabilendone la non immediata rieleggibilità, proprio per sottrarlo alle influenze dei partiti.

Al contrario, Allende realizza un governo di partiti in cui la volontà collegiale dei rappresentanti di Unidad Popular, pur non avendo nessun rilievo istituzionale e nessuna responsabilità giuridica, è il motore dell’azione di governo. Il consiglio di gabinetto viene declassato a organo meramente esecutivo e perde ogni potere deliberativo. Ciò risulta con evidenza da tutta la storia dei tre anni del governo Allende ed è comunemente ammesso dalla memorialistica e dalla storiografia. Osvaldo Puccio, ad esempio, scrive nelle sue memorie: «Quasi sempre Allende rispettava le decisioni dei partiti. Credo che durante i tre anni di governo ebbero luogo solo due o tre consigli di gabinetto. Però settimanalmente si tenevano due o tre riu-nioni dei capi di partito con Allende. I partiti cogovernavano con Allende». E altrove ripete: «Allende fin dal principio governò con i partiti. Per la prima volta i dirigenti di partito furono ammessi a governare. Durante i tre anni di governo non ci furono più di due o tre consigli di gabinetto, però una o due volte alla settimana si riu-nivano i capi dei partiti con il presidente della Repubblica e con alcuni ministri, secondo il rispettivo programma di lavoro. D’accordo con i problemi da trattare assistevano a queste riunioni i capi dei partiti e i ministri del settore».

Questa prassi, che era indubbiamente al di fuori della lettera e dello spirito della Costituzione, si presta a opposte considerazioni. La sinistra vi vedeva una garanzia contro le possibili degenerazioni in senso personalistico e trasformistico del governo e un tratto di quel «governo popolare» e di quel «nuovo Stato popolare» alternativo alla tradizione della «democrazia borghese». Va da sé che i capi di partito si consideravano i rappresentanti del popolo e che consideravano la loro partecipazione al governo una forma di partecipazione del popolo. L’opposizione vi vedeva invece la realizzazione di una forma odiosa e pericolosa di partitocrazia, sia nel senso politico e istituzionale della sostituzione dei partiti agli organi legittimi previsti dalla Costituzione e alla «sovietizzazione» del potere, sia nel senso della degenerazione clientelare con la lottizzazione praticata dai partiti al fine di controllare ogni settore della vita pubblica e favorire i propri sostenitori. Ma la conseguenza più grave, dal punto di vista della vitalità del governo di Allende, è probabilmente da vedere nel fatto che questa forma di partitocrazia porta all’interno del governo le divisioni e le divergenze esistenti tra i partiti e dentro gli stessi partiti, come è il caso del Partito socialista, paralizzandone o comunque ritardandone, spesso, le decisioni, anche alla presenza di problemi urgenti. Questa dinamica risulta, a lungo andare, gravemente nociva per la funzionalità del governo.

I tre elementi combinati insieme (la lealtà di Allende e il rifiuto di compromessi sul programma; la fretta di realizzare il programma; il governo dei partiti) costituiranno una rigida gabbia che non permetterà ad Allende la flessibilità necessaria, nella situazione cilena, per evitare che il conflitto istituzionale giunga alla rottura e quindi al colpo di Stato, adottando in tempo le misure necessarie, obbligatoriamente di compromesso con la maggioranza parlamentare. Vedremo in seguito perché e come ciò accadde. Qui, nel delineare lo «stile» del governo Allende, è utile invece aggiungere qualche altra osservazione generale.

Il governo, come si è visto, era in minoranza nel Parlamento e nel paese. Unidad Popular sostenne che il popolo aveva conquistato il governo, ma non il potere, riferendosi soprattutto al potere legislativo, al potere giudiziario e al controllo di altri importanti organi costituzionali e dell’apparato amministrativo dello Stato, e al potere economico e finanziario in mano alle banche private e alle grandi aziende monopolistiche. Il controllo del governo e la forza organizzata delle masse popolari dovevano essere le leve per arrivare gradualmente alla conquista dell’intero potere e alla trasformazione dello Stato. Ma ciò presupponeva la conquista della maggioranza del paese, la vittoria elettorale nelle elezioni amministrative e politiche e il controllo delle Forze armate. Questi obiettivi erano però in contrasto con la realizzazione del programma rivoluzionario che man mano che procedeva suscitava la reazione di forze politiche e popolari sempre più ampie. La vittoria elettorale di Allende si era basata sulla ripartizione tripolare degli schieramenti politici e, poi, la sua conferma a presidente, sull’appoggio o sulla neutralità del settore di centro (formato prevalentemente dalla Democrazia cristiana), della Chiesa, delle Forze armate e di molte influenti organizzazioni e associazioni della «società civile», fra le quali la massoneria.

La politica condotta dal governo Allende, anche con i suoi elementi di sfida e addirittura di provocazione contro i «momios», il capitalismo e l’imperialismo, produssero gradualmente, ma assai velocemente, uno spostamento a «destra» di tutte queste forze non pregiudizialmente ostili ad Allende e si arrivò a una polarizzazione che divise il Cile nettamente in due metà. Da una parte i sostenitori di Unidad Popular, dall’altra tutti gli altri. La fine dello schieramento tripolare e la sua sostituzione con uno schieramento bipolare tolse ad Allende il necessario terreno di manovra per sopravvivere, ponendolo, infine, di fronte all’alternativa brutale di rinunciare a parte del suo programma o di dimettersi o di affrontare uno scontro armato. La sinistra sottovalutò tutto questo e fornì un’analisi dei rapporti di forza che si rivelò poi del tutto errata.

Ma soprattutto sottovalutò, anzi, non volle nemmeno accorgersi della sua esistenza, un fenomeno di grande importanza. L’opposizione ad Allende non solo giunse a una unità politica e operativa ai suoi vertici, cioè a livello di partiti e di forze organizzate, ma anche alla sua base. Quella «civilizzazione culturale», come movimento che contiene nel suo seno molteplici movimenti e che tende a istituzionalizzarsi in un nuovo ordine sociale, di cui ho parlato a proposito dello sviluppo delle sinistre, in ritardo e in misura minore rispetto a Unidad Popular, interessò, dopo la vittoria di Allende, anche le forze di opposizione. Attorno a valori comuni della tradizione, quali la famiglia, la patria, la Chiesa, la proprietà privata, la libertà individuale, l’anti-comunismo, la difesa della Costituzione, le forze di opposizione si unificarono sempre più giungendo a un comune sentire di forte significato psicologico e simbolico. Al popolo della sinistra si contrappose un popolo del centro-destra che diede una base di massa alla politica dell’opposizione e che fu capace di dar vita a manifestazioni con oltre mezzo milione di partecipanti. Non si trattava, come Unidad Popolar volle credere, solo di borghesia dei quartieri alti, di piccola borghesia e di commercianti, di medi e piccoli proprietari terrieri, di «aristocrazia operaia» di qualche industria e di qualche miniera, schierati in difesa dei propri interessi di classe o sedotti dalla propaganda al soldo degli Stati Uniti, ma di masse più vaste e più compatte che raggiunsero anche settori dove tradizionalmente la sinistra aveva sempre prevalso, come in qualche fabbrica e in qualche miniera e in una parte importante di studenti e docenti universitari.

Anche questa opposizione, come la sinistra, produsse i suoi simboli e la sua cultura, nuovi leader popolari e giovani militanti disposti a rischiare la vita per motivi ideali, per combattere il comunismo e difendere la patria. Unidad Popular non diede credito alla consistenza e ai motivi ideali di questa opposizione, né alla sua spontaneità e autonomia e, da entrambe le parti, si arrivò alla demonizzazione dell’avversario e a una frattura culturale e psicologica più profonda e di più lunga durata di quella politica, perché alimentata dall’odio. Ciò ha dato al colpo di Stato di Pinochet quel consenso e quella base di massa che gli ha permesso di vincere facilmente. Perché, nonostante tutti i complotti e il peso dei finanziamenti e delle pressioni nordamericane, il governo di Allende non è caduto per l’intervento esterno ma solo quando i fattori di crisi al suo interno sono diventati prevalenti e l’hanno ridotto all’incapacità di reagire. Un testimone insospettabile, Joan Enrique Garcés, amico e consigliere ideologico di Allende, ammette: «Tuttavia, l’intervento americano appoggiato dalla destra cilena è stata la condizione necessaria ma non sufficiente per aprire le porte al terrore controrivoluzionario. È stato anche necessario che all’interno del governo di Unità popolare intervenissero una serie di fattori di perturbazione, tanto sul piano teorico quanto sul piano pratico, perché la violenza potesse colpire, senza risposta, i lavoratori. […] le manovre d’intervento degli Stati Uniti non hanno raggiunto, fino a una data determinata, lo scopo perseguito. Ciò significa che, malgrado tutta la loro importanza, i fattori esterni si sono dimostrati insufficienti. Di fronte a una realtà strutturale e coerente, essi hanno fallito nel loro progetto». Vedremo come la «realtà strutturale e coerente» di Unidad Popular venne progressivamente a mancare nel corso dei tre anni di governo trasformandosi in una situazione di paralisi e di caos.

(settembre 2003)

LINK

Ediesse

La scheda
del libro

Il sito dedicato ad Allende

Fondazione Salvador Allende

Partito socialista cileno

Immagini del leader socialista

Biografia
di Allende