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L’anno
precedente, infatti, lo stesso dirigente sindacale, allora segretario
generale della Cgil, aveva siglato, per dare subito dopo le
dimissioni, un accordo considerato monco, accompagnato da acuti
dissapori in casa Cgil. L’intesa del 1992, sotto il governo di
Giuliano Amato, cancellava la scala mobile, salvava il Paese dal
disastro finanziario, come molti avevano osservato, ma non aveva le
caratteristiche del patto sociale, lasciava vuoti enormi sul possibile
nuovo sistema contrattuale. L’intesa successiva, nel 1993, sotto
l’egida di Carlo Azeglio Ciampi, riempiva quei vuoti e delineava una
strategia complessiva, in gran parte ancora da sfruttare.
Che cosa è rimasto di quell’intesa che continua a far parlare di sé,
anche nei tanti convegni celebrativi ?
«È rimasto un sistema di relazioni industriali di cui da tempo
Confindustria cerca di liberarsi. È difficile immaginarne la fine,
visto che non esiste alcun progetto alternativo, se non la legge della
giungla, invocata dai vari decreti governativi sul mercato del lavoro
e dalle posizioni confindustriali».
Anche a sinistra, però, qualcuno chiede la sepoltura di quell’accordo…
«Starei attento a non cadere in un vecchio riflesso condizionato,
presente in una parte della sinistra. Di fronte alla riluttanza
dell’avversario a praticare certe regole, si ritiene molto radicale la
scelta di distruggere quelle regole in anticipo. La situazione
generale dimostra ancora di più e non di meno che c’è bisogno di un
sistema di relazioni industriali, come quello stabilito nel 1993. Il
fatto che siano rimasti bloccati per due anni i contratti del pubblico
impiego è la dimostrazione che allora bisognava abolire questi
contratti o che, invece, questi contratti sono ancora uno strumento
ingombrante, ma ingombrante solo per la destra e per la Confindustria?»
C’è chi teorizza che, soprattutto sul piano salariale, le procedure
firmate nel 1993 finiscono col burocratizzare l’iniziativa sindacale,
erodendo il salario rispetto all’inflazione…
«Nel medio periodo c’è stato un aumento del salario reale, senza
calcolare l’incidenza della contrattazione articolata. Io sono sempre
stato molto preoccupato di una possibile centralizzazione
contrattuale, come quella tentata nel 1984 con il governo Craxi.
Allora davvero si delineò un disegno del genere. Non passò perché
Craxi vi rinunciò. Nel 1993 c’è stata, invece, un’ipotesi che
ridefiniva le regole della contrattazione nazionale e riproponeva la
contrattazione nei luoghi di lavoro, ufficializzava la creazione di
rappresentanze sindacali in tutti i luoghi di lavoro».
L’osservazione che si fa è che la contrattazione articolata riguarda
solo una ristretta minoranza del mondo del lavoro. È così?
«Nell’accordo del 1993 si parla anche di contrattazione territoriale.
Tale tipo di contrattazione esiste, del resto, come tradizione, in
alcuni settori: nel tessile, nella ceramica, in alcune zone come
Carpi. Per non parlare dei contratti a livello territoriale con
l’artigianato. È presente, nell’accordo del 1993, una necessità e una
potenzialità che bisogna saper utilizzare, ad esempio su una materia
fondamentale come quella della formazione. È chiaro che solo la
contrattazione territoriale può dare dei risultati efficaci. Siamo di
fronte, ancora una volta, ad una debolezza del sindacato. Non è colpa
dell’accordo».
Questo vale anche come obiezione a chi, come Pierre Carniti, accusa di
aver burocratizzato l’iniziativa sindacale, facendo venir meno il
ruolo positivo del conflitto?
«Le cause sono nel non aver sostenuto le vere riforme che si possono
applicare all’accordo del 1993. Esse riguardano i contenuti del
contratto collettivo. Le politiche degli orari e del tempo, ad
esempio, essendo impraticabili a livello generale, dovrebbero
diventare materia della contrattazione decentrata, d’azienda e di
territorio. Oggi su questo c’è la paralisi. Se c’è una riforma da fare
è quella di assegnare alla contrattazione decentrata materie come
l’orario e la formazione e su queste impiantare effettivamente
un’iniziativa rivendicativa. Io penso che la formazione nell’intero
arco della vita sia il primo impegno per un sindacato degno di questo
nome».
Nessun addio all’accordo del ’93 dunque?
«Scegliere noi la legge della giungla mi sembra una linea
assolutamente suicida. Mi ricorda Enrico Toti, quando getta la
stampella in faccia al nemico. Un atto disperato».
Oggi, in ogni caso, accordi del genere di concertazione appaiono
irripetibili.
«Fino a quando esiste un governo come quello che abbiamo è difficile
ipotizzare qualcosa del genere. Infatti questo governo è stato il
primo a dichiarare che la concertazione era morta. Non c’è davvero la
volontà di arrivare ad un rilancio di un’esperienza come quella del
1993».
Per il sindacato, però, sarebbe necessario un rapporto anche con
questo governo.
«Certamente. Oggi, purtroppo, siamo di fronte ad una caricatura della
concertazione. Prevalgono logiche opposte a quelle del 1993. Il
governo informa e poi decide, per non parlare di quando decide senza
nemmeno consultare. Come è stato tentato di fare per quanto riguarda
le pensioni. Anche sul mercato del lavoro ci sarebbe bisogno di un
confronto politico a cento ottanta gradi. L’operazione punta ad un
rapporto di lavoro individuale e precario. Una linea che non ha nulla
a che vedere, contrariamente a quanto proclamato, con gli orientamenti
di politica sociale dell’Unione europea espressi del Parlamento e
dalla stessa commissione esecutiva. Basti pensare che per intere
figure contrattuali, come nello staff leasing, scompare qualsiasi
rapporto tra il lavoratore e l’imprenditore. Quel che però spaventa di
più, in quest’impostazione, è il fatto che è del tutto assente il
volano della formazione».
Sono misure che hanno a che fare con l’aumento dell’occupazione?
«È flessibilità per risparmiare, per ridurre l’occupazione, non per
aumentarla. Siamo in un periodo in cui sotto tiro non sono più solo i
cinquantenni ma i quarantacinquenni. La possibilità di assumere a
tempo determinato una forza lavoro più giovane, magari con un minimo
di bagaglio professionale, vuol dire accelerare l’espulsione di forza
lavoro più anziana che non si vuole riqualificare perché costerebbe
troppo. C’è la necessità di una politica dell’invecchiamento attivo.
Ossia facilitare il prolungamento volontario dell’attività lavorativa,
sostenendola con una politica di formazione e di riqualificazione del
lavoratore e premiando il prolungamento dell’età lavorativa, anche in
termini di valore della pensione. La condizione per iniziare qualsiasi
discorso riguarda, però, il comportamento delle imprese. Che senso ha
prolungare l’attività lavorativa, se l’impresa ti caccia a 45 anni e
ti prospetta la disoccupazione di lunga durata fino ai 65 anni? È
stato posto giorni fa, alla commissione Occupazione e affari sociali
del Parlamento europeo il problema delle politiche atte a
disincentivare l’espulsione delle categorie deboli dal mercato del
lavoro. Il ministro Roberto Maroni ha risposto che su questa materia
il governo non intendeva assolutamente intervenire». |