SPECIALE

IRAQ / La guerra e il movimento per la pace

PRIMA

 

Attacco all'Iraq

Emergenza umanitaria: punto di non ritorno nel paese dei bambini

Dopo sette anni di conflitto con l’Iran, dopo 12 anni di embargo e a più di venti giorni dallo scoppio della guerra preventiva di Bush junior l’Iraq è un paese in ginocchio, in cui la parola emergenza significa in realtà il suo contrario: tragica, disperata quotidianità. Mentre si consuma il passaggio dal regime di Saddam al protettorato americano, mentre si continua a combattere, la popolazione irachena è ogni giorno di più allo stremo; ma il peggio è che – come denunciano tutte le organizzazioni umanitarie – è difficilissimo aiutarla. Gli anglo-americani, che hanno puntato dritto su Baghdad limitandosi a spezzare la resistenza dell’esercito iracheno, si sono lasciati alle spalle una terra di nessuno immensa, dove regnano l’anarchia e i predoni. Quasi impossibile, in queste condizioni, attivare i corridoi umanitari per il recapito alla popolazione civile del minimo indispensabile per sopravvivere. Così per giorni, ad esempio, gli aiuti umanitari raccolti dall’Unicef e da altre organizzazioni sono stati bloccati al confine tra Kuwait e Iraq dalle truppe alleate. “Doni” indispensabili per sopravvivere: scorte alimentari, cloro e compresse per la depurazione dell’acqua (a Bassora ce n’è sempre meno, di acqua, e gli abitanti ormai usano quella del fiume, con inevitabili conseguenze infettive), medicamenti, antibiotici.

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Il governo punta al modello americano

Ministero della Difesa o della Guerra? A giudicare dagli ultimi avvenimenti di cronaca, il dubbio è più che lecito. Il 7 marzo a Pavia il direttore dello stabilimento militare ha negato l’autorizzazione a svolgere un’assemblea dei lavoratori sulla pace. Qualche giorno dopo, a Noceto di Parma, al rappresentante Cgil è stato ordinato di rimuovere dalla bacheca sindacale il vessillo arcobaleno. L’episodio più grave, tuttavia, è avvenuto a Cagliari, lo scorso 18 marzo: il segretario generale della Funzione pubblica Cgil è stato fermato e identificato dai carabinieri per aver riaffisso in bacheca la bandiera della pace, rimossa in precedenza dai vertici militari del centro di medicina legale della città sarda. “Con le nostre iniziative – spiega Fabrizio Rossetti, responsabile della Difesa per la Fp Cgil nazionale – ci battiamo per la tutela dei valori sanciti dalla Costituzione, che prevede un sistema di difesa nazionale e non la partecipazione, più o meno mascherata, con la formula della “non belligeranza”, ai conflitti nel mondo”.

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Piena di violazioni, la battaglia per Baghdad

L'ospedale bombardato? Violazione delle Convenzioni di Ginevra. La famiglia trucidata al posto di blocco? Violazione delle Convenzioni di Ginevra. I guerriglieri feddayn travestiti da passanti bisognosi? Violazione delle Convenzioni di Ginevra. Mine antiuomo e bombe a grappolo? Violazioni di un paio di trattati internazionali e, per chi non l'avesse ancora capito, delle Convenzioni di Ginevra. E la lista degli abusi, degli scavalcamenti bellici al diritto internazionale non finisce qui: potremmo aggiungere l'arruolamento di minorenni (praticato sia dagli iracheni sia dagli americani), il bombardamento della sede della televisione a Baghdad, o anche il fuoco di missili degli alleati sulle aree rurali. Ogni giorno che passa il conflitto in Iraq si arricchisce di un nuovo crimine di guerra degno di un tribunale che lo giudichi e punisca. Ma quel tribunale probabilmente non ci sarà mai. Di cosa stiamo parlando? Dello scontro impari tra due forze: da un lato la violenza di una guerra sempre più unfair; dall'altro i diritti degli uomini e delle donne, dei civili e dei prigionieri, assicurati dalle quattro Convenzioni firmate a Ginevra nel 1929 e nel 1949 e dai due Protocolli aggiuntivi del 1977.

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Solo l'Unione politica può fermare l'unilateralismo di Bush

“E invece ora è la guerra: senza se e senza ma”. Nel chiedere a Bruno Trentin un giudizio sulle conseguenze che il fallimento europeo di fronte al conflitto potrebbe avere sulle prospettive del processo d’integrazione, è d’obbligo partire da qualche considerazione sulla grande ondata di protesta che ha preceduto e accompagnato l’invasione dell’Iraq, dalla novità rappresentata dal movimento – anzi dei movimenti – per la pace. Nella risposta dell’ex segretario generale della Cgil – oggi parlamentare europeo – è chiara, insieme all’amarezza per quanto sta accadendo, anche una nota polemica. Non nei confronti dei movimenti, di cui Trentin sottolinea tutta la straordinaria ricchezza, ma delle forze che con i movimenti sono entrate in relazione. Anche la Cgil, ci dice sorridendo.

Trentin Alcune posizioni politiche mi sono apparse un po’ unilaterali. Opporsi era doveroso. Abbiamo però sottovalutato la necessità di difendere sino in fondo quelle regole elementari del diritto internazionale che gli Stati Uniti avrebbero poi violato con la loro decisione; regole di cui l’Onu è garante. Nel momento in cui abbiamo detto, o lasciato intendere, che Nazioni Unite o non Nazioni Unite le cose erano le stesse, è come se ci fossimo tagliati i ponti alle spalle. Certo, scommettere sul Consiglio di sicurezza era un rischio: gli Usa stavano esercitando una pressione fortissima nei confronti di paesi – penso al Messico, al Cile – in grandissime difficoltà finanziarie. Eppure, al ricatto di Bush questi paesi hanno avuto la forza di dire no. Adesso c’è il problema di riconvertire un grandissimo movimento di massa, in Europa e nel mondo, verso un obiettivo politico – ripeto: politico – che è la vera arma nei confronti della politica imperiale degli Stati Uniti: il ristabilimento delle basi minime del diritto internazionale.

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Bush sotto accusa nell'America on line

Si chiama "VoteToImpeach" , vota per l'incriminazione, il sito americano che spinge all'estremo la protesta di quanti vedono nella guerra di Bush un intollerabile strappo ai principi democratici e alla Carta costituzionale. E a formulare i capi d'accusa per l'impeachment non è uno sconosciuto estremista ma l'ex General Attorney, ministro della giustizia, dell' amministrazione Johnson, Ramsey Clark. E l'atto di accusa non si ferma al presidente ma è esteso al vice presidente Cheney, al Secretary of Defense Rumsfeld, e all'Attorney General Ashcroft. Il sito raccoglie le firme e chiede fondi per la campagna.

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Salvate il pacifista Karol

Wojtyla guarda lungo e non vede l’uscita del tunnel. I dati del campo - non solo gli esiti dello scontro tra eserciti ma i moti dell’animo, i risentimenti e gli odii che nascono o si rinfocolano - gli suggeriscono foschi scenari, non escluso il trasformarsi della tragedia umana in atto in una catastrofe religiosa, il tutti contro tutti, cristiani e musulmani divisi da una profonda linea di sangue, il Dio contrapposto e nemico, fine di una civiltà. La guerra dell’Iraq può esserne l’inizio.

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Gli intellettuali e la guerra

Not in my name

La storia dell'opposizione alla guerra comincia molto prima dell'attacco all'Iraq, quando nessun civile aveva ancora perso la vita e nessun mercato di Bagdad era ancora stato bombardato. E' stato un "no" forte e deciso, che si è sviluppato all'interno delle accademie letterarie, fra colpi di editoriali ed interviste nei maggiori quotidiani americani; ogni mezzo si è rivelato lecito, ultimo in ordine di tempo la platea dell'Academy Awards durante la notte degli Oscar.

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LINK

Il testo della risoluzione Onu 1441
Dichiarazione comune Franco- Russo-Tedesca
10 febbraio

Riunione a Bruxelles
del Consiglio Europeo
17 febbraio

Berlusconi
al Senato
19 febbraio

Camera
dei Deputati dibattito sull’Iraq

19 febbraio

Mozione unitaria dell’Ulivo
19 febbraio

Summit Azzorre
Dichiarazione atlantica
Una Prospettiva per l'Iraq e per il Popolo iracheno
Impegno a favore della Solidarietà Transatlantica
18 marzo
Crisi irachena, discussione
alla Camera
19 marzo
Intervento
di Berlusconi
alla Camera
Intervento
di Fassino
alla Camera
Intervento
di Rutelli
alla Camera