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La riforma delle pensioni

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L'equilibrio ritrovato

I meccanismi attuali

Il diritto 
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Analisi

La controriforma

 

a cura di Ottavio Di Loreto e Guido Girolami
Dipartimento previdenza Spi Cgil

 

Per un corretto e compiuto esame delle proposte sulle pensioni contenute nella manovra economica (Finanziaria 2004, decretone e delega per l’ulteriore riforma del sistema pensionistico), non si può prescindere da alcune considerazioni preliminari.

1) Sia il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, istituito con la legge n. 335/1995 di riforma del sistema pensionistico, sia la commissione ministeriale, presieduta dal sottosegretario Brambilla, hanno confermato che gli interventi adottati nel 1992 (Dlgs n. 503/92), nel 1995 (legge n. 335/95, conosciuta come riforma Dini) e nel 1997 (art. 59 della legge n. 447/97) hanno realizzato una sostanziale stabilità tra spesa per pensioni e Pil per cui non vi è alcuna “emergenza pensioni”; un lieve scompenso è previsto tra quindici-vent’anni ma la stessa riforma del ’95 prevede già che “sulla base delle rilevazioni demografiche e dell’andamento effettivo del tasso di variazione del Pil di lungo periodo (...) il ministro del Lavoro e della previdenza sociale, sentito il Nucleo di valutazione (...), sentite le competenti Commissioni parlamentari e le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori maggiormente rappresentative sul piano nazionale, ridetermina, ogni dieci anni, il coefficiente di trasformazione”: poiché il primo decennio scade nel 2005, non si comprende quale necessità c’era d’intervenire oggi. Peraltro, l’entità della spesa per pensioni è valutata al lordo dell’imposizione fiscale; quindi, della somma per pensioni di cui si parla, una quota non inferiore a 25 miliardi di euro resta nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef: ciò, nel sistema a ripartizione, significa che una corrispondente somma della contribuzione previdenziale anziché andare ai pensionati sotto forma di pensione va a incrementare l’Irpef.

2) L’età di accesso alla pensione da parte dei lavoratori italiani è nella media europea e non meno della metà delle pensioni di anzianità (che abbassano la media dell’età) derivano dai decreti dello stesso ministro del Lavoro il quale, accogliendo le richieste delle aziende, concede la mobilità di “accompagno al pensionamento”; non pochi, quindi, sono i pensionamenti di anzianità derivanti da forti incentivazioni delle aziende che vogliono liberarsi di lavoratori appunto anziani: se vi fossero adeguati ammortizzatori sociali, la spesa che va sotto la categoria “pensioni” potrebbe essere più contenuta.

3) Nella legge 421/1992, con la quale il legislatore delegò il governo ad adottare provvedimenti “per il riordino del sistema previdenziale”, all’art. 3, comma 1, lettera n), tra i princìpi e criteri direttivi era previsto fra l’altro, di elevare da 35 a 36 anni il requisito contributivo per il diritto alla pensione di anzianità. La mobilitazione dei lavoratori impedì la concretizzazione di quella delega individuando soluzioni diverse: riproporre oggi l’aumento del requisito dei 35 anni appare una provocazione.

Ciò premesso, nel merito delle proposte va rilevato innanzitutto che resta l’intento di ridurre di cinque punti percentuali la contribuzione previdenziale relativa ai nuovi assunti; tale provvedimento, indipendentemente dalle varie formulazioni legislative e propagandistiche, è destinato a ridurre sensibilmente le entrate per finanziare il pagamento delle pensioni mettendo in discussione la sopravvivenza dello stesso sistema pensionistico.

Circa l’incentivo a protrarre il rapporto di lavoro oltre la prima decorrenza possibile, ne può essere condiviso l’intento ma non è accettabile la soluzione proposta. L’incentivo risulta effimero in quanto, a fronte dell’aumento della retribuzione per alcuni mesi si avrà una pensione d’importo ridotto per il resto della vita. Inoltre viene violato un importante principio consentendo di non assoggettare a contribuzione il reddito di lavoro ed è di dubbia legittimità costituzionale (articolo 53, comma 1 della Costituzione) l’esclusione dall’imposizione fiscale di una quota del reddito di lavoro. Meglio sarebbe un adeguato aumento dell’aliquota di rendimento per coloro che protraggono il rapporto di lavoro oltre la prima decorrenza possibile del pensionamento.

Per quanto riguarda l’aumento del requisito dell’anzianità contributiva, per l’accesso alla pensione di anzianità, da 35 a 40 anni “a decorrere dal 1° gennaio 2008”, si è già detto in premessa; va precisato inoltre che, per effetto delle “finestre”, tale modifica interesserà anche i lavoratori dipendenti che matureranno gli attuali requisiti (35 anni di anzianità contributiva e 57 anni di età) dopo il 30 giugno 2007 o la maggiore anzianità contributiva (39 anni) dopo il 31 dicembre 2006 e i lavoratori autonomi che matureranno gli attuali requisiti (35 anni di anzianità contributiva e 58 anni di età) dopo il 31 marzo 2007. Va evidenziato inoltre che la prevista “certificazione del diritto a pensione” fa salvi gli interessati “da ogni modifica della normativa successiva alla certificazione stessa” ma non da quella dell’elevamento a 40 anni del requisito dell’anzianità contributiva già vigente alla data della certificazione; pertanto anche chi è “certificato”, se non ottiene la pensione entro il 1° dicembre 2007, sarà soggetto al nuovo requisito dei 40 anni.

Con gli ultimi ritocchi all’emendamento approvato dal consiglio dei ministri è prevista la possibilità di accedere alla pensione di anzianità con il requisito dei 35 anni di anzianità contributiva e l’età di 57 anni per i lavoratori dipendenti e 58 anni per i lavoratori autonomi fino al dicembre 2015 ma a condizione che il lavoratore opti per la liquidazione del trattamento pensionistico secondo le regole dal calcolo contributivo. In proposito va rilevato che, con l’articolo 2 del decreto legge n. 355/2001, la facoltà di opzione è stata limitata a coloro che alla data del 31 dicembre 1995 potevano far valere un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni: perciò si renderebbe necessario ripristinare tale diritto per tutti. Inoltre, con l’articolo 1 dello stesso Dl, è stato introdotto un complesso meccanismo di riduzione dell’anzianità contributiva anteriore al 1996 per cui l’importo della pensione, calcolata con il sistema contributivo a seguito dell’opzione, risulterebbe inferiore, rispetto al calcolo retributivo, di almeno il 15-20 per cento; il danno è destinato a incrementarsi per effetto della perequazione al costo della vita. Ciò significa che nessun lavoratore potrà fare volontariamente tale scelta con la conseguente abolizione, di fatto, della pensione di anzianità (checché ne dica  Bossi); resta, però, una micidiale arma nelle mani dei datori di lavoro che intendono liberarsi dei lavoratori anziani.

Ancora più odiosa e incomprensibile risulta la modifica, con effetto dal 1° gennaio 2008, dei requisiti di età per l’accesso alla pensione calcolata interamente con il sistema contributivo. Con la legge n. 335/1995 era stato introdotto il “pensionamento flessibile” lasciando la facoltà al lavoratore di pensionarsi tra il 57° e il 65° anno di età. Ai fini dell’onere pensionistico la diversa età di pensionamento non comporta alcun effetto economico in quanto i coefficienti di trasformazione del montante sono riferiti all’età posseduta alla data di decorrenza della pensione: l’importo della pensione risulta inversamente proporzionale al numero di anni di speranza di vita alla data del pensionamento. A quale logica obbedisce l’abolizione di questo meccanismo di civiltà elevando al 65° anno di età (60 per le donne) il requisito per accedere alla pensione con il calcolo contributivo? Inoltre, come si concilia questa modifica con la deroga che consentirebbe di continuare ad accedere al pensionamento all’età di 57 anni per i lavoratori dipendenti e 58 anni per i lavoratori autonomi, in presenza dei 35 anni di anzianità contributiva, a chi opta per il sistema contributivo? Proposte così contraddittorie sembrano fatte per poter propagandare ciò che interessa rispetto all’uditore al quale è rivolta la propaganda stessa. Questo giochino può funzionare in una realtà fatta di sudditi ma i lavoratori italiani sanno valutare con la propria testa.

Nella delega verrebbe inserita anche la previsione secondo la quale si dovrebbero eliminare i diversi sistemi di calcolo vigenti nelle varie gestioni eliminando, così, il calcolo delle pensioni nelle “quote” che, facendo salvo quanto già maturato alla data delle modifiche intervenute, stanno consentendo una ragionevole gradualità nel processo di armonizzazione. Il limite estremo (ammesso che per questo governo esista) è costituito dalla formulazione dell’art. 47 del “decretone” pubblicato sul Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale del 2 ottobre con il quale, oltre ad altre assurdità, è stabilito che “a decorrere dal 1° ottobre 2003, il coefficiente stabilito dall’art. 13, comma 8, legge 27-3-1992, n. 257, è ridotto da 1,5 a 1,25. Con la stessa decorrenza, il predetto coefficiente moltiplicatore si applica ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime”. Com’è noto  alla data del 1° ottobre si è aperta una “finestra” per l’accesso alla pensione di anzianità e molti lavoratori, che avevano avuto il riconoscimento dell’esposizione alle fibre di amianto per un periodo superiore a dieci anni, avendo maturati i requisiti per la pensione di anzianità, si sono licenziati. Per effetto di questa disposizione ora si trovano senza retribuzione e senza pensione. In fase di conversione in legge la norma sarà sicuramente cambiata ma, nell’attesa, cosa ne sarà di loro? Interessati (drammaticamente) alla modifica anche coloro che, tenendo conto della maggiorazione già riconosciuta, hanno risolto il rapporto di lavoro e ora sono in mobilità o stanno versando volontariamente i contributi in attesa di perfezionare il requisito contributivo o di età. Peraltro, poiché dal 2008 per accedere alla pensione di anzianità saranno necessari quarant’anni di contributi, la maggiorazione non avrà più efficacia neanche ai fini del calcolo della pensione.

(Rassegna sindacale, n. 37, ottobre 2003)

TABELLE

Requisiti
per il diritto
alla pensione e per la decorrenza (.doc)

1, Requisiti
per i dipendenti
col sistema
retributivo o misto

2, Requisiti
per lavoratori autonomi
col sistema retributivo o misto

3, Prima decorrenza possibile per i dipendenti con sistema retributivo o misto

4, Prima decorrenza possibile per
gli autonomi col sistema retributivo o misto

5, Requisiti
col sistema contributivo