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Una ricerca 
sull'assistenza 
agli anziani non 
autosufficienti

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Spi Cgil / Una ricerca sull'assistenza agli anziani non autosufficienti

Un sistema inadeguato

Sale la quota degli immigrati che si dedicano all'assistenza privata degli anziani: dai 216.000 del 1991 si è passati ai 230.000 del 1999. Mentre nei primi anni '90 gli italiani rappresentavano l'80%, attualmente si attestano appena al 50%. Sono queste alcune indicazioni che arrivano dalla ricerca curata per conto dello Spi-Cgil dal Politecnico di Milano sull'assistenza privata in Italia e in Europa. E la crescita di presenze di extracomunitari se da una parte soddisfa una domanda crescente che non trova soddisfazione nella struttura pubblica, dall'altra però avviene in maniera del tutto irregolare.

Un nuovo ''proletariato dei servizi'', come lo definisce la ricerca, si sta
affacciano di fatto nella società. E' composto generalmente da lavoratori soprattutto immigrati che svolgono attività precarie scarsamente garantite e dequalificate. Per gli stranieri, che non possiedono permesso di soggiorno, si tratta di lavoro irregolare e sommerso. Per i lavoratori italiani, soprattutto donne, si tratta di collaborazioni che integrano il reddito familiare, senza contrarre vincoli con i datori di lavoro e senza sostenere gli oneri fiscali connessi ad un lavoro regolare. La percentuale più alta di stranieri si concentra al Nord, in particolare in Lombardia, a Milano. Si tratta per la maggior parte di sudamericani e filippini. Prevalgono, tra i lavoratori domestici, le presenze femminili.

La natura sommersa del 'care' privato fa sì che l'assistenza si sviluppi al di fuori della rete di sostegno a favore degli anziani non autosufficienti, con frammentarietà e un vuoto di relazioni e di coordinamento con lo sviluppo dei servizi pubblici territoriali. Manca una programmazione complessiva in riferimento ai contenuti del lavoro di cura, alla qualità delle prestazioni e alla professionalità dei 'caregivers'. La domanda e l'offerta si Il lavoro domestico ed il lavoro di cura rappresentano una grande opportunità occupazionale per gli immigrati, soprattutto nell'Europa meridionale -spiega la ricerca dello Spi-Cgil-. Ne e' scaturito un quesito: se sia l'immigrazione irregolare ad incentivare l'economia sommersa, o se invece sia l'economia del Sud Europa caratterizzata da molto lavoro irregolare ad attrarre i lavoratori immigrati. La seconda tesi sembra più attendibile dell'altra, perchè consente un inserimento sociale, anche in assenza di documenti.

I percorsi di vita degli immigrati comunque sono legati a progetti migratori che, se hanno il carattere della temporaneità, inducono ad accettare lavori umili e mal retribuiti, anche irregolari. L'aspettativa di questi lavoratori stranieri è il rientro in patria, dopo aver accumulato le risorse necessarie. Se invece il progetto migratorio è definitivo, si cerca una sistemazione regolare che comprende anche la regolarizzazione del rapporto di lavoro. Il ricorso al care privato, in Italia, non confligge con le forme di solidarietà familiare che, per tradizione, nel passato si sono manifestate attraverso l'impegno diretto ed esclusivo delle donne. Le responsabilità familiari sono sempre presenti, con l'acquisto e l'organizzazione di prestazioni di cura, finanziate in parte anche dai figli o altri familiari.

L'impostazione dei sistemi di cura prevalente in molti paesi prevede che la componente sanitaria dell'assistenza di lungo periodo sia coperta da fondi pubblici, spesso gestiti a livello centrale e finanziati da una tassazione generale, mentre l'assistenza sociale quotidiana rimane prevalentemente a carico delle famiglie. L'assistenza residenziale e domiciliare ha il suo peso, pur con alcune differenziazioni che fanno capo a tre raggruppamenti: il Sud Europa e l'Irlanda dove l'offerta pubblica è minima; la maggior parte dei paesi del Centro Europa dove l'assistenza domiciliare, pur essendo sviluppata, rimane ancora una categoria residuale; la Scandinavia dove in teoria l'assistenza domiciliare è parte costitutiva del welfare statale e si caratterizza come diritto acquisito.

Dati ancora più recenti segnalano l'Austria come la nazione più avanzata nel settore dell'assistenza domiciliare (24% di anziani), seguita da Danimarca (20%), Norvegia, Olanda, Svezia e Finlandia (11-16%). Anche la Germania evidenzia un forte incremento rispetto a pochi anni fa con il 10% di copertura della popolazione anziana, mentre il Regno Unito si attesta su quote che non superano il 6%. In alcuni paesi del Centro Nord, quali la Francia, la Germania, l'Austria, l'Olanda e la Gran Bretagna, si stanno sperimentando forme di protezione per i non autosufficienti basate sulla tassazione generale o su forme assicurative. Anche nei paesi dove i programmi pubblici sono molto sviluppati, la percentuale di assistenza cosiddetta 'informale', organizzata dai congiunti delle persone anziane non autosufficienti si attesta tra il 75-80%.

Per quanto riguarda la partecipazione alle spese dei vari tipi di servizio anche istituzionalizzato, in alcuni paesi non vengono richieste forme di compartecipazione economica alle famiglie, mentre in altri, tra cui l'Italia, la partecipazione è variabile, sulla base del reddito. Sotto il profilo occupazionale, il trend di crescita dei lavoratori occupati nell'assistenza agli anziani è notevole in tutti i paesi europei, per l'aumento della domanda di servizi. Tuttavia, c'è il rischio che, a causa di risorse finanziarie limitate, si finisca con l'incentivare il lavoro di cura meno qualificato e meno costoso. Spesso irregolare.

(10 gennaio 2003)

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