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Bilancio partecipativo: platea sempre 
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Welfare dei Comuni

Bilancio partecipativo: 
platea sempre più affollata

di Tarcisio Tarquini

 

“Stanno tornando le caravelle”. Giovanni Allegretti, uno dei primi studiosi italiani ad affrontare in modo sistematico le tematiche della democrazia partecipata, è ricorso a questa felice espressione per sintetizzare quello che sta avvenendo. E cioè l’arrivo nella vecchia Europa, mezzo millennio dopo il viaggio di Colombo, di suggestioni, esperimenti, modelli istituzionali nati nelle lontane Americhe e destinati, per molti,

a rivitalizzare l’esausta democrazia del nostro vecchio continente. In Italia, i fans del bilancio partecipativo, strumento cardine del rinnovamento della democrazia locale nato appunto in Brasile più di un decennio fa, diventano ogni giorno una pattuglia sempre più folta. A Piacenza, dove si è tenuta la prima assemblea dei Comuni che lo adottano (il 18 ottobre scorso, sotto l’egida delle municipalità di Piacenza e Pieve Emanuele), le amministrazioni presenti erano una sessantina, altrettanti i circoli e le associazioni di città in cui l’argomento è stato messo all’ordine del giorno ed è diventato oggetto di appassionate discussioni.

Allegretti ha ricordato ai partecipanti all’assise piacentina che non sono né i soli né i primi in Europa. E ha portato a riprova qualche esempio. In Inghilterra, a Manchester, l’idea del bilancio partecipativo è venuta a un’associazione della chiesa protestante che l’ha proposta al Comune, ricevendone un netto rifiuto. L’associazione ha deciso perciò di applicare lo strumento a se stessa e alle altre organizzazioni della zona per stabilire la ripartizione dei finanziamenti erogati dal governo per sostenere programmi di empowerment dei cittadini. L’esperienza è riuscita, dimostrando che le risorse pubbliche possono essere sottratte al peso delle lobby e delle clientele; il successo è stato tanto clamoroso da convincere la stessa amministrazione civica a sperimentare il bilancio partecipativo in un quartiere del vecchio agglomerato operaio. In Germania un primo gruppo di amministrazioni si è cimentato nell’impresa già alla fine del decennio scorso nella Foresta Nera; una seconda ondata ha coinvolto più di recente i centri del Nord Reno Westfalia e città fino a 190mila abitanti. L’aspetto da sottolineare nell’esperienza tedesca è che il bilancio partecipativo viene utilizzato anche da amministrazioni governate da maggioranze della Cdu, che ne hanno colto e valorizzato soprattutto le potenzialità tecniche.

Il richiamo a un uso “non ideologico” dello strumento non è caduto nel vuoto; al contrario, a Piacenza, è emersa per la prima volta con nettezza la doppia anima del movimento degli enti locali italiani partecipativi. Da una parte, i sostenitori di una lettura ideologica della partecipazione, per fondare una nuova teoria generale della politica (così si era espresso in un’altra occasione Giorgio Ferraresi, professore al Politecnico di Milano, che a Piacenza ha invitato a porsi “la questione del potere” per dare senso “all’entrata in campo di una nuova soggettività sociale”); dall’altra la posizione di alcuni sindaci che guardano alla partecipazione come a un metodo universale, non connotato politicamente, di governo delle città grazie al quale si può conseguire un fatto  “neutro” e positivo in sé: il coinvolgimento sistematico dei cittadini nelle decisioni, quali ne siano poi gli esiti. Esemplari di questi due approcci estremi gli interventi dell’assessore di Venezia, Beppe Caccia, e dell’assessore di Pescara, Edoardo De Blasio, esponente della neoeletta giunta di centrosinistra. Quest’ultimo ha ricordato che i primi passi delle pratiche partecipative nel capoluogo abruzzese hanno incontrato il consenso “sia pure strumentale” dell’opposizione, interessata a creare contraltari al potere amministrativo. Il primo ha bollato invece questo tipo di posizioni come “decoubertiniane” (“l’importante è partecipare”). “Le pratiche della democrazia partecipata funzionano – ha osservato – se si intrecciano creativamente con il conflitto e le motivazioni sociali da cui i conflitti nascono”. Se non è così “si rischia l’asfissia delle pratiche partecipative fin qui effettuate”. La platea ha equanimemente applaudito le ragioni dell’uno e dell’altro, dimostrando che le idee sulla questione non sono ancora definite.

Un chiarimento arriverà, comunque, già dal prossimo appuntamento di Empoli (8 novembre), dove si costituirà l’Associazione del Nuovo Municipio. In quella sede, si può prevedere, le adesioni saranno meno ecumeniche. La Carta di intenti (approvata al Social Forum di Firenze nel marzo scorso) che definisce l’identità della nuova associazione assume il bilancio partecipativo “come riferimento non a un modello dato” ma come sperimentazione legata alle “peculiarità locali, sociali, ambientali, di tradizione civica e di esperienze partecipative appartenenti a ciascun contesto”. E precisa che esso “non può limitarsi alla redistribuzione delle risorse pubbliche disponibili, ma deve riguardare le scelte che producono nuova ricchezza per renderla socialmente disponibile”.

(Rassegna sindacale, n.40, ottobre 2003)

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Ediesse

La città che partecipa. Una guida al bilancio partecipativo