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“E’un
problema di democrazia sostanziale, quello del linguaggio”. Il
burocratese, in particolare. Secondo il professor Stefano Sepe, docente
presso la Scuola superiore di Pubblica amministrazione, è da Gramsci
che si può partire per spiegare l’antico vizio: “A differenza dei
funzionari francesi e inglesi, che scrivono per il popolo, quelli
italiani scrivono per i propri superiori” (Quaderni dal carcere).
Vizio di forma, è il caso di dire, ma anche di sostanza: “C’è
l’attitudine a non capire che si è al servizio dei cittadini –
spiega Sepe –: la burocrazia parla male, in maniera criptica, ed è
necessario invece rendere comprensibile il linguaggio scritto, che
tratta i doveri e i diritti delle persone”.
Per
colmare questa distanza tra utenti e amministrazione, lo scarto tra
norma e applicazione che ha visto tutti, prima o poi, cadere analfabeta
su righe incomprensibili, c’è chi studia ed elabora veri e propri
manuali. Anni fa – dieci – il ministro Sabino Cassese mise a punto,
con Tullio De Mauro, un Codice di stile per aiutare i burocrati a
esprimersi in modo più comprensibile e liberarsi dai lacci del
giuridichese; nel 1997, Bassanini ministro, uscì per Il Mulino un
manuale, dedicato stavolta anche ai cittadini. Il Dipartimento della
Funzione pubblica inventò poi il progetto Chiaro, a cui era collegato
un premio che serviva a monitorare i nuovi testi prodotti dalle
amministrazioni e a segnalare, tra queste, le più moderne. Il Chiaro,
con il centrodestra sostenuto da Frattini – in continuità con
i governi dell’Ulivo –, è stato sospeso poi, senza spiegazioni,
dall’attuale ministro Mazzella. Oggi, tutto quel patrimonio nato
dalla collaborazione tra esperti della lingua italiana, e della
pubblica amministrazione, che fine ha fatto? È stato dimenticato? E
chi è che parla in modo oscuro? Chi dice ancora, ad esempio, “porre
in essere”? Forse chi ha studiato legge con troppa dedizione. È
questa infatti una delle prime tare della classe sotto esame. Il
professor Sepe ha condotto delle ricerche sulla formazione dei
burocrati dagli anni 60 a oggi, constatando che la maggior parte di
loro viene, appunto, da quegli studi. “Continua a dominare la cultura
giuridica, con il linguaggio conseguente”. Ma un conto è tradurre
una legge da atto parlamentare nei codici, un altro è tradurla dai
codici nella lingua dei comuni mortali. Se per esempio un testo
scientifico può permettersi un certo ermetismo perché dedicato agli
studiosi di un genere piuttosto che di un altro, la legge, la norma, il
regolamento, rivolgendosi a tutti dovrebbero a tutti poter essere
comprensibili. Detto così sembra lapalissiano, ma basta guardare
l’ultima multa ricevuta e non lo sarà più.
A
suo tempo De Mauro sosteneva fossero sufficienti tremila vocaboli per
parlare in modo chiaro: il dizionarietto che ne risultò fu inserito in
appendice al Codice del ’93, con qualche ingenuità. Si vuol forse
insegnare ai funzionari a leggere e scrivere; o sostenere che possa
esistere un unico linguaggio adatto a tutte le occasioni?
L’antibabele, insomma, che risultati ha ottenuto?
Alfredo
Fioritto, professore di diritto amministrativo all’Università
dell’Aquila e soprattutto curatore del codice apripista e del
manuale, sostiene che qualche passo da allora è stato fatto ma che
“questi volumi sono serviti innanzi tutto a dare dignità al
problema: prima, infatti, il linguaggio era un problema inesistente,
oggi invece amministratori e dirigenti se ne devono occupare”.
Onore
al merito dunque; ed ereditando quel patrimonio, oggi il Comune di Roma
ci riprova: a cura del Campidoglio è infatti in uscita un manuale, con
tanto di Cd rom allegato per stare al passo coi tempi. Lo scopo è
sempre lo stesso, invitare gli impiegati a liberarsi della rigidità di
un linguaggio degno dei corridoi kafkiani. Con questo non si vuol certo
trasformare gli impiegati in letterati ma, secondo il progetto
dell’assessore Mariella Gramaglia, aiutarli a superare una certa
diffidenza nei confronti dei meccanismi della comunicazione, vista
troppo spesso come “simulacro” della fredda realtà di un
documento. Ma la forma è sostanza, secondo De Saussure, e con il
libello (nel senso di testo di divulgazione rivoluzionaria), costruito
con i contributi di docenti e analisti come Mario Morcellini o Rosaria
Fattori, si vuole dotare il lettore degli strumenti adatti alla
costruzione di un sistema di comunicazione moderno ed efficace.
Il
volume non è però soltanto un insieme di regole e trucchi retorici,
ma anche una raccolta di saggi e contributi di chi studia
dall’esterno questi problemi e di chi li vive dall’interno del
proprio lavoro. “Vedo con favore tutte le iniziative delle
amministrazioni centrali e locali – dice Fioritto – ma vedo anche
la grande difficoltà del linguaggio: semplificare è complesso, e la
nostra esperienza ci dice che non si può delegare questo compito solo
a un manuale”. Sono necessari altri strumenti, spiega il professore,
a partire dalla continuità, perché il linguaggio si cura e si
modifica giorno per giorno: “Il rischio è che il manuale, di per sé
positivo, non sia affiancato da corsi di formazione, da consulenti
esterni formati però all’interno della stessa amministrazione, da
controlli e verifiche di leggibilità dei nuovi testi. Tutto questo,
poi, come c’insegnano le altre realtà europee, dovrebbe essere
coordinato da una struttura centrale”.
Anche
la Scuola superiore di Pubblica amministrazione fornisce il suo
importante contributo con una ricerca, prossima e essere pubblicata,
sul linguaggio della comunicazione scritta: Come dialogare con i
cittadini, oltre a una dettagliata analisi della storia del linguaggio
burocratico attraverso le leggi che ne hanno segnato le tappe,
suggerisce strumenti e soluzioni all’annosa questione.
Già,
ma perché è tanto difficile incidere in un sistema linguistico,
quando la lingua italiana è di per sé duttile e ricettiva a qualsiasi
spunto modaiolo o dialettale? “Scrivere in maniera oscura – spiega
il professor Sepe – rivela una tendenza alla deresponsabilizzazione:
se la legge dice questo, se la circolare dice quest’altro, io mica
posso prendermi la responsabilità di modificarla”. “Si tratta di
un sedimento culturale legato a problemi di potere – conclude –,
sommato a un vuoto pneumatico del linguaggio in uso che è quello
televisivo. È una caduta verticale della nostra capacità di dominare
la lingua”.
(Rassegna sindacale, n.38, 16-22 ottobre 2003)
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