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La strategia del governo sul welfare

Un sistema che rischia il collasso

 

di Sandro Del Fattore 
Coordinatore dipartimento Welfare e Nuovi diritti Cgil

Il governo sta portando al collasso finanziario il sistema socio sanitario del nostro paese. Al cronico sottofinanziamento delle prestazioni si aggiungono consistenti problemi di costante sofferenza di cassa. È il frutto di politiche economiche sbagliate che il governo ha assunto in questi due anni di legislatura. Scelte che non hanno prodotto nulla dal punto di vista dello sviluppo creando, invece, problemi nuovi al bilancio dello Stato. E oggi, dopo questi fallimenti, il governo vuole fare cassa riducendo diritti, tutele e prestazioni sociali.


Su questa strada addio welfare
Bisogna dirlo chiaro: se si prosegue su questa strada, si colpisce a morte il sistema del welfare pubblico e si creano i presupposti per un sistema privatistico, assicurativo.Questa linea marcia da tempo nell’attuale maggioranza di governo e poggia su più leve.
La prima riguarda le decisioni politiche. Non vi è dubbio, infatti, che in questi due anni, in forme più o meno striscianti, si è cercato di contrastare il processo riformatore avviato con la legge 229, per ciò che riguarda il servizio sanitario, e con la legge 328 per ciò che riguarda i servizi sociali. Gli strumenti della programmazione infatti sono stati abbandonati o svuotati nella loro funzione. La legge di riforma sanitaria, ad esempio, prevedeva che i Lea (i livelli essenziali d’assistenza) facessero parte del piano sanitario nazionale; un piano che avrebbe dovuto essere discusso con il sindacato e sottoposto al parere delle commissioni parlamentari. Il piano recentemente approvato, invece, non ha niente di tutto ciò: non definisce obiettivi né strumenti di monitoraggio; non contiene gli standard fondamentali capaci di garantire, in quantità e qualità, i livelli essenziali di assistenza. Della legge di riforma dei servizi rimangono inattuati alcuni aspetti fondamentali, a partire dalla mancata definizione dei livelli essenziali per le prestazioni sociali.


Se si tagliano le tasse
La seconda leva su cui poggia la linea di drastico ridimensionamento del welfare è quella fiscale. L’attuale maggioranza di governo ha posto come centrale nel suo programma la promessa di ridurre le tasse. C’è da aspettarsi che qualche passo in questa direzione venga compiuto. Questa scelta però, oltre ad avvantaggiare solo i più ricchi, comporterà un minore gettito per le casse dello Stato e minori risorse per lo Stato sociale.

C’è poi – ed è la terza leva – il costante sottofinanziamento delle prestazioni socio sanitarie e il persistente ritardo dei trasferimenti alle Regioni delle risorse dovute. Ciò produce tagli alle prestazioni e abbassamento della loro qualità. L’obiettivo è semplice: impoverire il sistema socio sanitario per diminuire il consenso dei cittadini intorno ad esso. Infatti, proprio a causa di un meccanismo perverso di erogazione delle risorse, alle Regioni sono stati dati (tra il 2001 e il 2002) 7,8 miliardi di euro in meno del dovuto. E per il 2003 si rischia un disavanzo di 5 miliardi di euro, se il governo non mantiene l’impegno a finanziare il contratto della sanità e a sostenere l’assistenza sanitaria per i lavoratori immigrati. 

Questa situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che il governo nega i trasferimenti di cassa dovuti a copertura del livello di finanziamento stabilito dall’accordo dell’8 agosto 2001. La somma di questi fattori, il deficit strutturale e la manovra di cassa, nel solo settore della sanità porta a un buco, riferito al triennio 2001-2003, superiore alla manovra finanziaria di cui si parla in questi giorni. La situazione è oltre ogni livello di guardia. Se nel Dpef e, soprattutto, nella finanziaria 2004, verrà riconfermato il sottofinanziamento della spesa socio sanitaria, si rischia il collasso del sistema.


Spesa sociale sotto la media 
La situazione non riguarda solo la sanità ma tutto il campo dei servizi gestiti dalle autonomie locali, l’area dell’assistenza. La spesa sociale è già notevolmente al di sotto della media europea. Inoltre, nei mesi passati, si è prodotto un fortissimo contenzioso tra governo, regioni, autonomie locali, nella ripartizione del fondo per le politiche sociali. Un fondo già molto sottostimato, per di più vincolato in gran parte dai “diritti soggettivi” (assegno di maternità, trattamenti d’invalidità) e da provvedimenti vincolati centralmente (l’acquisto della prima casa per le giovani coppie, i nidi aziendali) che finiscono con l’assorbire una parte del fondo stesso. Per di più, anziché operare per estendere su tutto il territorio nazionale il reddito minimo d’inserimento, si è arrivati alla sua cancellazione.

Inoltre decine di migliaia di lavoratrici e di lavoratori del pubblico impiego non vedono ancora rispettato il loro sacrosanto diritto di rinnovo del contratto. Il danno che si sta producendo è enorme. Per questo occorre non solo contrastare l’attacco al welfare quanto aprire un’offensiva per affermare diritti di uguaglianza, cittadinanza, solidarietà. E per far questo occorre costruire un forte movimento che faccia dei diritti di cittadinanza ciò che il 2002 è stato per i diritti del lavoro.

Ci sono le condizioni per farlo. Sulle questioni del welfare si sono registrate convergenze e iniziative unitarie con Cisl e Uil; molti rappresentanti delle Regioni e delle autonomie locali avvertono l’esigenza di un impegno unitario già in vista della legge finanziaria 2004; nel mondo del volontariato, dell’associazionismo, del terzo settore si afferma la consapevolezza della portata dell’attacco cui è sottoposto il welfare del nostro paese.

Ora è importante definire obiettivi e priorità. Eccone alcune:

• la fine dei tagli e un incremento delle risorse al sistema, per portarlo così in linea con i paesi più sviluppati. Più risorse, quindi, per definire un piano pluriennale di risanamento, riorganizzazione, rilancio del sistema sanitario delle aree più deboli del paese e per investire su una sanità fatta non solo di posti letto ma anche di prevenzione, territorio, integrazione socio sanitarie, distretti;

• la piena attuazione della legge 328, a partire dalla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali. È questo un elemento decisivo in un paese come il nostro che presenta profonde distanze e gravi disuguaglianze nel sistema di protezione sociale;

• la costituzione di un fondo nazionale per la non autosufficienza, alimentato sulla base di princìpi di universalità e di solidarietà, e, quindi, riferito alla fiscalità generale, capace di rispondere a una vera e propria emergenza per milioni di persone, soprattutto anziani, e per milioni di famiglie;

• uno strumento, sulla base dell’esperienza del reddito minimo di inserimento, di lotta alla povertà e all’esclusione sociale.
Questo occorre oggi: un sistema socio sanitario pubblico, universale, fondato sui princìpi di uguaglianza e solidarietà, capace di costruire reti e relazioni con le associazioni del volontariato e del terzo settore, radicato nel territorio per rispondere ai molteplici bisogni delle persone e delle comunità locali.

(Rassegna sindacale, n.28, 17-23 luglio 2003)

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