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Sono oggi di grande attualità le stime relative al
“costo” dei figli nel nostro paese. Stime che si concentrano
prevalentemente su elementi diretti di costo: la nutrizione,
l’abbigliamento, l’educazione, le attività sportive e ludiche, la
“paghetta”.
Il Libro
Bianco sull’assistenza presentato dal ministro del Welfare,
Roberto Maroni, calcola che l’arrivo del primo figlio richieda, per
“compensare” il reddito delle famiglie, un aumento che può variare da
un minimo del 18 a un massimo del 45 per cento. E che all’arrivo del
secondo e del terzo figlio l’impatto sul bilancio della famiglia divenga
più consistente, nonostante emergano “economie di scala”. Il costo,
s’intuisce, varia in base alle fasce d’età, subendo un’impennata al
momento dell’ingresso nell’obbligo scolastico. Varia inoltre con la
localizzazione geografica e con la dimensione del luogo di vita, mentre,
espresso in percentuale, non sembra risentire della differenza Nord-Sud.
La quota di reddito
sacrificata
In una ricerca curata da Antonio Di Pino e Massimo Mucciardi, del
dipartimento di Economia statistica ed Analisi del territorio
dell’Università di Messina, si è provato a valutare una seconda
tipologia di costo collegata ai figli: il cosiddetto “costo-opportunità”;
il costo, cioè, legato al generale processo di adattamento delle
posizioni occupazionali in ambito familiare. In particolare, quale quota
di reddito venga sacrificata dalla madre, in termini di tempo sottratto al
lavoro o chance di carriera perdute, a causa del suo impegno nella cura
dei figli. Il campione utilizzato è stato un “panel” di nuclei
familiari estratto dall’Indagine Bankitalia sui bilanci delle famiglie
italiane; la metodologia si è basata su stime e comparazioni di reddito
potenziale con riferimento a profili di donne con e senza figli. Vediamo i
risultati più significativi emersi.
Il costo-opportunità può intanto calcolarsi nel
30-40 per cento del reddito annuale di una donna con due figli; una
percentuale che si abbassa al 20-30 per cento quando la donna ha un solo
figlio. Sempre in termini di costo-opportunità, l’arrivo del primo
figlio in giovane età ha una probabile incidenza negativa sulla
progressività di carriera delle donne. Com’è facilmente intuibile, il
costo-opportunità di un figlio è maggiore sia nel caso di donne
lavoratrici (specie se giovani) sia nel caso di donne casalinghe, se
entrambe hanno un livello di istruzione elevato. Infine, un
costo-opportunità maggiore grava su soggetti che lavorano, con lo status
di dipendenti, nell’ambito del settore privato rispetto alle colleghe
del settore pubblico. E questo, probabilmente, per per le differenze oggi
esistenti nella relativa legislazione di tutela.
Per la donna con figli c’è in sostanza una
situazione di svantaggio sia nell’alternativa tra non lavoro e
occupazione sia nel percorso di carriera; situazione di svantaggio
correlata, come abbiamo visto, a diverse variabili.
Possiamo scegliere come ridurla attingendo ad una ben
fornita cassetta di attrezzi che la politica sociale ci mette a
disposizione. Ben sapendo che dobbiamo ragionare contemporaneamente su
interventi capaci di favorire l’allargamento del nucleo familiare ma
mirati anche a far crescere le pari opportunità. È utile sottolineare
questa differenza visto che non sempre i primi, da soli, possono
assicurare l’obiettivo raggiungibile con i secondi.
Modulare
la leva fiscale
Dalla ricerca, qui schematicamente sintetizzata con riferimento alla
metodologia utilizzata e alle conclusioni ottenute, crediamo scaturiscano
elementi utili di valutazione per gli interventi di politica sociale, come
anche di misurazione degli effetti del welfare sulle decisioni di
ampliamento del nucleo familiare. Si può pensare, ad esempio, che
l’attivazione della leva fiscale a sostegno del costo dei figli così
come anche la modulazione dei costi dei servizi di assistenza alle coppie
con figli possa almeno considerare se la donna abbia avuto il primo
figlio in giovane età o meno. Ovvero pensare alla possibilità di seguire
corsi di formazione e addestramento on the job che permettano di
recuperare la quota di tempo sottratta nell’ambito post lavorativo dalla
cura dei figli.
E ancora. I risultati della ricerca si prestano a
costituire un punto di partenza onde ridiscutere le attuali modalità di
tutela della maternità per le lavoratrici dipendenti del settore privato,
anche al fine di eliminare ingiustificate disparità rispetto alla
disciplina vigente sul settore pubblico. La disparità accennata è
sicuramente difficile da ridurre. Pensiamo in particolare alle procedure
di assunzione e promozione. Mentre nel settore pubblico possono accordarsi
facilitazioni di punteggio alle lavoratrici madri, infatti, nel settore
privato questo status viene valutato addirittura come penalizzante. Ecco
un altro nodo da dipanare.
Si ripropone un’ulteriore alternativa: dobbiamo
“risarcire” le lavoratrici madri del costo-opportunità sostenuto o
introdurre norme che permettano al soggetto interessato di superare il
problema? Il dibattito è aperto.
(Rassegna sindacale, n. 13, 3-9 aprile 2003)
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