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L'indagine dell'Ires

Dieci anni di politica dei redditi

 

'La politica dei redditi negli anni '90. Potere d'acquisto, contrattazione e produttività in Italia e in Europa'. E' il titolo del volume, edito dall'Ediesse e curato dal presidente dell'Ires, Agostino Megale, e dai ricercatori sempre del Centro studi economici della Cgil, Giuseppe D'Aloia e Lorenzo Birindelli. Lo studio verrà presentato alla stampa lunedì 30 giugno alle ore 10, presso la sala Giuseppe Di Vittorio della Cgil nazionale, in Corso Italia, 25. Nella presentazione del rapporto verranno resi noti anche gli aggiornamenti sulle dinamiche salariali 2002-2003, che saranno oggetto di discussione con i seguenti interlocutori: i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta, Luigi Angeletti, il

docente dell'università di Teramo, Mimmo Carrieri, il responsabile di statistiche congiunturali occupazione e redditi dell'Istat, Leonello Tronti, il presidente dell'Aran, Guido Fantoni, il segretario generale della Cna, Giancarlo Sangalli, e il direttore generale della Confindustria, Stefano Parisi.

dall'introduzione di Mimmo Carrieri

1. Questa ricerca dell’Ires appare tempestivamente in un momento di bilanci, rivolti in particolare a soppesare la struttura contrattuale regolata e formalizzata dal Protocollo del 1993.

I diversi contributi qui raccolti forniscono un ritratto completo e non acritico dell’andamento degli assetti contrattuali nell’ultimo decennio. Confermandone la validità di fondo, insieme alla loro migliorabilità. Testimoniano della centralità del contratto nazionale, anche se dotata di una minore capacità di governare la dinamica complessiva dei salari. Ci ricordano la vitalità della contrattazione aziendale, ma anche la sua irregolare distribuzione: che non ha però impedito la crescita di accordi innovativi e capaci di gestire la flessibilità. Ci confermano la bontà dell’impianto contrattuale previsto nel 1993. Ma nello stesso tempo segnalano l’esigenza di perfezionarlo dal lato del lavoro, a causa della tenuta problematica delle retribuzioni contrattuali lorde, oltre a indicare nello scostamento accresciuto negli ultimi anni tra inflazione programmata e inflazione effettiva un problema che richiede adeguati aggiustamenti salariali (e quindi del modello stesso).

2. Stiamo assistendo a una fase di passaggio nelle relazioni industriali che segnala mutamenti strutturali, i quali richiedono capacità di adattamento da parte degli attori sociali (e istituzionali), oltre che la produzione di nuovi sistemi di regole. Questi mutamenti si ripercuotono sicuramente, ma con percorsi ed esiti non ancora nitidi, sulla contrattazione e sull’azione sindacale. 

All’inizio degli anni ottanta prendeva corpo – all’interno di una analoga fase di passaggio – la spinta neo-liberista, che puntava a ridimensionare il ruolo delle regole centralizzate (e quindi della concertazione) a favore di un decentramento più marcato delle relazioni industriali. Che in quanto tale costruiva un ambiente più favorevole all’iniziativa manageriale. Ne è derivato, almeno nell’immediato, un ridimensionamento della concertazione e del ruolo del sindacato, nei paesi in cui questo era meno solido, o più forte è stato il consenso verso politiche neo-conservatrici. A questo trend si è accompagnato un declino delle garanzie fordiste ed è proseguita in modo drastico la riduzione dell’occupazione operaia nelle grandi imprese già avviata nel decennio precedente.

L’oscuramento in molti paesi della regolazione basata sugli accordi con le parti sociali sembrava preludere all’abbandono definitivo del livello centrale e delle politiche dei redditi, come preconizzato da osservatori e studiosi. In realtà nella maggioranza dei paesi europei (e quindi non nelle economie anglosassoni) i parametri di Maastricht e la strada verso l’Euro hanno spinto verso una stagione di patti sociali e la ripresa di politiche dei redditi. E quindi verso una nuova, moderata centralizzazione dei rapporti tra le parti. Per usare l’espressione adottata da alcuni studiosi è più opportuno parlare – diversamente da quanto fa con una certa approssimazione il Libro Bianco del governo Berlusconi – di un «decentramento centralizzato» o «controllato». Ma quello che più conta è che in questo modo si assisteva a una ripresa d’influenza dei sindacati nell’arena politico-istituzionale. Qualche volta – come nel caso italiano – collegata anche a una ripresa di forza sociale, attraverso la crescita della membership o attraverso il rilancio di altre forme di mobilitazione dei lavoratori.

Ora gli scenari, con l’introduzione dell’Euro, risultano ancora modificati. Una competizione più stringente si lega nei paesi dell’Unione a un tasso di innovazione modesto (e comunque inferiore a quello americano) e a una capacità di creazione del lavoro ancora differenziata e non adeguata. Dopo le politiche di moderazione salariale dell’ultimo decennio in tutti i paesi si manifestano tensioni retributive, mentre non viene meno il bisogno di regole condivise, e possibilmente non solo nazionali, di politica dei redditi. Dati che segnalano l’esigenza di un recupero di posizioni dei redditi da lavoro dipendente, di cui si è fatta portatrice la Confederazione europea dei sindacati, attraverso la richiesta di sommare il recupero dell’inflazione alla crescita della produttività. I successi elettorali delle destre hanno riportato in superficie scenari sociali meno favorevoli al lavoro dipendente e al ruolo politico dei sindacati (anche se non mancano le eccezioni), e caratterizzati anche da un clima di incertezza sul futuro del lavoro, favorito dalla crescita dei lavori temporanei e dalla individualizzazione del mercato del lavoro.

Queste tendenze sono tutte enfatizzate nel nostro paese, nel quale gli indici di competitività sono declinanti (e sono anche peggiori le performance sul versante del controllo dell’inflazione). Un paese nel quale il ritorno al governo del centro-destra di Berlusconi è stato contrassegnato dall’esplicita derubricazione della concertazione e da un periodo, non concluso, di aspri conflitti intorno al tema dei diritti.

Qui si avverte maggiormente l’esigenza di regole capaci di stabilire una continuità positiva con l’esperienza dell’ultimo decennio e di dare vita a una coesione sociale indispensabile per raggiungere performance più elevate. Eppure l’inaffidabilità dell’attore governo – insieme al suo orientamento sicuramente non pro-Union – rendono difficile mettere in campo una discussione vera sulle regole del gioco, in grado di collegarle coerentemente con un’idea di beni pubblici condivisi.

3. Quanto poi al merito del problema, il dibattito relativo alla struttura della contrattazione non sempre è chiaro sulle soluzioni proposte, salvo che per la richiesta, di matrice confindustriale, di maggiore decentramento. Il decentramento delle relazioni industriali non costituisce una novità, e viene segnalato ormai da anni come una tendenza crescente, e in certa misura necessaria nelle nuove condizioni di un’economia globalizzata. È importante però sottolineare come questo decentramento decisionale – a certe condizioni – possa consentire non solo una maggiore flessibilità organizzativa (come chiedono le imprese), ma anche una regolazione della condizione di lavoro migliore perché più vicina alle domande e ai problemi posti dai diretti interessati. E in effetti le organizzazioni sindacali, sia pure con differenze significative, non si oppongono a un maggiore decentramento, ancorandolo però a regole universalistiche e a meccanismi di controllo di tipo selettivo.

Il compromesso materializzatosi nel 1993 ha fornito una particolare versione dello scambio tra ragioni dell’efficienza e ragioni dell’equità. Tra regole generali e universalistiche, che servono a mantenere la solidarietà all’interno del mondo del lavoro (e a questo scopo serve soprattutto la funzione del contratto nazionale), e criteri che incentivano la specificità e la adattabilità che si manifestano tipicamente a un livello micro (di singole unità produttive): ruolo questo che dovrebbe essere assolto dalla contrattazione aziendale, e in particolar modo dall’ancoraggio del salario a indici di risultato variamente determinati.

Un compromesso che le aziende provano attualmente a rinegoziare in una direzione a loro più favorevole, ma anche più incerta negli strumenti e negli esiti, con una sottovalutazione forse dei rischi di toccare un equilibrio delicato.

In realtà la ricerca dell’Ires, oltre a dimostrare che il compromesso ha sostanzialmente funzionato bene, mette in luce la sua migliorabilità su entrambi i versanti, a cui tengono i due principali attori organizzati. In effetti il contratto nazionale ha svolto un ruolo di cornice e di garanzia, ma non espansivo, come è dimostrato anche dall’aumento della quota di retribuzione distribuita extra contratto nazionale. La distribuzione irregolare della contrattazione aziendale e la frammentarietà di quella territoriale, oltre a coprire in modo differenziato (e non sufficiente) i lavoratori è stata utilizzata da molte imprese per recuperare in termini congiunturali e di costi (grazie alla distribuzione molto modesta della produttività, peraltro confermata anche a livello europeo), ma non a rilanciare la capacità competitiva del sistema produttivo italiano che sembra deficitaria dopo il 1998, la fatidica data dell’ingresso nell’Uem.

Si sono così prodotti i rischi di una solidarietà «debole», che non ha coperto adeguatamente una parte di mondo del lavoro, senza tradursi neppure in maggiore efficienza del sistema delle imprese. L’ingresso nell’Euro è stato vissuto come uno sforzo comune per il raggiungimento di obiettivi condivisi. E in questo decennio ha prevalso l’ottica di una regolazione congiunta dell’assetto contrattuale, che ne ha permesso la stabilità sostanziale e la buona efficacia. Lo scenario che deriva dall’introduzione dell’Euro porta a ripensare quel compromesso, che in forme diverse ha attraversato la maggioranza dei paesi dell’Unione Europea. La posta in gioco è la definizione di regole capaci di combinare equità e flessibilità nell’epoca dell’Euro. C’è la tentazione di alcuni settori imprenditoriali di rompere l’idea stessa di compromesso, in direzione di una regolazione più unilaterale del lavoro. Questa opzione, oltre ad apparire difficoltosa nella sua praticabilità, non appare neppure idonea a migliorare le performance aziendali (salvo forse sul lato dei costi). L’altra strada possibile, che coinvolge direttamente l’impegno del movimento sindacale e delle forze politiche di sinistra, consiste nella definizione di un compromesso sociale più ambizioso, dopo l’evidente usura di quello socialdemocratico classico, che si è cercato di rianimare negli anni novanta. È una strada che serve però a ribadire la superiorità – tanto in termini di equità sociale che di efficacia dei risultati – della regolazione congiunta rispetto a strategie di tipo unilaterale.

Un compromesso che parta dalla constatazione che le ragioni costitutive dei diversi interessi in campo – appunto l’equità e l’efficienza – ricevono un trattamento subottimale rispetto alle sfide e alle opportunità, poste dal nuovo scenario economico. E che possono trovare entrambe una più appropriata promozione in un quadro regolativo, capace di conciliare il bisogno di stabilità insieme a quello di flessibilità, incontrando così la domanda dei lavoratori insieme a quella degli imprenditori. La deregolazione non si è affermata in modo nitido in nessun paese europeo, salvo forse la Gran Bretagna, e in generale l’economia dell’innovazione ha bisogno di regole condivise e di un ruolo attivo anche degli attori pubblici. I meccanismi europei di regolazione congiunta delle relazioni industriali sono stati costruiti in epoca fordista e successivamente adattati, ma si dimostrano sempre più inadeguati a contenere i lavori plurali e la pluralizzazione dei contratti di impiego che contrassegnano una fase socio-economica post-fordista.

Di qui l’esigenza non di un semplice compromesso, ma di un «grande compromesso» (come fu a suo tempo quello socialdemocratico), che dia sicurezze ai lavoratori stimolando nel contempo la capacità competitiva delle imprese. Ma il compromesso fordista ebbe bisogno dello Stato keynesiano per potersi realizzare compiutamente e diventare un sistema di regolazione sociale (e non solo del lavoro o della grande impresa, che pure ne erano la parte costitutiva).

Anche in questa fase appare difficile rimodulare la contrattazione, senza ripensare parallelamente la cittadinanza sociale modellandola sui lavori discontinui e rendendola per questa via più inclusiva, cioè in grado di toccare l’insieme del mondo dei lavori: come insegnano i francesi della scuola regolazionista è difficile pensare solo cambiamenti settoriali; se si vuole modificare la regolazione sociale è indispensabile trovare un collegamento tra produzione, lavoro e welfare. Ma per un’impresa di questo genere c’è bisogno di interlocutori pubblici e governativi (oltre che di imprenditori intelligenti). Proprio questa sponda appare carente attualmente nel nostro paese, con implicazioni negative per qualunque architettura che provi a connettere in modo più proficuo lavori e imprese. È importante però che le altre forze sociali organizzate, quelle che rappresentano i lavoratori, mantengano ferma anche in una fase di contrapposizioni e conflitti la barra in direzione dell’estensione dei diritti e della cittadinanza su basi universalistiche.

(27 giugno 2003)

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