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“Il rapporto conferma che non esiste un allarme
sulla dinamica della spesa previdenziale, che è sostanzialmente ancora
sotto controllo. Dal rapporto emerge anche che la spesa
previdenziale in Italia è molto al di sotto della media europea e che
giustamente, come avevamo detto per tempo, andava operata una corretta
divisione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale”. Questo
giudizio di Guglielmo Epifani e la reazione un po’ stizzita di
Roberto Maroni (“è un’iniziativa personale di Alberto Brambilla,
il ministero non c’entra”, è stato il cuore del suo commento)
sono la migliore fotografia di quanto esce dal rapporto sulla spesa per
il welfare presentato il 19 febbraio al Cnel.
Lo studio di Alberto Brambilla, il sottosegretario
“eretico” (già mesi fa venne “sfiduciato” da Maroni, che gli
tolse la delega sulla previdenza per aver osato affermare che la
riforma del ’95 aveva funzionato e che i conti erano sostanzialmente
in regola), smentisce uno dei luoghi comuni della pubblicistica sul
welfare italiano e dice in sostanza che non è vero che in Italia si
spenda per le pensioni più della media europea. Anzi.
Per arrivare a questo risultato Brambilla fa
un’operazione semplicissima, quella che i sindacati invocano
praticamente da sempre e che fu iniziata con la legge 88 del 1989 ma
che è ben lungi dall’essere stata portata a compimento, e cioè la
separazione delle spese per la previdenza da quelle per l’assistenza.
Perché i dati ufficiali in circolazione, che indicano una spesa per
pensioni (ottenuta sommando invalidità, vecchiaia, superstiti) pari al
17,2 del Prodotto interno lordo e pari al 70,6 del totale delle
prestazioni per la protezione sociale non sono vere.
I dati che circolano a tutti i livelli sono di
fonte ministero del Tesoro e sono pubblicati nella “Relazione
generale sulla situazione economica del paese”. Ma in essi,
sottolinea Brambilla, “vengono calcolate alla voce “pensioni”
delle poste di bilancio che sono più assistenziali che
previdenziali”. Queste sono: “voci di spesa contabilizzate nella
funzione vecchiaia che non hanno la caratteristica di “pensione”,
tfr e indennità equivalenti, pensioni di invalidità di natura
previdenziale percepite da persone con età superiore a quella di
pensionamento, pensioni ai superstiti, prepensionamenti e pensioni
anticipate; una discutibile collocazione di alcune spese, per esempio
le pensioni integrate al minimo e talune pensioni di reversibilità;
una mancata contabilizzazione della spesa per le contribuzioni
figurative; la sottostima di alcune voci di spesa per la protezione
sociale (spesa assistenziale degli enti locali, spesa pubblica per la
casa).
Depurando il dato di spesa per “pensioni e
rendite a carico delle amministrazioni pubbliche” (che dalla
Relazione generale di cui sopra nel 1999 risultava essere di 308.451
miliardi di vecchie lire, pari al 14,49 del Pil, vedi tabella) delle
poste di bilancio improprie, meglio classificabili come spesa
assistenziale, la “spesa pensionistica pura” scende a 247.424
miliardi, con un’incidenza del 47,3 sul totale della spesa per
protezione sociale e dell’11,5 sul Pil. Sommando a questo primo
totale la spesa per pensioni e rendite erogata dal settore privato, il
costo totale delle pensioni ammonta a 250.038 miliardi, con una
incidenza del 47,8 per cento sul totale e dell’11,66 sul Pil. La
spesa per pensioni e rendite, così riclassificata, avrebbe
un’incidenza di oltre tre punti percentuali in meno sul Pil
rispetto al dato della Relazione generale, mentre quella più
complessiva per Ivs passa dal 17, 1 per cento al 12,6 del Pil
e dal 70,4 per cento al 51,69 della spesa per protezione sociale.
Queste poste tolte alla previdenza, sottolinea
Brambilla, vanno poi riallocate nel bilancio dello Stato. E così
cresce la spesa sostenuta per l’assistenza: da circa 35 mila a quasi
98 mila miliardi (dall’1,6% al 4,5% sul Pil). Ma, secondo Brambilla,
la spesa nazionale per il Welfare è ancora superiore, visto che
esistono interi capitoli (politiche della formazione, delle
contribuzioni figurative e delle politiche del lavoro delle regioni;
spese per l’assistenza erogate dagli enti locali; sostegno alla casa
e alle politiche abitative) che sfuggono al bilancio del welfare
nazionale. Calcolando tutte queste poste, insomma, la spesa sociale
italiana sarebbe ben superiore (almeno un punto, nella peggiore delle
ipotesi) al 24,4 per cento ufficiale rispetto al Pil di cui parlano
oggi le statistiche.
(Rassegna sindacale, n.8, 4 marzo 2003)
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