STATO SOCIALE

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Pensioni

Servono modifiche sostanziali alla delega

L'incontro 
del 17 aprile

La posizione unitaria 
dei sindacati

Decontribuzione: totale indispo-
nibilità

Previdenza

La Camera approva 
la delega 
di Maroni

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Pensioni / Dopo l'incontro con Maroni

Servono modifiche sostanziali alla delega

di Morena Piccinini
Segretaria confederale Cgil

E alla fine, il 17 aprile, l’incontro da tempo richiesto da Cgil Cisl Uil sulla delega previdenziale si è svolto. Incontro che era stato più volte preannunciato dal ministro del Welfare ma in realtà a lungo dilazionato, evidentemente per la mancanza di proposte concrete che potessero corrispondere alle richieste sindacali. In effetti, l’incontro è stato del tutto interlocutorio, senza alcuna concreta apertura sui temi da noi posti (dei quali peraltro il ministro era a conoscenza, avendo già ricevuto un documento unitario che illustrava dettagliatamente le posizioni sindacali) e con l’esplicitazione dell’intenzione di incontrare anche altre organizzazioni e di riservarsi la possibilità di proporre emendamenti successivi da presentare al Parlamento. Solo la nostra sollecitazione ha portato a far fissare tra il 5 e il 6 maggio il prossimo incontro, nel quale ci aspettiamo precise risposte di merito su tutti i punti da noi posti in discussione. Ci aspettiamo, insomma, una risposta definitiva e in tempi utili prima dell’avvio della fase conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare in Senato e prima che la delega approdi al dibattito in aula.   
Le posizioni della Cgil circa i punti principali di contrarietà alla delega, riprese anche nel documento unitario, sono note e sono state pienamente confermate anche nell’incontro del 17, con una premessa che di giorno in giorno diventa sempre più importante. Il sistema previdenziale non ha bisogno di un’altra riforma, è in equilibrio ed è pienamente sostenibile nei suoi tratti fondanti. Quello che occorre ora è fornire maggiore tutela e diritti per l’insieme del lavoro atipico, a partire dalle collaborazioni coordinate e continuative e dal lavoro occasionale e in partecipazione. Anche gli obiettivi condivisi di sviluppare maggiormente la previdenza complementare e di agevolare il prolungamento dell’attività lavorativa per coloro che hanno maturato i requisiti per la pensione non possono essere conseguiti attraverso atti di coercizione ma costruendo adeguate convenienze per i lavoratori.

Valutazioni che a parole sono risultate condivise anche dal ministro, ma che ci chiediamo quanto siano coerenti con Palazzo Chigi che  evoca sollecitazioni dell’Unione Europea, o addirittura una Maastricht previdenziale, per intervenire sulle pensioni di anzianità con disincentivi o con una riduzione dei rendimenti. E tutto ciò per sanare le falle paurose del debito pubblico che sono state determinate dalla dissennata politica economica del governo con i condoni, le elargizioni alle varie lobbies e l’insieme delle altre misure tutte tese solo a far cassa nell’immediato.

L’Europa rimprovera al nostro paese l’aumento del debito pubblico, non la mancata tenuta del sistema previdenziale. Anzi, proprio la delega previdenziale, con la decontribuzione regalata alle imprese, ridurrebbe drasticamente le entrate previdenziali mettendo a rischio, quella sì, la tenuta attuale e futura dei rendimenti pensionistici, né certo la si potrebbe caratterizzare come incentivo all’occupazione, dopo la devastazione delle norme sul mercato del lavoro prodotta dalla legge 30 e la manomissione del credito d’imposta che era previsto appositamente per agevolare nuove assunzioni a tempo indeterminato. 

Qualche accenno di interesse abbiamo visto nel ministro rispetto alla nostra proposta di portare a termine l’impegno già previsto dal patto di Natale del ’98 con  la fiscalizzazione degli oneri impropri, non previdenziali, come leva sulla quale operare per ridurre il cuneo fiscale e contributivo sul lavoro. Ma è evidente che tale proposta ha un senso del tutto opposto alla decontribuzione, e non mette in alternativa lo sviluppo della previdenza complementare rispetto alla tenuta della copertura pensionistica pubblica. Insomma, il governo dovrà dare dimostrazione che il suo impegno per lo sviluppo della previdenza complementare non porta all’impoverimento della principale tutela previdenziale pubblica, cosa inevitabile se permanesse l’intreccio tra decontribuzione e prelievo forzoso del tfr. 

La volontarietà dell’adesione alla previdenza complementare, opposta all’obbligatorietà del conferimento del tfr, da noi ribadita, non esclude, anzi sollecita, una revisione normativa che attivi reali convenienze, a partire dal sistema fiscale che oggi grava ancora pesantemente sul risparmio previdenziale complementare prevedendo la tassazione non solo sulle rendite finali ma anche sui rendimenti annuali. Per di più, l’analisi sull’ancora scarsa estensione delle adesioni alla previdenza complementare deve partire dalle inadempienze delle controparti datoriali, in primis il governo, che non ha ancora reso agibile l’accesso ai fondi complementari per tutti i pubblici dipendenti. E’ evidente che dietro all’obbligatorietà si cela l’interesse forte di incrementare i mercati finanziari asfittici con i 12 miliardi di euro corrispondenti alle liquidità annuali del Tfr, per di più agevolando i fondi aperti che, al momento, si differenziano profondamente dai fondi negoziali per trasparenza, regole, governance e non offrono certo le garanzie per gli iscritti alle quali abbiamo voluto vincolare i fondi negoziali. Nel frattempo, continuano i colpi di mano al sistema proposti anche da altri ministeri.

Esempio ne sia la proposta del ministero della Funzione pubblica di un  declassamento della Covip (la commissione di vigilanza sui fondi previdenziali) ad agenzia, con una sostanziale riduzione di autonomia nel suo ruolo di garanzia e di vigilanza sui fondi. Secondo noi il risparmio previdenziale non può essere assolutamente equiparato agli investimenti puramente finanziari e, come avviene in tutti i paesi in cui i fondi pensione sono sviluppati, esige controlli con funzioni di authority, di un’istanza cioè autonoma, indipendente e dedicata a quello specifico settore.

Com’è evidente,  le questioni poste da Cgil Cisl Uil attengono a praticamente tutti gli assi portanti della delega previdenziale, con la richiesta di un radicale cambiamento su finalità, mezzi e strumentazione, obiettivo ancora molto lontano dalle dichiarazioni del ministro alla stampa circa la sua disponibilità “ad accogliere proposte migliorative, coerenti con gli obiettivi della delega, e non modificative”. Inoltre, per la Cgil le tre misure contestate (decontribuzione, trasferimento obbligatorio del tfr, rapporto tra i fondi) sono strettamente legate tra loro, perché insieme sostanziano un disegno controriformatore, e riteniamo che la risposta del ministero dovrà prefigurare una soluzione d’insieme e non parziale sull’uno o sull’altro punto. Se, invece, non ci saranno le modifiche richieste o saranno parziali, dovremo essere conseguenti con adeguate iniziative di mobilitazione, fino allo sciopero generale, a  sostegno delle nostre richieste, con l’auspicio che la tenuta unitaria venga confermata in tutte le fasi con la stessa nettezza con la quale si è addivenuti alle proposte da presentare al governo.

(Rassegna sindacale, n.16, 24 - 30 aprile 2003)

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