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E alla fine, il 17 aprile, l’incontro da tempo
richiesto da Cgil Cisl Uil sulla delega previdenziale si è svolto.
Incontro che era stato più volte preannunciato dal ministro del
Welfare ma in realtà a lungo dilazionato, evidentemente per la
mancanza di proposte concrete che potessero corrispondere alle
richieste sindacali.
In effetti, l’incontro è stato del tutto interlocutorio, senza
alcuna concreta apertura sui temi da noi posti (dei quali peraltro il
ministro era a conoscenza, avendo già ricevuto un documento unitario
che illustrava dettagliatamente le posizioni sindacali) e con l’esplicitazione
dell’intenzione di incontrare anche altre organizzazioni e di
riservarsi la possibilità di proporre emendamenti successivi da
presentare al Parlamento.
Solo la nostra sollecitazione ha portato a far fissare tra il 5 e il 6
maggio il prossimo incontro, nel quale ci aspettiamo precise risposte
di merito su tutti i punti da noi posti in discussione. Ci aspettiamo,
insomma, una risposta definitiva e in tempi utili prima dell’avvio
della fase conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare in
Senato e prima che la delega approdi al dibattito in aula.
Le posizioni della Cgil circa i punti principali di contrarietà alla
delega, riprese anche nel documento unitario, sono note e sono state
pienamente confermate anche nell’incontro del 17, con una premessa
che di giorno in giorno diventa sempre più importante. Il sistema
previdenziale non ha bisogno di un’altra riforma, è in equilibrio ed
è pienamente sostenibile nei suoi tratti fondanti. Quello che occorre
ora è fornire maggiore tutela e diritti per l’insieme del lavoro
atipico, a partire dalle collaborazioni coordinate e continuative e dal
lavoro occasionale e in partecipazione. Anche gli obiettivi condivisi
di sviluppare maggiormente la previdenza complementare e di agevolare
il prolungamento dell’attività lavorativa per coloro che hanno
maturato i requisiti per la pensione non possono essere conseguiti
attraverso atti di coercizione ma costruendo adeguate convenienze per i
lavoratori.
Valutazioni che a parole sono risultate condivise
anche dal ministro, ma che ci chiediamo quanto siano coerenti con
Palazzo Chigi che evoca sollecitazioni dell’Unione Europea, o
addirittura una Maastricht previdenziale, per intervenire sulle
pensioni di anzianità con disincentivi o con una riduzione dei
rendimenti. E tutto ciò per sanare le falle paurose del debito
pubblico che sono state determinate dalla dissennata politica economica
del governo con i condoni, le elargizioni alle varie lobbies e
l’insieme delle altre misure tutte tese solo a far cassa
nell’immediato.
L’Europa rimprovera al nostro paese l’aumento del debito pubblico,
non la mancata tenuta del sistema previdenziale. Anzi, proprio la
delega previdenziale, con la decontribuzione regalata alle imprese,
ridurrebbe drasticamente le entrate previdenziali mettendo a rischio,
quella sì, la tenuta attuale e futura dei rendimenti pensionistici, né
certo la si potrebbe caratterizzare come incentivo all’occupazione,
dopo la devastazione delle norme sul mercato del lavoro prodotta dalla
legge 30 e la manomissione del credito d’imposta che era previsto
appositamente per agevolare nuove assunzioni a tempo indeterminato.
Qualche accenno di interesse abbiamo visto nel
ministro rispetto alla nostra proposta di portare a termine l’impegno
già previsto dal patto di Natale del ’98 con la
fiscalizzazione degli oneri impropri, non previdenziali, come leva
sulla quale operare per ridurre il cuneo fiscale e contributivo sul
lavoro. Ma è evidente che tale proposta ha un senso del tutto opposto
alla decontribuzione, e non mette in alternativa lo sviluppo della
previdenza complementare rispetto alla tenuta della copertura
pensionistica pubblica. Insomma, il governo dovrà dare dimostrazione
che il suo impegno per lo sviluppo della previdenza complementare non
porta all’impoverimento della principale tutela previdenziale
pubblica, cosa inevitabile se permanesse l’intreccio tra
decontribuzione e prelievo forzoso del tfr.
La volontarietà dell’adesione alla previdenza
complementare, opposta all’obbligatorietà del conferimento del tfr,
da noi ribadita, non esclude, anzi sollecita, una revisione normativa
che attivi reali convenienze, a partire dal sistema fiscale che oggi
grava ancora pesantemente sul risparmio previdenziale complementare
prevedendo la tassazione non solo sulle rendite finali ma anche sui
rendimenti annuali. Per di più, l’analisi sull’ancora scarsa
estensione delle adesioni alla previdenza complementare deve partire
dalle inadempienze delle controparti datoriali, in primis il governo,
che non ha ancora reso agibile l’accesso ai fondi complementari per
tutti i pubblici dipendenti. E’ evidente che dietro
all’obbligatorietà si cela l’interesse forte di incrementare i
mercati finanziari asfittici con i 12 miliardi di euro corrispondenti
alle liquidità annuali del Tfr, per di più agevolando i fondi aperti
che, al momento, si differenziano profondamente dai fondi negoziali per
trasparenza, regole, governance e non offrono certo le garanzie per gli
iscritti alle quali abbiamo voluto vincolare i fondi negoziali. Nel
frattempo, continuano i colpi di mano al sistema proposti anche da
altri ministeri.
Esempio ne sia la proposta del ministero della
Funzione pubblica di un declassamento della Covip (la commissione
di vigilanza sui fondi previdenziali) ad agenzia, con una sostanziale
riduzione di autonomia nel suo ruolo di garanzia e di vigilanza sui
fondi. Secondo noi il risparmio previdenziale non può essere
assolutamente equiparato agli investimenti puramente finanziari e, come
avviene in tutti i paesi in cui i fondi pensione sono sviluppati, esige
controlli con funzioni di authority, di un’istanza cioè autonoma,
indipendente e dedicata a quello specifico settore.
Com’è evidente, le questioni poste da Cgil
Cisl Uil attengono a praticamente tutti gli assi portanti della delega
previdenziale, con la richiesta di un radicale cambiamento su finalità,
mezzi e strumentazione, obiettivo ancora molto lontano dalle
dichiarazioni del ministro alla stampa circa la sua disponibilità
“ad accogliere proposte migliorative, coerenti con gli obiettivi
della delega, e non modificative”. Inoltre, per la Cgil le tre misure
contestate (decontribuzione, trasferimento obbligatorio del tfr,
rapporto tra i fondi) sono strettamente legate tra loro, perché
insieme sostanziano un disegno controriformatore, e riteniamo che la
risposta del ministero dovrà prefigurare una soluzione d’insieme e
non parziale sull’uno o sull’altro punto.
Se, invece, non ci saranno le modifiche richieste o saranno parziali,
dovremo essere conseguenti con adeguate iniziative di mobilitazione,
fino allo sciopero generale, a sostegno delle nostre richieste,
con l’auspicio che la tenuta unitaria venga confermata in tutte le
fasi con la stessa nettezza con la quale si è addivenuti alle proposte
da presentare al governo.
(Rassegna sindacale, n.16, 24 - 30 aprile 2003)
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