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Cgil: "La delega non deve passare"

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Previdenza / Iniziativa nazionale il 26 a Roma  

Cgil: "La delega non deve passare"

di Morena Piccinini 
Segretaria confederale Cgil

Sarà quasi certamente un dibattito “lampo” alla Camera, quello sulla delega previdenziale, una vera e propria controriforma. La discussione infatti, com’è avvenuto in occasione di altre “riforme” del governo, è prevista come particolarmente compressa nei tempi (e d’altra parte questa maggioranza non ama discutere, se non forse con Confindustria).

La nostra iniziativa nazionale del 26 febbraio al teatro Brancaccio di Roma nasce per dire no a questa controriforma ed è in stretto collegamento con lo sciopero del 21: uno degli elementi fondamentali per la sostenibilità di ogni sistema previdenziale è che il paese abbia una crescita costante, accompagnata da buoni livelli di occupazione e con adeguate retribuzioni; la precarietà e la perdita di posti di lavoro, che le politiche sbagliate del governo stanno inducendo, rischiano di influire anche sulla tenuta complessiva del sistema.

Ogni sistema previdenziale ha un’esigenza fondamentale, quella della stabilità: non è pensabile di cambiare le cose a ogni legislatura. Una riforma è un patto tra le generazioni. Le aspettative che si accendono al momento del suo varo troveranno compimento nell’arco di 30-40 anni. Queste aspettative devono essere rispettate. La riforma del 95 ha messo in assetto strutturale il sistema: l’ha fatto producendo dei cambiamenti radicali e chiedendo sacrifici a tutti: a chi era prossimo alla pensione, chiedendogli di posticiparla; ma anche ai più giovani, con un tempo più lungo di lavoro e un sistema di calcolo collegato all’intera vita lavorativa. È stata una riforma draconiana, come ha riconosciuto la stessa Europa, ma ha funzionato.

D’altronde neppure il governo dice che gli interventi che intende attuare sono motivati da problemi di sostenibilità del sistema.


L’obiettivo  del governo: smantellare il sistema
Attraverso la delega, in realtà, il governo si pone l’obiettivo di smantellare il sistema, in una direzione coerente con l’insieme dei provvedimenti che sta portando avanti sul piano sociale: lo smantellamento della sanità pubblica, privilegiando quella privata; lo smantellamento della scuola pubblica, privilegiando quella privata; lo smantellamento della previdenza pubblica, privilegiando un rapporto del tutto individuale: ciascuno si arrangi e tragga da sé le risorse per costruirsi una prospettiva. 

Lo smantellamento della previdenza pubblica avviene in primis attraverso la decontribuzione, che mina il sistema non solo per il futuro ma anche rispetto all’oggi. Èuna specie di meccanismo perverso quello che si vuole introdurre: si riducono le risorse per il sistema pubblico, pensando così che ce ne siano di più per il settore privato. Ma, nella misura in cui saranno meno le risorse per il settore pubblico, se ne ridurranno i rendimenti, con un ulteriore bisogno d’incentivare il settore privato.

E, guarda caso, il secondo pilastro, quello della previdenza integrativa privata, lo si vuole realizzare attraverso la coercizione. Ché tale è infatti lo scippo del tfr, un’operazione inaccettabile e incostituzionale, perché cambia la natura del trattamento di fine rapporto, da salario differito, con un suo rendimento certo, a capitale di rischio. Per noi la libertà di scelta sull’utilizzo del tfr è essenziale anche perché, nell’impostazione della riforma del ’95, il sistema pubblico deve essere in grado di fornire trattamenti dignitosi. La previdenza complementare, che noi consideriamo importante, deve essere un’integrazione, non una sostituzione rispetto a un sistema che non mi garantisce più.

La decontribuzione e l’obbligatorietà del trasferimento del tfr ai fondi pensione sono i due assi che cambiano completamente lo schema della riforma fatta a suo tempo. C’è una logica perversa.

Anche qualora volessimo prendere per buono il fatto che il governo sia in grado di destinare di anno in anno risorse adeguate a copertura della decontribuzione, questi sarebbero oneri aggiuntivi; come sono oggi oneri aggiuntivi quelli previsti già nella Finanziaria per il cumulo lavoro-pensione; così come sono fonti di spesa gli incentivi ipotizzati per la permanenza nel posto di lavoro di chi abbia già maturato il diritto alla pensione.

E dove le prenderebbero queste risorse? La vera intenzione del governo ancora non è stata manifestata in esplicito con atti formali. Ma Maroni l’ha fatta capire quando ha detto: io ragiono degli incentivi, ma, se il Parlamento vorrà introdurre dei disincentivi per quanto riguarda il pensionamento d’anzianità, potrà farlo. Ci sono poi anticipazioni su ipotesi di disincentivare il pensionamento prima di una certa età (60-63 anni) attraverso l’applicazione a tutti del calcolo contributivo e il conseguente calo di pensione erogata. Ancora: è di pochi giorni fa un ragionamento su come innalzare l’età pensionabile per le donne. Tutti tagli, insomma.


Le nostre proposte
La Cgil dice no alla controriforma ma non si nasconde che, se il sistema esistente ha basi di solidità, di equità e di equilibrato rapporto tra le generazioni, ci sono problemi, dati dall’evoluzione del mercato del lavoro, dalla precarietà e dalla destrutturazione indotte dal governo; e ci sono punti non conclusi della riforma del 1995. In primo luogo bisogna procedere a una completa armonizzazione dei trattamenti e delle aliquote contributive. In secondo luogo occorre dare una risposta in termini positivi a chi fa lavori discontinui, che deve essere maggiormente coperto non solo in termini di sostegno al reddito ma anche in termini di sostegno alla previdenza.

Poi c’è il problema della totalizzazione (la possibilità di mettere insieme diversi spezzoni di contribuzione oggi in varie casse previdenziali o in diversi regimi all’interno dell’Inps per costruire un’unica pensione) su cui la delega è troppo “timida”, anche se le misure che prevede hanno già provocato le proteste di varie casse privatizzate di liberi professionisti.

Da ultimo, ma non per importanza, non hanno ancora trovato soluzione adeguata i problemi dei lavoratori più esposti: a lavori usuranti come a sostanze nocive (come l’amianto).

Con Cisl e Uil abbiamo manifestato la medesima contrarietà ai punti chiave della delega: dalla decontribuzione all’utilizzo forzoso del tfr, alle misure per la continuazione del lavoro dopo la maturazione dell’età di pensionamento. Adesso si tratta di costruire insieme anche momenti di mobilitazione a sostegno delle nostre proposte, per cercare di fermare la controriforma.

(Rassegna sindacale, n.8, 4 marzo 2003)

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