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Pensioni / Intervista con Morena Piccinini (Cgil)

La strategia del centrodestra, 
la nostra risposta

di Enrico Galantini

Questa estate è stato il tema più dibattuto. Parliamo delle pensioni e della necessità di una riforma, sostenuta a spada tratta da Confindustria e dai partiti della maggioranza di governo (ciascuno però con una propria ricetta, attenta agli interessi della propria base elettorale). E ora alla ripresa di settembre il tema è di nuovo caldo, con vertici di maggioranza annunciati, rinviati e poi fatti mentre la realtà della nostra economia fa sempre più acqua da tutte le parti. Ne parliamo con Morena Piccinini, segretaria confederale Cgil e responsabile del settore previdenza.

“Quello tra i diversi partiti della maggioranza è stato un balletto  indecoroso. C’era chi diceva di voler difendere le pensioni del Nord, chi quelle dei pubblici dipendenti, ma il messaggio sotteso a tutti gli interventi era lo stesso: sul sistema pensionistico si può e si deve intervenire con dei tagli. Ci sono forti divisioni nella maggioranza su questo come su altri temi, a partire dalle riforme istituzionali e da come affrontare l’insieme dei temi della politica economica e sociale del paese.  Il rischio però è quello che alla fine trovino un accordo su un mix d’interventi, magari anche contraddittori tra di loro, che accontentino (e scontentino) un po’ tutti, ma con l’obiettivo di fondo di colpire  lavoratori dipendenti e pensionati e di coprire, attraverso tagli alla spesa sociale, gli errori di politica economica che hanno compiuto in questi due anni di governo.

Rassegna   Uno dei leit motiv del dibattito estivo è  stato l’esempio europeo. Bisognerebbe fare, si è detto, qui da noi come in Francia e in Germania...

Piccinini  È un’ulteriore affermazione propagandistica. Il nostro paese, negli anni scorsi, ha prodotto una serie di riforme, sia per quanto riguarda il sistema previdenziale, sia per quanto riguarda l’insieme dei servizi sociali, che sono all’avanguardia nel panorama  europeo. Francia e Germania sotto questi aspetti non sono intervenuti al pari nostro. Oggi si tende a nascondere il fatto che la nostra spesa sociale è più bassa rispetto alla media europea e, prendendo a pretesto riforme di altri paesi, si tenta di ridurre ulteriormente la spesa sociale complessiva. Nell’autunno non dovremo affrontare solo il problema dell’intervento sul versante previdenza ma un problema molto più ampio che è la penalizzazione complessiva della spesa sociale – previdenza, sanità, assistenza e anche scuola – un processo che il governo ha già intrapreso nelle finanziarie precedenti intervenendo in modo particolare sulle risorse degli enti locali, secondo una filosofia che punta a comprimere complessivamente la solidarietà e la coesione sociale in nome del principio dell’incompatibilità tra sviluppo e prestazioni sociali.  Un principio che rigettiamo alla radice. Perché alla base di uno sviluppo vero e duraturo non può non esserci una giusta copertura delle prestazioni sociali. Si punta a privilegiare il privato sul pubblico, l’intervento a favore delle imprese rispetto a quello sulle famiglie. Noi a un travaso di risorse dal sociale al finanziamento dello sviluppo non ci stiamo nella maniera più assoluta. Lo sviluppo va finanziato cambiando la politica economica, riconoscendo che la Tremonti bis è stata un errore, come pure la detassazione delle donazioni e delle eredità, invertendo dunque il trend. Altro che tagli: sul sociale occorrono investimenti.

Rassegna  Il governo ha il problema di fare cassa. Maroni smentisce e dice che la riforma non va fatta nella Finanziaria ma nella delega, ma, aggiunge, comunque entro il 2003.

Piccinini  È l’ennesima finzione. A me interessa poco quale sia lo strumento se l’intento è quello di tagliare le prestazioni ai pensionati e ai pensionandi.  Se nella delega, oltre a non modificare gli elementi di distorsione che sono presenti, volessero aggiungere le misure di cui stanno discutendo oggi – interventi sulle pensioni di anzianità;  interventi rispetto al rendimento; interventi di ulteriore destrutturazione del sistema di calcolo del pubblico rispetto al privato – è evidente che anche lo strumento delega diventerebbe finalizzato a fare cassa. E dunque dov’è la differenza?

Rassegna  Sempre Maroni ha parlato recentemente di incentivi, con una proposta che raddoppia la quantità prevista dalla delega per coloro che decidessero di restare al lavoro dopo aver maturato i requisiti per la pensione d’anzianità. La Cgil ha risposto che non basta. Perché?

Piccinini   Sul principio degli incentivi siamo sempre stati d’accordo (almeno quanto siamo contrari ai disincentivi). Ma gli incentivi devono essere anche praticabili ed efficaci. Quanto proposto dal ministro Maroni rischia invece di non esserlo. Di per sé non basta un aumento temporaneo di reddito in busta paga per chi sceglie di restare a lavorare, se questo non si traduce successivamente in un aumento del rendimento pensionistico, cosa non prevista dal ministro del Welfare. Per di più nella situazione attuale, con le modifiche fatte nella scorsa Finanziaria a proposito di cumulo tra pensione e lavoro, al lavoratore che ha maturato i requisiti della pensione d’anzianità conviene di più andare in pensione e farsi riassumere come collaboratore piuttosto che accettare gli incentivi a restare al suo posto: e parliamo di differenze di centinaia di euro al mese. C’è un principio al quale il governo non deve derogare: a ogni lavoro deve corrispondere una contribuzione, e quindi un rendimento pensionistico. Questo per garantire i lavoratori e insieme la tenuta del sistema previdenziale.

Rassegna Ma concretamente questo cosa vuol dire: che quel 32,7 per cento di contributi attuali che Maroni propone di dare tutti in busta paga andrebbe rimodulato, parte in busta paga e parte in contribuzione previdenziale aggiuntiva, oppure che la quota di cui parla Maroni è insufficiente e va aumentata?

Piccinini   Vuol dire innanzitutto che l’incentivazione dovrebbe essere fatta con risorse tratte dalla fiscalità generale e non con la diminuzione del gettito previdenziale. E poi che le regole degli incentivi vanno armonizzate con quelle del cumulo post pensione.  Altrimenti qualsiasi ipotesi di incentivo sarebbe inefficace. Non sottovaluterei poi che la disponibilità di Maroni ad aumentare gli incentivi per chi resta a lavorare si accompagna alla volontà di penalizzare le pensioni dei dipendenti pubblici (vedi l’articolo di Gentile a pagina 4, ndr) oltre che le pensioni di invalidità. A proposito delle quali non è assolutamente vero che ci sia un sistema particolarmente lassista: già in passato il governo di centrosinistra aveva attivato controlli a tappeto, sempre nella presunzione che fossero troppe. Ma che cosa è successo? Che a molti anziani venne revocata la pensione di invalidità, ma poi, dietro contenzioso, essa venne ripristinata. Le regole sono già molto rigide.

Rassegna  Tornando agli incentivi, su questo tema le imprese, che vogliono i disincentivi, hanno fatto fuoco e fiamme...

Piccinini  Questo nasconde il vero problema. L’esigenza cui occorre rispondere è quella dell’invecchiamento attivo, di creare cioè le condizioni perché una persona possa liberamente scegliere di rimanere in servizio anche oltre l’età di uscita dal lavoro prevista dalla legge. Ma oltre le leggi ci sono anche le prassi in uso. E le stesse imprese che vogliono l’aumento dell’età pensionabile sono le prime, appena un lavoratore matura l’età per l’anzianità, a chiedergli di andarsene, o per sostituirlo con un lavoratore  giovane, magari precario, che certo costa meno ( e la legge 30 incentiverà questo fenomeno); oppure per  riassumere lo stesso neo pensionato come collaboratore, e quindi, anche in questo caso, risparmiando un bel po’. Per non parlare delle espulsioni di lavoratori maturi, nemmeno anziani, attraverso i processi di mobilità, più o meno lunga, e anche al di fuori degli ammortizzatori previsti dal mercato del lavoro.

Questo va detto in modo chiaro e inequivocabile. Noi non solo siamo disponibilissimi a ragionare di come permettere alle persone di rimanere al lavoro più a lungo, ma rilanciamo la sfida, a patto che ci sia un ragionamento a 360 gradi, che includa anche una formazione vera, che eviti l’obsolescenza delle professionalità di chi ha più di 40 anni; a patto cioè che l’ottica sia quella generale dell’interesse del paese e non quella  parziale di qualche ulteriore risparmio per le imprese. Il cui obiettivo è chiaro: vogliono i disincentivi per tenersi la leva delle espulsioni, vogliono lavoratori che vanno in pensione con un reddito ancora più basso, sempre più facili ostaggi di imprese che li farebbero poi rientrare con un costo ancora più basso. A questo non ci stiamo.

Rassegna  Il dibattito  d’agosto tra l’altro ha messo in secondo piano il fatto che già la delega così com’è non andava bene ai sindacati, che ne avevano chiesto cambiamento sostanziali...

Piccinini  La previdenza non è un terreno su cui il sindacato e il lavoro dipendente debbano ancora “dare”. Abbiamo già dato. E molto. Il problema oggi è quello di permettere alla gente di andare in pensione con un  reddito adeguato, che rimanga tale nel tempo. Perché  stiamo verificando – su questo c’è stata una denuncia forte del sindacato dei pensionati – una perdita consistente del potere d’acquisto delle pensioni. Occorrono pensioni dignitose, rivalutabili e rivalutate nel tempo, in modo tale da rimanere dignitose. Le proposte di Confindustria vanno in direzione opposta, traducendo nel campo della previdenza la logica perversa della legge 30. La critica di fondo che avevamo fatto alla delega – come Cgil l’avevamo definita una “controriforma della previdenza” – si basava sul fatto che il mix decontribuzione-prelievo obbligatorio comportava un indebolimento del sistema pubblico e un progressivo spostamento verso la previdenza privata, rendendo tutti – gli attuali pensionati, i pensionandi, i giovani –  più deboli.

La Camera, in prima lettura, aveva già contestato il fatto che la decontribuzione risultava essere senza copertura economica, tanto da eliminare il vincolo del 3 per cento come decontribuzione minima dicendo che era opportuno tenere in considerazione anche un’ipotesi di decontribuzione inferiore, in relazione alle risorse effettivamente disponibili da parte dello Stato. Tutto questo nell’ottica per cui lo Stato doveva coprire le risorse mancanti per via della decontribuzione, per impedire che gli istituti previdenziali entrassero in crisi o che i futuri lavoratori venissero penalizzati. Avevamo denunciato subito la falsità di questa operazione, che oggi risalta ancora di più. L’intenzione del governo era – ed è – quella di agevolare le imprese riducendo i contributi; non quella di inserire alcuna entità economica – anche perché peraltro non ne hanno a disposizione – a copertura di questa decontribuzione; tagliare le pensioni in essere e future per coprire questo regalo alle imprese (è stato calcolato che a regime il costo della decontribuzione sarebbe di 20 miliardi di euro). Noi abbiamo già detto che il mondo del lavoro non è disponibile a tirar fuori neppure un euro per finanziare un regalo alle imprese di questa portata. E unitariamente abbiamo avanzato anche ipotesi diverse, se il problema è quello di diminuire il costo del lavoro delle imprese, come la fiscalizzazione degli oneri impropri: è una filosofia completamente diversa.

Rassegna  Ma se l’intenzione è quella di fare cassa...  Il disavanzo del resto è pesante e una Finanziaria dovranno pur farla...

Piccinini  Il disavanzo dello Stato, non quello dell’Inps, il cui bilancio anzi è positivo, almeno nel 2002, mentre nel 2003 dà segni di sofferenza ma non per problemi creati dal mondo del lavoro dipendente quanto per  i  699 milioni di euro di disavanzo dell’Inpdai non ripianati dallo Stato: con l’effetto paradossale che sono i lavoratori a fare solidarietà alle imprese e il pensionato al minimo a fare solidarietà ai dirigenti d’azienda.

Rassegna  Insomma, si discute di come peggiorare la situazione attuale, mentre non sono stati ancora  soddisfatti i “crediti” che lavoro dipendente e pensionati avevano dalla riforma Dini...

Piccinini   E già. Noi non solo “abbiamo già dato” per assestare il sistema, ma abbiamo un credito alto che si chiama difesa del potere d’acquisto delle pensioni in essere e future; che si chiama rendimenti al minimo, un problema ancora assai forte, anche dopo la “bufala” del milione al mese (che peraltro ha anche capovolto il criterio per cui le pensioni suffragate da contributi devono essere in qualche modo premiate rispetto a quelle del tutto assistenziali) e che anzi l’inflazione aggrava; e poi c’è il credito che riguarda il lavoro discontinuo, tutele vere e pensioni credibili: è un problema enorme, che abbiamo evidenziato già negli anni scorsi, e che con la legge 30 diventerà drammatico, producendo non solo oggi incertezza e totale subalternità del lavoratore rispetto ai voleri dell’impresa, ma con impatti enormi nel futuro sul piano previdenziale. Occorre fare investimenti profondi (ammortizzatori sociali, sostegno al reddito, contribuzione) per sostenere la discontinuità del lavoro, non solo quella patologica prevista dalla legge 30 ma anche quella normale, per permettere a chi lavora in modo discontinuo di vivere decentemente oggi e di costruirsi un futuro pensionistico dignitoso. Tutti questi crediti non li lasceremo passare.

Rassegna  Si annuncia un autunno non facile...

Piccinini   Con proposte come quelle di cui si parla, se verranno portate avanti, il governo si renderà responsabile di un grave conflitto sociale. Se questa è la posta in palio, il sindacato non se la può cavare con uno sciopero, più o meno ampio: si apre una stagione nella quale c’è un’ulteriore evidenza di posizioni diametralmente opposte tra un principio di sano sviluppo  e il principio che sta portando avanti il governo. Per noi è importante tenere collegati tra loro i vari aspetti. Non possiamo dimenticare che questi interventi sullo Stato sociale sono motivati da una politica economica completamente sbagliata. Rilanciare il tema dei diritti del lavoro insieme a quello dei diritti di cittadinanza vuol dire sapere che la battaglia è complessiva e che la responsabilità di questo conflitto è tutta del governo e delle sue sciagurate politiche economiche e sociali.

Rassegna
  Una battaglia che può essere unitaria da parte dei sindacati?

Piccinini
  Me lo auguro. Non credo che una simile situazione sia sostenibile da parte degli altri sindacati. Noi faremo il possibile perché possa essere una lotta condotta unitariamente. Naturalmente, come è successo in altre occasioni, nel caso non si riuscisse ad avere una disponibilità unitaria, noi abbiamo la responsabilità di mantenere coerenza rispetto alla nostra battaglia per i diritti degli ultimi anni.

(Rassegna sindacale, n. 32, 4-10 settembre 2003)

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