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Questa estate è stato il tema più dibattuto.
Parliamo delle pensioni e della necessità di una riforma, sostenuta a
spada tratta da Confindustria e dai partiti della maggioranza di
governo (ciascuno però con una propria ricetta, attenta agli interessi
della propria base elettorale). E ora alla ripresa di settembre il tema
è di nuovo caldo, con vertici di maggioranza annunciati, rinviati e
poi fatti mentre la realtà della nostra economia fa sempre più acqua
da tutte le parti. Ne parliamo con Morena Piccinini, segretaria
confederale Cgil e responsabile del settore previdenza.
“Quello tra i diversi partiti della maggioranza è stato un balletto
indecoroso. C’era chi diceva di voler difendere le pensioni del Nord,
chi quelle dei pubblici dipendenti, ma il messaggio sotteso a tutti gli
interventi era lo stesso: sul sistema pensionistico si può e si deve
intervenire con dei tagli. Ci sono forti divisioni nella maggioranza su
questo come su altri temi, a partire dalle riforme istituzionali e da
come affrontare l’insieme dei temi della politica economica e sociale
del paese. Il rischio però è quello che alla fine trovino un
accordo su un mix d’interventi, magari anche contraddittori tra di
loro, che accontentino (e scontentino) un po’ tutti, ma con
l’obiettivo di fondo di colpire lavoratori dipendenti e
pensionati e di coprire, attraverso tagli alla spesa sociale, gli
errori di politica economica che hanno compiuto in questi due anni di
governo.
Rassegna Uno dei leit motiv del
dibattito estivo è stato l’esempio europeo. Bisognerebbe fare,
si è detto, qui da noi come in Francia e in Germania...
Piccinini È un’ulteriore
affermazione propagandistica. Il nostro paese, negli anni scorsi, ha
prodotto una serie di riforme, sia per quanto riguarda il sistema
previdenziale, sia per quanto riguarda l’insieme dei servizi sociali,
che sono all’avanguardia nel panorama europeo. Francia e
Germania sotto questi aspetti non sono intervenuti al pari nostro.
Oggi si tende a nascondere il fatto che la nostra spesa sociale è più
bassa rispetto alla media europea e, prendendo a pretesto riforme di
altri paesi, si tenta di ridurre ulteriormente la spesa sociale
complessiva. Nell’autunno non dovremo affrontare solo il problema
dell’intervento sul versante previdenza ma un problema molto più
ampio che è la penalizzazione complessiva della spesa sociale –
previdenza, sanità, assistenza e anche scuola – un processo che il
governo ha già intrapreso nelle finanziarie precedenti intervenendo in
modo particolare sulle risorse degli enti locali, secondo una filosofia
che punta a comprimere complessivamente la solidarietà e la coesione
sociale in nome del principio dell’incompatibilità tra sviluppo e
prestazioni sociali. Un principio che rigettiamo alla radice.
Perché alla base di uno sviluppo vero e duraturo non può non esserci
una giusta copertura delle prestazioni sociali.
Si punta a privilegiare il privato sul pubblico, l’intervento a
favore delle imprese rispetto a quello sulle famiglie. Noi a un travaso
di risorse dal sociale al finanziamento dello sviluppo non ci stiamo
nella maniera più assoluta. Lo sviluppo va finanziato cambiando la
politica economica, riconoscendo che la Tremonti bis è stata un
errore, come pure la detassazione delle donazioni e delle eredità,
invertendo dunque il trend.
Altro che tagli: sul sociale occorrono investimenti.
Rassegna Il governo ha il problema di fare cassa. Maroni
smentisce e dice che la riforma non va fatta nella Finanziaria ma nella
delega, ma, aggiunge, comunque entro il 2003.
Piccinini È l’ennesima finzione. A
me interessa poco quale sia lo strumento se l’intento è quello di
tagliare le prestazioni ai pensionati e ai pensionandi. Se nella
delega, oltre a non modificare gli elementi di distorsione che sono
presenti, volessero aggiungere le misure di cui stanno discutendo oggi
– interventi sulle pensioni di anzianità; interventi rispetto
al rendimento; interventi di ulteriore destrutturazione del sistema di
calcolo del pubblico rispetto al privato – è evidente che anche lo
strumento delega diventerebbe finalizzato a fare cassa. E dunque dov’è
la differenza?
Rassegna Sempre Maroni ha parlato
recentemente di incentivi, con una proposta che raddoppia la quantità
prevista dalla delega per coloro che decidessero di restare al lavoro
dopo aver maturato i requisiti per la pensione d’anzianità. La Cgil
ha risposto che non basta. Perché?
Piccinini Sul principio degli
incentivi siamo sempre stati d’accordo (almeno quanto siamo contrari
ai disincentivi). Ma gli incentivi devono essere anche praticabili ed
efficaci. Quanto proposto dal ministro Maroni rischia invece di non
esserlo. Di per sé non basta un aumento temporaneo di reddito in busta
paga per chi sceglie di restare a lavorare, se questo non si traduce
successivamente in un aumento del rendimento pensionistico, cosa non
prevista dal ministro del Welfare.
Per di più nella situazione attuale, con le modifiche fatte nella
scorsa Finanziaria a proposito di cumulo tra pensione e lavoro, al
lavoratore che ha maturato i requisiti della pensione d’anzianità
conviene di più andare in pensione e farsi riassumere come
collaboratore piuttosto che accettare gli incentivi a restare al suo
posto: e parliamo di differenze di centinaia di euro al mese.
C’è un principio al quale il governo non deve derogare: a ogni
lavoro deve corrispondere una contribuzione, e quindi un rendimento
pensionistico. Questo per garantire i lavoratori e insieme la tenuta
del sistema previdenziale.
Rassegna Ma concretamente questo cosa vuol
dire: che quel 32,7 per cento di contributi attuali che Maroni propone
di dare tutti in busta paga andrebbe rimodulato, parte in busta paga e
parte in contribuzione previdenziale aggiuntiva, oppure che la quota di
cui parla Maroni è insufficiente e va aumentata?
Piccinini Vuol dire innanzitutto
che l’incentivazione dovrebbe essere fatta con risorse tratte dalla
fiscalità generale e non con la diminuzione del gettito previdenziale.
E poi che le regole degli incentivi vanno armonizzate con quelle del
cumulo post pensione. Altrimenti qualsiasi ipotesi di incentivo
sarebbe inefficace.
Non sottovaluterei poi che la disponibilità di Maroni ad aumentare gli
incentivi per chi resta a lavorare si accompagna alla volontà di
penalizzare le pensioni dei dipendenti pubblici (vedi l’articolo di
Gentile a pagina 4, ndr) oltre che le pensioni di invalidità.
A proposito delle quali non è assolutamente vero che ci sia un sistema
particolarmente lassista: già in passato il governo di centrosinistra
aveva attivato controlli a tappeto, sempre nella presunzione che
fossero troppe. Ma che cosa è successo? Che a molti anziani venne
revocata la pensione di invalidità, ma poi, dietro contenzioso, essa
venne ripristinata. Le regole sono già molto rigide.
Rassegna Tornando agli incentivi, su
questo tema le imprese, che vogliono i disincentivi, hanno fatto fuoco
e fiamme...
Piccinini Questo nasconde il vero
problema. L’esigenza cui occorre rispondere è quella
dell’invecchiamento attivo, di creare cioè le condizioni perché una
persona possa liberamente scegliere di rimanere in servizio anche oltre
l’età di uscita dal lavoro prevista dalla legge.
Ma oltre le leggi ci sono anche le prassi in uso. E le stesse imprese
che vogliono l’aumento dell’età pensionabile sono le prime, appena
un lavoratore matura l’età per l’anzianità, a chiedergli di
andarsene, o per sostituirlo con un lavoratore giovane, magari
precario, che certo costa meno ( e la legge 30 incentiverà questo
fenomeno); oppure per riassumere lo stesso neo pensionato come
collaboratore, e quindi, anche in questo caso, risparmiando un bel
po’. Per non parlare delle espulsioni di lavoratori maturi, nemmeno
anziani, attraverso i processi di mobilità, più o meno lunga, e anche
al di fuori degli ammortizzatori previsti dal mercato del lavoro.
Questo va detto in modo chiaro e inequivocabile. Noi non solo siamo
disponibilissimi a ragionare di come permettere alle persone di
rimanere al lavoro più a lungo, ma rilanciamo la sfida, a patto che ci
sia un ragionamento a 360 gradi, che includa anche una formazione vera,
che eviti l’obsolescenza delle professionalità di chi ha più di 40
anni; a patto cioè che l’ottica sia quella generale dell’interesse
del paese e non quella parziale di qualche ulteriore risparmio
per le imprese. Il cui obiettivo è chiaro: vogliono i disincentivi per
tenersi la leva delle espulsioni, vogliono lavoratori che vanno in
pensione con un reddito ancora più basso, sempre più facili ostaggi
di imprese che li farebbero poi rientrare con un costo ancora più
basso. A questo non ci stiamo.
Rassegna Il dibattito d’agosto
tra l’altro ha messo in secondo piano il fatto che già la delega così
com’è non andava bene ai sindacati, che ne avevano chiesto
cambiamento sostanziali...
Piccinini La previdenza non è un
terreno su cui il sindacato e il lavoro dipendente debbano ancora
“dare”. Abbiamo già dato. E molto. Il problema oggi è quello di
permettere alla gente di andare in pensione con un reddito
adeguato, che rimanga tale nel tempo. Perché stiamo verificando
– su questo c’è stata una denuncia forte del sindacato dei
pensionati – una perdita consistente del potere d’acquisto delle
pensioni. Occorrono pensioni dignitose, rivalutabili e rivalutate nel
tempo, in modo tale da rimanere dignitose. Le proposte di Confindustria
vanno in direzione opposta, traducendo nel campo della previdenza la
logica perversa della legge 30.
La critica di fondo che avevamo fatto alla delega – come Cgil
l’avevamo definita una “controriforma della previdenza” – si
basava sul fatto che il mix decontribuzione-prelievo obbligatorio
comportava un indebolimento del sistema pubblico e un progressivo
spostamento verso la previdenza privata, rendendo tutti – gli attuali
pensionati, i pensionandi, i giovani – più deboli.
La Camera, in prima lettura, aveva già contestato
il fatto che la decontribuzione risultava essere senza copertura
economica, tanto da eliminare il vincolo del 3 per cento come
decontribuzione minima dicendo che era opportuno tenere in
considerazione anche un’ipotesi di decontribuzione inferiore, in
relazione alle risorse effettivamente disponibili da parte dello Stato.
Tutto questo nell’ottica per cui lo Stato doveva coprire le risorse
mancanti per via della decontribuzione, per impedire che gli istituti
previdenziali entrassero in crisi o che i futuri lavoratori venissero
penalizzati. Avevamo denunciato subito la falsità di questa
operazione, che oggi risalta ancora di più. L’intenzione del governo
era – ed è – quella di agevolare le imprese riducendo i
contributi; non quella di inserire alcuna entità economica – anche
perché peraltro non ne hanno a disposizione – a copertura di questa
decontribuzione; tagliare le pensioni in essere e future per coprire
questo regalo alle imprese (è stato calcolato che a regime il costo
della decontribuzione sarebbe di 20 miliardi di euro).
Noi abbiamo già detto che il mondo del lavoro non è disponibile a
tirar fuori neppure un euro per finanziare un regalo alle imprese di
questa portata. E unitariamente abbiamo avanzato anche ipotesi diverse,
se il problema è quello di diminuire il costo del lavoro delle
imprese, come la fiscalizzazione degli oneri impropri: è una filosofia
completamente diversa.
Rassegna Ma se l’intenzione è
quella di fare cassa... Il disavanzo del resto è pesante e una
Finanziaria dovranno pur farla...
Piccinini Il disavanzo dello Stato,
non quello dell’Inps, il cui bilancio anzi è positivo, almeno nel
2002, mentre nel 2003 dà segni di sofferenza ma non per problemi
creati dal mondo del lavoro dipendente quanto per i 699
milioni di euro di disavanzo dell’Inpdai non ripianati dallo Stato:
con l’effetto paradossale che sono i lavoratori a fare solidarietà
alle imprese e il pensionato al minimo a fare solidarietà ai dirigenti
d’azienda.
Rassegna Insomma, si discute di come
peggiorare la situazione attuale, mentre non sono stati ancora
soddisfatti i “crediti” che lavoro dipendente e pensionati avevano
dalla riforma Dini...
Piccinini E già. Noi non solo
“abbiamo già dato” per assestare il sistema, ma abbiamo un credito
alto che si chiama difesa del potere d’acquisto delle pensioni in
essere e future; che si chiama rendimenti al minimo, un problema ancora
assai forte, anche dopo la “bufala” del milione al mese (che
peraltro ha anche capovolto il criterio per cui le pensioni suffragate
da contributi devono essere in qualche modo premiate rispetto a quelle
del tutto assistenziali) e che anzi l’inflazione aggrava; e poi c’è
il credito che riguarda il lavoro discontinuo, tutele vere e pensioni
credibili: è un problema enorme, che abbiamo evidenziato già negli
anni scorsi, e che con la legge 30 diventerà drammatico, producendo
non solo oggi incertezza e totale subalternità del lavoratore rispetto
ai voleri dell’impresa, ma con impatti enormi nel futuro sul piano
previdenziale. Occorre fare investimenti profondi (ammortizzatori
sociali, sostegno al reddito, contribuzione) per sostenere la
discontinuità del lavoro, non solo quella patologica prevista dalla
legge 30 ma anche quella normale, per permettere a chi lavora in modo
discontinuo di vivere decentemente oggi e di costruirsi un futuro
pensionistico dignitoso.
Tutti questi crediti non li lasceremo passare.
Rassegna Si annuncia un autunno non
facile...
Piccinini Con proposte come
quelle di cui si parla, se verranno portate avanti, il governo si
renderà responsabile di un grave conflitto sociale. Se questa è la
posta in palio, il sindacato non se la può cavare con uno sciopero, più
o meno ampio: si apre una stagione nella quale c’è un’ulteriore
evidenza di posizioni diametralmente opposte tra un principio di sano
sviluppo e il principio che sta portando avanti il governo.
Per noi è importante tenere collegati tra loro i vari aspetti. Non
possiamo dimenticare che questi interventi sullo Stato sociale sono
motivati da una politica economica completamente sbagliata. Rilanciare
il tema dei diritti del lavoro insieme a quello dei diritti di
cittadinanza vuol dire sapere che la battaglia è complessiva e che la
responsabilità di questo conflitto è tutta del governo e delle sue
sciagurate politiche economiche e sociali.
Rassegna Una battaglia che può essere unitaria da parte dei
sindacati?
Piccinini Me lo auguro. Non credo che una simile situazione
sia sostenibile da parte degli altri sindacati. Noi faremo il possibile
perché possa essere una lotta condotta unitariamente. Naturalmente,
come è successo in altre occasioni, nel caso non si riuscisse ad avere
una disponibilità unitaria, noi abbiamo la responsabilità di
mantenere coerenza rispetto alla nostra battaglia per i diritti degli
ultimi anni.
(Rassegna sindacale, n. 32, 4-10 settembre 2003)
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