STATO SOCIALE

PRIMA

 

Tagli alle pensioni / Il calendario dei sindacati dopo lo sciopero

Dieci milioni di ragioni per andare avanti

di Mauro Guzzonato
Segretario confederale Cgil

Alla vigilia non avevamo dubbi su come sarebbe andata. Tuttavia la riuscita della giornata del 24 ottobre è stata superiore a ogni aspettativa: nell’adesione allo sciopero, nella forte partecipazione nelle piazze d’Italia. Con buona pace dei nostri detrattori, degli osservatori perennemente perplessi, del presidente di Confindustria e delle sue dichiarazioni grottesche sulla scarsa riuscita della nostra mobilitazione.

A dire sì a Cgil Cisl e Uil sono stati tra il 70 e l’80 per cento dei lavoratori dipendenti, almeno dieci milioni di persone, nell’industria, nel pubblico impiego e nei servizi. Rasentiamo il 100 per cento nelle roccaforti tradizionali ma abbiamo adesioni assai significative anche nelle realtà più nuove del mondo del lavoro e tra i giovani.

E poi la prova delle piazze. Serene, colorate e determinate insieme, attraversate da un buon clima unitario. Dai 200 mila di Milano ai 150 mila di Roma, ai 70 mila di Bologna, Napoli, Torino e Genova, fino alle decine di manifestazioni affollate di cittadini, lavoratori, pensionati e di tanti giovani consapevoli che questa battaglia è anche la loro battaglia, un pezzo del loro futuro.

L’Italia del lavoro – ma anche parti sempre più larghe di opinione pubblica – hanno ben chiaro ormai come questa controriforma delle pensioni sia figlia della scelta deliberata del governo di cercare il conflitto per nascondere e rappezzare un quadro economico fortemente negativo e una politica fallimentare.


E’ il governo che cerca il conflitto
La nebbia mediatica che si è cercato di spargere sulla situazione del paese va velocemente diradandosi. Tutti gli indicatori economici sono negativi e la coscienza sul rischio di declino che abbiamo solitariamente segnalato da tempo è diventata patrimonio comune.  I «demonizzatori» di ieri vengono presi sul serio e creduti. Da ultima anche Banca d’Italia concorda e lancia allarmi su una situazione di prolungata stagnazione e progressiva perdita di competitività del paese, assai lontana dagli incipienti «miracoli economici» di qualche tempo fa.

Il ministro Tremonti ha cinicamente ammesso che senza pensioni non c’è neppure Finanziaria, che l’intervento sulla previdenza – partorito dopo cruente lotte intestine – è stato concepito non sulla base di analisi e verifiche serie di compatibilità finanziaria, previste dalla legge per il 2005, ma come «passepartout» per rendere credibile ai mercati finanziari e all’Unione europea una manovra sgangherata dove regnano sovrane le «una tantum» e gli immorali condoni fiscali ed edilizi.

La crisi ormai dura da molto tempo e nessuno è credibilmente in grado di dire se, e quando, ci sarà una ripresa significativa. E che caratteri avrà. Ma mentre in Europa i governi cercano di individuare strade per politiche  anticicliche e di sviluppo, il nostro taglia risorse e strumenti per la ricerca, l’innovazione e la formazione, riduce sul welfare e la scuola, ignora il Mezzogiorno, stringe il cappio al collo di Regioni e Comuni, con pesanti ricadute sui servizi sociali locali e sulla sanità.

Per tutto questo sappiamo di doverci attrezzare a una mobilitazione  di respiro e durata, che sappia tenere insieme la nostra difesa della  riforma Dini con la battaglia contro il declino economico, la priorità della difesa del potere d’acquisto di salari e pensioni con il cambiamento di una Finanziaria ingiusta socialmente e dannosa economicamente. Con Cisl e Uil abbiamo deciso di cadenzare un fitto calendario di iniziative dal respiro ampio che cerchi di intrecciare l’iter politico-istituzionale del «decretone», della Finanziaria e della stessa delega sulle pensioni. Inizieremo il 15 novembre a Reggio Calabria, con una grande assemblea nazionale di quadri e delegati sui temi del Mezzogiorno, ormai derubricati dalle politiche del governo, per passare a fine novembre, esattamente il 29, a una manifestazione nazionale sui temi della scuola e della formazione, per arrivare il 6 dicembre a una grande manifestazione nazionale a Roma.


Un programma articolato
Un programma articolato che, ovviamente, non esclude, se sarà necessaria, la proclamazione dello sciopero generale di otto ore, tanto caro e atteso dallo stesso ministro Maroni.

Dobbiamo mettere in conto – i primi segnali ci sono stati già prima del 24 – un gran movimento diplomatico, un confuso fiorire di proposte e di inviti al dialogo e, soprattutto,  tentativi di dividerci con promesse e pressioni secondo il vecchio schema dei buoni e dei cattivi (dove i cattivi ovviamente saremmo noi della Cgil). Sono convinto che il tentativo non riuscirà: su questi temi è forte e convinta la convergenza unitaria, la fase è diversa e la storia non si ripropone quasi mai allo stesso identico modo. 

A questi inviti la più chiara delle risposte l’abbiamo comunque data venerdì scorso. Nessuna trattativa seria è possibile se non vengono ritirati provvedimenti inemendabili, in modo che si possa ripartire con la discussione da dove l’avevamo lasciata, con le nostre controproposte alla  «vecchia» delega del governo, e si possa avviare contemporaneamente un confronto sui temi dello sviluppo, del Mezzogiorno, dello Stato sociale, della difesa delle retribuzioni e delle pensioni.

Un’ultima considerazione: io credo che Cgil Cisl e Uil debbano attrezzarsi per quella che si annuncia come una battaglia non breve e che non si gioca solo sul terreno classico dell’iniziativa sindacale, quanto come una vera e propria battaglia mediatica. Il presidente del Consiglio l’ha fatto capire subito con il suo discorso a reti unificate e il governo ha dalla sua risorse davvero sproporzionate rispetto a quelle che possono mettere in campo i sindacati. Noi abbiamo la forza della ragione: non è poco e milioni e milioni di persone hanno dimostrato di averlo già capito. Ma dobbiamo trovare il modo di arrivare con messaggi chiari e comprensibili anche a chi non la pensa come noi. E’ una grossa sfida. Ma è anche un terreno al quale non ci possiamo sottrarre, se vogliamo che la nostra battaglia abbia un esito positivo.

(Rassegna sindacale, n.40, 30 ottobre - 4 novembre 2003)

LINK

Cgil

Cisl

Uil