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Il governo ha presentato a fine luglio il Piano
nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale. Un pessimo documento,
che “non compie scelte strategiche finalizzate positivamente
all’inclusione sociale, non indica soluzioni a breve in grado di
affrontare i drammatici problemi di moltissime persone e famiglie, non
contiene traccia delle risorse necessarie”. È questo il giudizio,
radicalmente negativo, espresso unitariamente da Cgil, Cisl,Uil.
Il Piano infatti, riflette pienamente gli orientamenti che l’esecutivo ha
fin qui assunto su tutto il sistema delle politiche sociali: si mantiene
il congelamento della legge 328/2000 di riforma dell’assistenza a partire
dalla mancata definizione dei livelli essenziali delle prestazioni
sociali; si cancellano esperienze importanti come quella del Reddito
minimo di inserimento; si riduce il sistema delle prestazioni sociali a
una condizione di costante sottofinanziamento. La spesa sociale nel mostro
paese, è infatti già molto al di sotto della media europea. Inoltre, il
Fondo nazionale per le politiche sociali, già molto sottostimato, risulta
vincolato in gran parte dai diritti soggettivi (trattamenti di invalidità,
assegni di maternità) e da provvedimenti vincolati centralmente (nidi
aziendali, acquisto della prima casa per le giovani coppie) che assorbono
una parte del Fondo stesso.
Così tutto il campo dei servizi gestiti dalle autonomie locali viene a
trovarsi in un situazione di strutturale difficoltà che può diventare, di
fatto, irreversibile. In questo modo si assesta un duro colpo alla
esigibilità dei diritti, si approfondiscono gli squilibri e le
diseguaglianze territoriali, si creano le condizioni di una rottura
verticale del patto di coesione sociale.
Stiamo ai fatti. Il governo, oramai molti mesi fa, in occasione del
confronto sul Libro bianco del welfare aveva assunto l’impegno di definire
i livelli essenziali delle prestazioni sociali, di operare per la
costituzione del fondo nazionale per la non autosufficienza, di definire
misure di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale.
Niente di tutto ciò è stato fatto. Non un documento, un foglio di carta,
un appunto è stato prodotto. Al di là di enunciazioni verbali c’è un’unica
certezza: le famiglie, in particolare nel Mezzogiorno, che usufruivano del
Reddito minimo di inserimento e che, attraverso quella misura, avevano
visto la possibilità di uscire progressivamente da una condizione di
povertà ed emarginazione, oggi non hanno nulla. Il governo ha
colpevolmente posto fine a quell’esperienza senza predisporre nuovi
provvedimenti.
Nel Piano nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale, come già nel
Libro bianco sul welfare il governo assegna un ruolo centrale alla
famiglia. E allora, cosa ha da dire il governo alle molte famiglie della
Campania alle quali l’esperienza del Reddito minimo di inserimento aveva
consentito di far proseguire l’obbligo scolastico a tanti ragazzi
togliendoli dal ricatto del lavoro minorile? Ecco le responsabilità gravi
che ha questo governo proprio nella lotta contro l’esclusione e la
povertà. In realtà la famiglia descritta nel Piano e nel Libro bianco non
è un soggetto attorno a cui ruotano servizi e risorse, bensì un’entità
separata e sola, destinataria di qualche trasferimento monetario,
abbandonata alle dinamiche del mercato.
Non a caso come misura di sostegno il governo pensa agli 800 euro per la
nascita di un figlio: una misura una tantum, erogata in modo
indifferenziato, inutile e inefficace. La condizione di disagio, infatti,
in cui si trovano molte famiglie italiane è il frutto di una situazione
economica grave e di una perdurante crisi industriale. Ed è grave che il
governo, incapace di mettere in campo scelte politiche in grado di
arrestare il declino economico del paese, pensi di affrontare la
situazione di difficoltà di molte famiglie con misure una tantum.
Ecco quindi il quadro che si presenta: il governo opera per colpire il
welfare pubblico e universale e aprire varchi consistenti alla
privatizzazione dei servizi. Così ai servizi di qualità, gestiti dal
privato, accederà chi ha le possibilità economiche; gli altri dovranno
accontentarsi dell’assistenza “caritatevole” dello Stato. A tutto ciò si
aggiunge un Dpef che si presenta oggi come un involucro vuoto ma che
preannuncia, in occasione della definizione della prossima legge
finanziaria, interventi pesanti proprio sulle politiche sociali, sulla
sanità, sulla previdenza.
I danni che le politiche del centro-destra stanno producendo sul sistema
del welfare del nostro paese sono enormi. Per questo occorre aprire una
grande offensiva capace di affermare i diritti di uguaglianza,
cittadinanza, solidarietà. L’impegno della Cgil, a partire dalle
iniziative unitarie che sui temi del welfare si si sono registrate con
Cisl e Uil, è quello di costruire un forte movimento di massa capace di
legare la battaglia per i diritti di cittadinanza a quella sui diritti per
il lavoro.
*Coordinatore dipartimento Cgil Welfare e Nuovi diritti |