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La spesa sociale è in linea con la media europea, è
addirittura inferiore a quella di Francia e Germania. Le persone che in
Italia vivono in una condizione di povertà assoluta sono tre milioni.
Occorre estendere a tutti il sistema contributivo per il calcolo della
pensione. Sono alcuni dei risultati, e dei consigli, annunciati oggi
dall’Inpdap (l'Istituto di previdenza dei dipendenti pubblici) con la
presentazione del Rapporto 2002 sullo stato sociale.
Cominciamo dalle questioni relative alla pensione. Per l’Inpdap
l’estensione del sistema contributivo potrà determinare l'innalzamento
dell'età effettiva di pensionamento.
L'istituto parte dalla constatazione che l'estensione del sistema
contributivo a tutti i lavoratori nella forma pro rata ha perso una parte
rilevante della sua efficacia in termini di riduzione di spesa perché,
col passare degli anni, i lavoratori rientranti nel sistema retributivo
hanno maturato, fino al 2002, altri sette anni in questo sistema. ''La
riduzione dell'importo individuale delle pensioni derivante dalla minore
durata del sistema contributivo pro rata eventualmente applicabile dal
2003 - osserva l'Inpdap - si è, quindi, sensibilmente ridotta risultando
ancora elevata solo per le persone con minore anzianità contributiva (25
anni nel 2002) e con un pensionamento prima dei sessant'anni. Al crescere
dell'anzianità contributiva nel 2002 e, soprattutto, all'aumentare
dell'età di pensionamento la riduzione della pensione con il passaggio al
pro rata si riduce sensibilmente fino ad annullarsi. La penalizzazione
resterebbe elevata tra i lavoratori autonomi per effetto della loro minore
contribuzione e del legame diretto nel sistema contributivo tra
prestazione e contribuzione''.
Per l'indagine, quindi, l'aumento dell'età di
pensionamento dovrebbe essere prodotto dalla progressiva applicazione del
sistema contributivo. Nel sistema contributivo, si ricorda, ''l'importo
della pensione è legato, tra gli altri elementi, anche all'età
anagrafica del pensionamento. La riduzione dei tassi di sostituzione
(rapporto tra ultima retribuzione percepita dal lavoratore e l'ammontare
dell'assegno) operata nel sistema contributivo - sostiene ancora l'Inpdap
- opererà come incentivo a posticipare il momento del pensionamento, data
la penalizzazione nell'importo della pensione prevista per le età più
basse. L'eventuale estensione del contributivo potrebbe anticipare questo
fenomeno''.
Per l'istituto, limitarsi, invece, ad aumentare l'età legale conservando
il sistema retributivo (quello contributivo si applica a chi all'epoca
della riforma Dini del '95 aveva meno di 18 anni di contributi) potrebbe
avere effetti sociali negativi ed essere inefficace per un aumento del
tasso di occupazione. ''L'Italia è indubbiamente caratterizzata da un
basso tasso di attività nelle classi di età sopra i 50 anni, ma in
queste, a differenza di altri paesi europei, ha anche un basso tasso di
disoccupazione'', spiega ancora il dossier secondo il quale l'innalzamento
dell'età pensionabile ha un effetto positivo sul tasso di occupazione
solo se, corrispondentemente, si riduce il processo di espulsione dal
settore produttivo dei lavoratori anziani, altrimenti parte almeno
dell'effetto di un incremento dell'età pensionabile si tramuterebbe in un
aumento del tasso di disoccupazione degli ultracinquantenni.
Riguardo la spesa
sociale, l’Inpdap avverte subito che "l'anomalia italiana non
appare tale". Le risorse complessivamente devolute a scopi sociali
rappresentano infatti nel 1999 (ultimi dati disponibili) una quota pari al
24,4 per cento del pil, contro il 26,4 della media europea. La spesa per
vecchiaia, superstiti, invalidità e disoccupazione, depurando il dato
italiano dal tfr, risulta il 16,3 per cento del pil, contro il 16,2% della
media europea, inferiore a Francia (16,5), Germania (16,8) e ai paesi
scandinavi. Secondo l'Inpdap l'Italia non rappresenta un'anomalia neppure
per le pensioni di anzianità, dal momento che in altri paesi vi sono
altre forme di uscita dal mercato del lavoro dei lavoratori anziani, come
indennità di disoccupazione, pensioni anticipate o pensioni di invalidità.
Nel rapporto,
l'Italia risulta in linea con Francia e Germania anche per quanta riguarda
l'incidenza del prelievo contributivo e fiscale sul costo del lavoro. Un
valore inferiore del cuneo fiscale si registra nel Regno Unito, ma qui i
lavoratori devono finanziare di tasca propria una parte di beni e servizi
sociali. Analizzando la spesa sociale, l'Inpdap nota poi che le
prestazioni di natura assistenziale coprono una quota del pil pari a poco
meno del 4 per cento e inferiore a quella della maggior parte dei paesi
europei. Nel 2001 la spesa per prestazioni di protezione sociale, al netto
delle liquidazioni, rappresenta per le istituzioni pubbliche una quota
pari al 22,1 per cento del pil. Considerando le imposte prelevate a vario
titolo sulle prestazioni, pari circa al 2 per cento del pil, l'effettiva
incidenza della spesa sociale sulla spesa dello Stato risulta
sensibilmente ridotta.
Riguardo il
sistema sanitario, il rapporto dell'Inpdap sottolinea l'aumento della
spesa privata che nel corso degli anni novanta è stata tra le più
accentuate d'Europa, a fronte di una sostanziale stabilita' della spesa
complessiva, che risulta invece inferiore a quella della maggior parte dei
paesi europei fra i quali Francia e Germania.
L’Inpdap
sottolinea anche il costo economico e sociale della crescente
disoccupazione tra i maschi ultracinquantenni che "non può essere
affrontato se non prolungando la presenza dei lavoratori nel mercato del
lavoro". L'obiettivo "dovrebbe essere quello di realizzare delle
politiche per l'invecchiamento attivo, riducendo i rischi di esclusione a
causa dell'evoluzione tecnologica e delle barriere poste dalla società
della conoscenza".
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