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Scuola privata / I risultati di una ricerca effettuata a Milano

Ricchi e svogliati

di Anna Avitabile

Non è vero che l’istruzione offerta dalla scuola privata è superiore a quella della scuola pubblica. Anzi, soprattutto per gli istituti privati non confessionali, è vero il contrario, quasi sempre. Questo il risultato di una ricerca di Giuseppe Bertola e Daniele Checchi, docenti rispettivamente nelle università di Torino e di Milano, dal titolo Sorting and Private Education in Italy, pubblicata nell’ultimo numero del trimestrale della Confindustria «Lavoro e Relazioni industriali», n.2, 2001 (consultabile in www.biblio.liuc.it:8080/biblio/essper/schedper/p29.htm).

In Italia non esistono dati specifici sulla qualità della formazione offerta dagli istituti scolastici, pubblici e privati, né informazioni riguardanti il percorso degli gli studenti nel mercato del lavoro. Per capire quanto sia significativa la provenienza da una scuola privata o da una pubblica sugli studi successivi, i due ricercatori hanno utilizzato le informazioni rese dagli studenti nei moduli d’iscrizione all’Università statale di Milano. Il campione esaminato riguarda l’intera popolazione iscritta alla Statale nell’anno accademico 1999-2000, prendendo in considerazione due indici (il voto e il numero di esami sostenuti nell’anno) che, moltiplicati tra loro, definiscono la performance complessiva.

L’analisi dimostra che, in generale, chi ha frequentato un istituto privato ottiene risultati peggiori rispetto ai colleghi provenienti dalla scuola pubblica, o perché ha una media più bassa o perché sostiene un numero inferiore di esami.

Il passo successivo della ricerca è di disaggregare il comparto “scuole private” in due sottoinsiemi (scuole cattoliche e scuole non cattoliche) e distinguere inoltre i licei dagli istituti tecnici e professionali. L’esito della prova risulta più variegato, ma di segno conforme. Chi proviene da licei pubblici si colloca al primo posto quanto a risultati universitari, al secondo coloro che hanno frequentato licei confessionali. Ben distanziati da questi ultimi vi sono gli studenti che provengono da istituti tecnici e professionali cattolici, seguiti a poca distanza dagli analoghi istituti pubblici, al quinto posto si trova chi viene dai licei privati non confessionali e all’ultimo chi ha frequentato istituti tecnici o professionali privati non confessionali.

La spiegazione appare a questo punto chiara: “All’interno di un sistema educativo ampiamente stratificato – sostengono i ricercatori – le scuole private sembrano giocare una sorta di ruolo “riparatore”. In media, esse migliorano i risultati degli studenti provenienti da famiglie ricche, ma il loro valore aggiunto sembra essere il recupero degli studenti meno brillanti piuttosto che l’offerta di un’educazione di alta qualità e a tutto campo”. Oltre che riprodurre un ambiente sociale selezionato, il ruolo della scuola privata, sia cattolica che laica, nel nostro paese sembra dunque soprattutto quello di prendersi cura degli studenti meno dotati (o più problematici o svogliati) che provengono da ambienti relativamente ricchi. Sarebbe questa, in sostanza, la motivazione di base per cui in Italia alcune famiglie sostengono i costi connessi alla frequenza di un istituto privato, optando in particolare per scuole non confessionali meglio note con il nome di “diplomifici”.

“Escluse le punte di eccellenza – commenta Volfango Pirelli, segretario generale della Cgil Scuola della Lombardia – credo anch’io che il settore scolastico privato, benché non omogeneo al suo interno, risulti nella media peggiore del sistema pubblico, anche perché gli insegnanti sono pagati di meno, hanno poca esperienza e spesso sono precari”.

Oggi il sistema pubblico-privato in Italia consente agli studenti di distribuirsi in base sia al talento che al reddito familiare. Gli studenti migliori, in termini di qualità personali e di retroterra culturale familiare, s’indirizzano spontaneamente verso i licei. Inoltre avviene che le famiglie più ricche sembrano orientarsi verso le scuole private, spesso confessionali. Tale distribuzione, come si è provato, amplifica le differenze nei risultati accademici degli studenti. Mentre la riforma scolastica dell’Ulivo aveva puntato a cancellare una di queste differenziazioni, unificando fino ai sedici anni i curricula e facilitando la mobilità fra diversi percorsi educativi, il governo di centrodestra ha invece preferito ripristinare la distinzione fra licei e scuole professionali, oltre che introdurre, tramite i buoni scuola, un sostegno finanziario per l’iscrizione al circuito privato.

Se è vero che l’obiettivo del voucher è in generale quello di migliorare l’efficienza complessiva del sistema, attraverso una maggiore competizione tra scuole pubbliche e private, tuttavia Bertola e Checchi sottolineano come la formulazione adottata in Italia (che, di fatto, non li correla al reddito né ai risultati scolastici e non li rende utilizzabili per la scuola pubblica) produca come unico effetto quello di “far aumentare la competizione all’interno del settore privato”, perché si rende la scuola privata abbordabile per uno strato sociale appena meno ricco, ma ancora benestante. Si tratta di un risultato che, alla luce delle considerazioni precedenti, difficilmente migliorerà l’efficienza complessiva del sistema educativo. Inoltre si rileva l’assenza dal nostro dibattito riguardo ai voucher di un elemento indispensabile, e cioè la necessità di trasparenza del settore, ottenibile adottando ad esempio un sistema di valutazione pubblica delle scuole e dei professori sulla base di criteri obiettivi di performance. “Per migliorare l’efficienza complessiva – conclude la ricerca – sarebbe necessario concentrare gli investimenti nella scuola primaria, per accrescerne la qualità in modo da compensare il peso che hanno tuttora le differenze sociali e basare l’ammissione alla scuola superiore sul merito, in modo da ridurre il ruolo oggi svolto della ricchezza familiare. Sotto questo profilo anche i voucher potrebbero giocare un ruolo significativo, a patto di mirarli alle famiglie povere e condizionarli alle performance dello studente”.

(Rassegna sindacale, n.9, 6-12 marzo 2003)

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