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Milano / La sanità secondo Formigoni

Siom: un progetto che fa discutere

di Anna Avitabile

Si chiama Siom spa, vale a dire Servizi inter ospedalieri milanesi, la nuova società che la Regione Lombardia ha in mente di creare per gestire in modo unificato l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari delle sette aziende ospedaliere pubbliche di Milano. Un progetto che ha incontrato l’opposizione dei sindacati confederali di categoria che unitariamente hanno promosso assemblee, manifestazioni e scioperi.

Cgil, Cisl e Uil non contestano l’obiettivo – che anzi condividono in pieno – di ottimizzare i servizi di prenotazione delle prestazioni specialistiche e ambulatoriali, ma si oppongono riguardo a due aspetti del progetto: la forma societaria prescelta, una società per azioni con la partecipazione di capitale privato; il trasferimento alla nuova società del personale ospedaliero che oggi svolge questa funzione, circa 350 addetti, per i quali in prospettiva risulterebbe incerto lo status giuridico e contrattuale.


Una notazione di metodo
Innanzitutto va fatta una notazione di metodo, che riguarda il modo di operare della giunta guidata da Roberto Formigoni. “Non c’è innovazione, progetto o scelta concreta – denuncia Pino Vanacore, segretario della Cgil regionale – portati avanti dalla maggioranza di centro destra che tenga conto dell’esistenza di altri soggetti rappresentativi che operano nel territorio, come gli enti locali o i sindacati, i quali al massimo vengono informati ex post e sommariamente riguardo a ipotesi di cambiamento che coinvolgono direttamente i loro rappresentati, siano essi cittadini o lavoratori”.

Quanto al merito, va detto che il progetto Siom, sul quale non si è ancora aperta alcuna trattativa, s’inserisce pienamente nella strategia che si è venuta realizzando nel corso delle due ultime legislature guidate dal centro destra, facendo del caso lombardo un modello di riferimento a livello nazionale. Si è proceduto alla trasformazione della sanità prima attraverso l’accreditamento automatico di tutta l’offerta privata, successivamente con l’avvio di una collaborazione pubblico-privato nella gestione e nel finanziamento del sistema, infine ipotizzando altri soggetti (fondi mutualistici o assicurativi) abilitati ad acquistare le prestazioni per conto del cittadino, sulla base di una logica di sostituzione anziché d’integrazione.

Il progetto in discussione s’inserisce nella seconda delle fasi citate, vale a dire nell’individuazione di nuove forme gestionali miste pubblico-privato, realizzate con l’intento di attrarre nuove risorse per il funzionamento del sistema regionale.  Un obiettivo che si concretizza con l’esternalizzazione di attività non direttamente sanitarie, con l’avvio di nuove modalità di gestione, assieme al privato, di servizi sanitari aggiuntivi; oppure con strumenti quali il project financing che permettono al capitale privato di concorrere alla realizzazione e alla gestione di nuove strutture ospedaliere. Si è ventilata infine la possibilità di trasformare le aziende ospedaliere già operanti in “Fondazioni di partecipazione” con l’ingresso di privati e di enti locali.

Nel caso in questione, attraverso la nuova società Siom spa, l’intento è quello di esternalizzare un’attività non strettamente sanitaria, come la prenotazione dei servizi specialistici e ambulatoriali erogati dagli ospedali, oltre che la riscossione dei relativi ticket. “Un’attività, tuttavia, – sottolinea Fulvia Colombini, segretaria della Camera del lavoro di Milano – che è particolarmente delicata sotto due profili: per il cittadino al quale deve essere garantito l’accesso al servizio in condizioni di trasparenza e di uguaglianza; per la struttura complessiva dell’offerta, che deve ottimizzare le sue capacità, minimizzando le code e saturando al meglio le sue strutture”.

In passato, tra il 1998 e il 2000, si è tentata una forma di concertazione tra le aziende ospedaliere pubbliche milanesi, anche per ottemperare a un’indicazione legislativa voluta a livello nazionale per le grandi città, allo scopo di coordinare la domanda dei servizi, la politica degli acquisti e quella relativa al personale infermieristico. Ma la sperimentazione non sembra aver dato i risultati sperati, così come non li ha dati il centro unico di prenotazione (Cup) avviato dal consorzio dei sette ospedali pubblici, attivato tra il 2000 e il 2003, tramite un call center esterno e un numero verde finalizzato alle prenotazioni in rete della prima visita specialistica. 

Come mai la forma consortile non ha ottenuto i risultati attesi? Le organizzazioni sindacali accusano la Regione di non aver pubblicizzato il nuovo servizio, altri imputano alle aziende ospedaliere la volontà di non condividere con i propri concorrenti il rispettivo parco “clienti”. Quanto alla giunta regionale, essa liquida la forma giuridica del consorzio come “inadatta allo scopo”. Tant’è che opta per una società per azioni (Siom spa) il cui capitale sarebbe per il 70 per cento in mano ai sette ospedali, e per la quota rimanente a Lombardia Informatica, società detenuta al 98 per cento dalla Regione.

Ma Lombardia Informatica ha cambiato nel frattempo finalizzazione e assetto societario, divenendo essenzialmente una società di progettazione che delega tutte le attività operative a una sua nuova partecipata, Lombardia Servizi spa, il cui capitale sarà detenuto al 49 per cento da soci privati che verranno individuati tramite gara. E quindi, in conclusione, Siom spa, che rappresenta una delle società operative di Lombardia Servizi, avrà una partecipazione pubblica per ora maggioritaria, ma certo non esclusiva.


Il nocciolo della questione
Questo è il nocciolo della questione che ha provocato l’opposizione dei sindacati. “La possibilità di controllare il flusso di accesso al sistema sanitario – spiega il segretario di categoria Sebastiano Pandolfini, responsabile della sanità pubblica – vuol dire intermediare una massa ingente di risorse pubbliche. Se lo strumento prescelto è una società per azioni, che per sua natura ha uno scopo di lucro e risponde alle leggi di mercato, vuol dire che l’accesso ai servizi avverrà in base all’interesse dei soggetti che partecipano al capitale dell’impresa anziché a quelli generali della collettività”. Un timore che risulta fondato anche perché la Regione ipotizza di estendere il raggio d’azione della nuova società, e dunque la partecipazione al suo capitale, oltre che ad altri territori della regione anche a strutture private che fanno parte del sistema sanitario lombardo (che, va detto per inciso, già oggi erogano il 40 per cento delle prestazioni ambulatoriali e specialistiche e il 37 per cento dei ricoveri).

Non manca infine il timore che tale trasferimento di ramo d’azienda, e del relativo personale, determini per gli attuali 350 addetti il mantenimento dello status giuridico di dipendenti pubblici solo fino alla scadenza dei contratti di lavoro in essere, e che nulla vieti successivamente alla società di avviare rapporti di lavoro di tipo privato, con tutte le conseguenza del caso.

(Rassegna sindacale, n. 39, 23-29 ottobre 2003)

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