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Dopo l’abbuffata di spot e
telepromozioni di qualche mese fa, quando Mediaset spingeva con una
campagna pubblicitaria da 25 milioni a comprare il decoder, il
digitale terrestre pare definitivamente scomparso dalla circolazione.
Il tortuoso iter del Ddl Gasparri, approvato con fiducia dalle Camere,
respinto dal Presidente della Repubblica, modificato e divenuto infine
legge, fece infatti un gran rumore su stampa e Tv. Presentata allora
dall’informazione governativa come una vera e propria rivoluzione,
la tecnologia digitale compie in questi giorni un anno di vita, ma non
se ne ha più notizia. E’ dunque tempo di bilanci: la “rivoluzione
Gasparri“ ha realmente stravolto le abitudini dei teleutenti
italiani?
Ebbene, chiunque volesse avere
informazioni sull’effettiva copertura del digitale terrestre in
Italia può rivolgersi alla società che, per conto delle emittenti,
ha certificato il segnale Rai e Mediaset all'Autorità garante delle
comunicazioni. Si chiama Europromocentro, come indicato dalle perizie
e dagli atti ufficiali di Viale Mazzini e Cologno Monzese, e si tratta
dell'impresa individuale di tale Armido Masin. Masin, veneto, già nei
primi anni Ottanta firmava ricerche di mercato per Silvio Berlusconi e
per gli altri pionieri della Tv privata. Oggi sta ovviamente vivendo
una seconda giovinezza, ma le sue stime sono già state considerate
imprecise ed ottimistiche dall'Autorità, che ha così deciso di
riformularle di propria mano. Il presidente Ciampi infatti, nel suo
messaggio di rinvio alle Camere, chiese la certificazione di un
effettivo “arricchimento del pluralismo” derivante dall’avvento
del nuovo metodo di trasmissione, ed il via libera alla legge arrivò
solamente quando il Parlamento introdusse un'apposita verifica da
parte dell'Autorità sulla copertura alla data del 30 aprile 2004 di
almeno il 50% della popolazione. Al riguardo Masin ha certificato che
tutti i multiplex Mediaset e Rai avevano centrato l'obiettivo già
nello scorso gennaio.
Il multiplex è il canale di
diffusione del segnale, che può contenere contemporaneamente 4 o 5
reti. Attualmente la Rai ne ha due: sul primo passano RaiUno, RaiDue e
RaiTre. Sul secondo Rainews24 ed i canali nuovi di zecca. Mediaset ha
invece compiuto una scelta anomala: solo Rete 4 va sul suo multiplex,
che per il resto è stato appaltato ad altre reti. Canale 5 e Italia
Uno sono perciò ospitati da D-free, controllato dall'amico di
Berlusconi Ben Ammar e dai francesi di Tf1, guidati da Angelo
Codignoni, ex direttore generale de “La Cinq” ed ex segretario
generale di Forza Italia. Telecom Italia Media ha infine due multiplex,
uno per La7 ed uno per Mtv.
Secondo Europromocentro, il multiplex
A della Rai (quello dei tre canali tradizionali) sfiorava il 62% di
copertura già a gennaio. Il multiplex B superava il 55%, mentre
Mediaset arrivava al 56%. Per La7, invece, si certificava una
copertura record del 64,7%, alla data del 14 maggio scorso. Questi
dati, tra l’altro, soffrono di un'oscillazione dei cinque punti
percentuali che, guarda caso, permettono al Biscione di attestarsi al
di sopra della soglia minima. Ben diverso appare invece il quadro
disegnato dai dati dell'Autorità garante per le comunicazioni. Per
Cheli, alla data del 30 aprile 2004, nessuna rete digitale poteva
vantare una “copertura effettiva” superiore alla metà degli
italiani. Nella relazione dell’Authority al Parlamento, però,
questo aspetto non è precisato e compare solamente negli allegati.
Tra l’altro, nel testo c'è un altro dato che stride visibilmente
con il messaggio di Ciampi: solo il 18% della popolazione italiana è
coperta dal segnale di almeno 4 multiplex. Questo vuol dire che meno
di 20 italiani su 100 possono vedere sul loro televisore i sette
canali canonici che occupano i primi sette tasti di ogni telecomando.
Con buona pace del pluralismo.
Per legge, di fronte ad un simile
stato di cose, il Garante avrebbe il dovere di prendere provvedimenti.
Cheli, invece, si è rivelato ancora una volta più realista del re, e
si è rifugiato in un'interpretazione piuttosto fantasiosa. L'Autorità
ha infatti dichiarato che "l'accertamento della copertura
richiesto dalla legge non appare riferirsi ad una specifica rete ma
piuttosto all'insieme delle reti digitali". Quindi, secondo
l'autorità, è sufficiente che almeno il 50% degli italiani veda uno
qualsiasi dei canali digitali perché le condizioni di accrescimento
del pluralismo siano soddisfatte. Dove non arriva il Garante è
tuttavia arrivato il mercato: non è un caso che, nonostante i bonus
da 150 euro predisposti dal Governo, il ritmo di vendita dei decoder
sia rallentato drasticamente. Finora sono solo 245mila i contributi
richiesti, e se si continua così non si arriverà nemmeno ai 700mila
decoder per i quali già esiste lo stanziamento in Finanziaria.
Insomma, dopo un intero anno, la
nuova Tv si vede poco e male, meno di un italiano su 5 la riceve, il
pluralismo non s’è visto e la vendita dei decoder ristagna
clamorosamente. Rete 4 ed Emilio Fede, però, non sono ancora in
orbita, anzi restano ben piantati a terra. L’obiettivo della
Gasparri è stato comunque raggiunto.
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