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Rapporto Confindustria

Montezemolo: la fase più critica
dal dopoguerra

"L'Italia vive la fase più critica dal dopoguerra, da allora a oggi un insieme di parametri così negativi io non lo ricordo". Così il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha sciolto ogni dubbio sulla domanda che il seminario della Confindustria ha posto sul futuro produttivo del paese:"Previsioni macroeconomiche 2005-2006
Rinascimento o declino?".
Una denuncia netta: "Non dobbiamo fare l'errore di pensare che i problemi che abbiamo davanti sono di carattere contingente. Quando un paese non cresce da almeno 15 anni, ha una produttività più bassa rispetto ai partner europei, ha degli investimenti che languono, ha una quota di export che scende, ha una produzione stagnante, ha un costo del lavoro più alto degli altri paesi, ha una dimensione aziendale nonostante gli slogan che si mantiene piccola, non è tra i primi cinque investitori europei in Cina ed India, come dobbiamo definire questa situazione?".

Un'accusa al governo di centro destra anche da parte del vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina: "Dobbiamo dire che il governo non sembra aver accolto il nostro invito per una politica di sviluppo e di attenzione alla competitività del nostro sistema produttivo".
La manovra finanziaria per il 2005 ne è la prova: "Né ci consola l'attesa per il tanto promesso collegato per la competitività e lo sviluppo, di cui non si conoscono ancora i tempi e i contenuti, ma che già sappiamo non potrà contare su risorse economiche e di sostegno".

'Bassa competitività e produttività, rigidità del modello di specializzazione produttiva, carenza di investimenti in ricerca, innovazione e formazione: "Sull'analisi delle caratteristiche della crisi le coincidenze tra l'analisi della Confindustria e quella della Cgil sono robuste" ha  commento  Marigia Maulucci, segretaria confederale Cgil,

Il Rapporto di previsione presentato oggi a Roma,contiene, oltre alla parte di analisi Congiunturale, un approfondimento tematico su questioni di natura strutturale e sulle trasformazioni della struttura industriale in Europa. Congiuntura e struttura - si sostiene nel documento di sintesi - si intrecciano sempre più strettamente nell’attuale fase di sviluppo dell’economia, caratterizzata da processi di cambiamento profondi che condizionano non solo gli scenari futuri ma anche le decisioni correnti. "Nascono inquietanti interrogativi sul futuro dello sviluppo industriale nel vecchio continente che dalle rivoluzioni industriali, assicura la base della prosperità, modernità e «civiltà» che si è legata al concetto stesso di Europa e all’attrattività che esso esercita nei confronti dei diversi popoli che si sentono europei e del resto del mondo.

"Le questioni dell’industria appaiono sempre più legate
al futuro dell’economia nazionale. Esse coincidono con i problemi del paese,dal momento che l’industria è il settore esposto alla concorrenza internazionale. Questa concorrenza, nel contesto della crescente globalizzazione e diffusione tumultuosa di tecnologie, diventa sempre più pervasiva abbracciando tutti i comparti dell’attività economica, dalla finanza al commercio, fino all’istruzione e alle assicurazioni sociali, ultimo bastione di una sovranità statale sempre più minacciata ed erosa nelle sue fondamenta dalle opportunità di scelta e di libertà che la nuova modernità propone. Il destino dell’industria perciò rappresenta emblematicamente il destino dell’economia nazionale, la sua capacità di farsi valere nella competizione internazionale, di aprirsi a nuovi orizzonti e opportunità, rimettendosi in gioco e affrontando con coraggio le difficoltà della transizione.

"L’industria è non solo questione nazionale, ma europea, non solo
perché la debolezza dell’industria non si limita al quadro dei ritardi italiani, ma perchè investe in pieno i grandi paesi europei come la Francia e la Germania. L’industria è inoltre al centro della sperimentazione e dell’innovazione nei piccoli paesi ad alta performance come la Finlandia, l’Irlanda o la Svezia. Le prospettive
dell’industria chiamano in causa l’integrazione europea e la sua capacità di integrarsi sui grandi mercati di sbocco dei paesi emergenti, in Asia nel resto del mondo. Insomma, senza una prospettiva europea le questioni dell’industria non possono essere affrontate in modo credibile e lungimirante, come è necessario.

"L’economia italiana, oltre a risentire inevitabilmente dei riflessi dello scenario europeo ed internazionale, deve fare i conti con i suoi specifici ritardi e ambiguità. La nostra previsione è che dopo essersi ripresa dalla stagnazione essa non riesca a crescere oltre i livelli modesti e precari del presente. Dopo aver faticosamente risollevato il capo dalla stagnazione, ha già urtato contro il soffitto basso e stretto che ne condiziona lo sviluppo. La parabola del calabrone ha per lungo tempo affascinato e confortato i commentatori delle vicende economiche italiane: questo strano animale, che sulla base delle leggi della aerodinamica non dovrebbe volare, eppure vola! Oggi però il volo del calabrone dell’economia italiana urta ripetutamente contro il vetro dei suoi vincoli strutturali. Non riesce ad andare oltre lo spazio angusto che c’è tra la crescita zero o la stagnazione degli anni dal 2002 al 2003, e la modesta crescita (tra 1,4 e 1,5%) prevista per il 2004 fino al 2006.
L’analisi delle componenti della crescita rivelano chiaramente i suoi vincoli di ampiezza e di sostenibilità nel lungo periodo.

 Le difficoltà verranno da investimenti e esportazioni nette. Investimenti ed esportazioni non potranno non risentire negativamente dell’impatto del cambio sulla competitività delle imprese, dello schiacciamento dei profitti determinato dalla pressione dei costi del lavoro per unità di prodotto e dai costi delle materie prime,dello stato della fiducia, oltre che dei vincoli di «sistema paese» che pesano da tempo sul sistema produttivo: le infrastrutture carenti, il carico fiscale e burocratico-normativo sulle imprese, la mancanza di concorrenza in molti servizi, che si traduce in un costo per i settori esposti invece alla concorrenza, gli insufficienti investimenti in ricerca ed innovazione.

(14 dicembre 2004)

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IlSole24Ore