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L'individualismo
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L'individualismo di mercato
e il lavoro post-fordista

di Aris Accornero

1. L’individualismo di mercato
L’ottimismo del decennio scorso circa la globalizzazione è stato cancellato dai contrasti fra Stati Uniti, Europa e Sud-est asiatico, e dalle tensioni per le guerre in Afghanistan e in Iraq. Il forte rallentamento dell’integrazione internazionale non sembra, tuttavia, rallentare la spinta verso una globalizzazione intesa come uniformazione del mondo, cui tendono tuttora sia il potere dei mercati finanziari sia la «egemonia culturale» americana, cioè il predominio ideologico dell’individualismo di mercato anglosassone.
A tale egemonia dà notevole rilievo Ronald Dore , ritenendo che essa influisca pesantemente sul mondo del lavoro e sul cambiamento sociale tanto con il primato dell’American way of life e del Washington consensus, quanto con il potere dei media, delle armi e, in minore misura, dell’economia, anche se – come egli nota – è molto diminuita dopo l’attacco all’Iraq.

Il predominio ideologico dell’individualismo di mercato va oltre la MacDonaldisation: basta ricordare che, per anni, istituzioni come il Fondo monetario e la Banca mondiale hanno imposto agli altri paesi condizioni e comportamenti di mercato che i governi americani non rispettavano . Esso va oltre i tanti manager che sono andati negli Usa per imparare a gestire l’economia e le imprese: infatti, intere élite politiche, come quella della Spagna, si sono formate nelle business school americane (e pertanto, oltre a Financial Times, Wall Street Journal e Economist, citati da Dore, si abbonano anche a Business Week…).

L’individualismo di mercato si propone come «pensiero unico del vero capitalismo» e ha, appunto, i connotati di quello statunitense. Basta citare l’approccio dei neo-conservatori alla durata del lavoro: noi americani, afferma il Weekly Standard, disponiamo di molti beni perché lavoriamo più di voi europei, che in Francia e Germania vi siete inventati la settimana di 35 ore (in base a questa logica, gli americani dovrebbero lavorare ancora di più per smettere di vivere al disopra delle proprie possibilità e di essere indebitati con il resto del mondo…).
Mentre il «vero» capitalismo ripropone il proprio individualismo, quello reale mostra differenze geopolitiche che smentiscono l’idea marxista e liberale di un sistema uniforme, tant’è che nel mondo sviluppato coesistono fra i grandi partner modelli sociali diversi, mentre altri se ne delineano in paesi emergenti come la Cina e l’India .

Il marchio più appariscente dell’individualismo di mercato è l’omologazione linguistica, anche perché protrae una secolare preminenza imperiale anglosassone. Ciò fa perfino rimpiangere l’esperanto come occasione mancata per il movimento dei lavoratori: purtroppo il fervido internazionalismo di due intellettuali cosmopoliti come Marx e Lenin si fermò poco più in là del tedesco e del russo.
Il soft power dell’individualismo di mercato e l’hard power dei mercati fi-nanziari possono influire sulla regolazione-deregolazione del lavoro e dei mercati del lavoro a livello globale. Basta pensare agli spostamenti di lavoro, tipo il software made in India per molte aziende americane, o le tredicimila imprese create in Romania da imprenditori italiani. O agli spostamenti di lavoratori migranti, ma anche nativi. Ciò sottolinea l’importanza del diritto del lavoro e di tutte le istituzioni che, a livello mondiale, possono promuovere indagini e dare direttive per standard e accordi di lavoro corretti, a cominciare dal Bureau International du Travail: a parte il suo impegno sul lavoro minorile, basta citare interventi importanti e recenti quali i diritti dei lavoratori in caso di investimenti stranieri, e i trasferimenti di produzioni e d’imprese, con o senza lavoratori.

Dore invita giustamente a non sottovalutare i poteri di cui dispongono gli Stati nazionali, anche quando cedono sovranità a istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea, il cui governo e Parlamento hanno promosso leggi su lavoro temporaneo, orario di lavoro, trasferimenti d’impresa, videoterminali, telelavoro, mobbing. Una controprova di sovranità nazionale viene purtroppo dal Regno Unito dove, nonostante il governo laburista, l’individualismo di mercato anglosassone ha ostacolato le limitazioni degli orari. Una prova di sovranità sovranazionale viene dalla Corte di giustizia europea, che ha recentemente condannato l’Italia perché aveva consentito a partiti e sindacati di applicare ai loro dipendenti minori tutele contro i licenziamenti.

Anche i sindacati sono indispensabili, a livello sia nazionale sia inter-nazionale, per impedire che i cambiamenti del lavoro riducano la protezione dei lavoratori e per consentire che le nuove forme di impiego abbiano una tutela adeguata. Del resto, se i sindacati dell’occidente mostrano segni di declino, i paesi emergenti sembrano ripercorrere velocemente la storia di queste organizzazioni dei lavoratori. Certo, la loro influenza è politicamente minacciata da quegli imprenditori che li considerano costosi, perfino quando hanno bisogno di loro per ottenere consenso sociale.

Ma è minacciata in modo più insidioso quando le modifiche di struttura e di funzionamento scompongono le parti e riducono le dimensioni delle imprese. Infatti, mentre si restringono i tradizionali bisogni di tutela per il lavoro fordista, si espandono bisogni nuovi per quello post-fordista. Rispetto al passato, infatti, i sindacati devono essere più vicini ai lavoratori, di cui devono non soltanto tutelare i diritti collettivi ma anche le sorti individuali, e farlo sui mercati del lavoro non meno che sui luoghi di lavoro. Oltretutto, essi possono offrire qualche aiuto perfino a chi po-trebbe tutelarsi da sé grazie al proprio potere di mercato.

D’altra parte, i cambiamenti del lavoro sono tali che per difendere i lavoratori non basta attestarsi sulle protezioni del passato, ma occorre delineare con realismo soluzioni legislative e contrattuali adeguate (Do-re critica il governo di centro-sinistra, che in Italia ha introdotto le prime forme di lavoro flessibile: ma queste, dopo anni di occupazione stagnante, hanno creato 2 milioni di posti; temo che le leggi appena approvate dal governo di centro-destra creeranno, invece, pochi posti e tanta precarietà). Un approccio realista è necessario anche per combat-tere le diseguaglianze economiche e il dumping sociale, resi possibili dalla globalizzazione dei mercati. Ad esempio, rispetto al gretto protezio-nismo dell’Afl-Cio è meglio la vecchia arma del boicottaggio, più temuta da aziende multinazionali come Nike.

2. Le radici dei cambiamenti del lavoro

In questo inizio del XXI secolo, i cambiamenti del lavoro sono tanta parte del cambiamento sociale e ricordano la «grande trasformazione» stu-diata da Polanyi ed evocata da Dore, ossia quella che nel XIX secolo a-veva fatto nascere nel Regno Unito il mercato del lavoro, il lavoro sala-riato e la produzione industriale; ma ricordano anche quella che nel XX secolo ha introdotto negli Stati Uniti il scientific management, l’assembly line e la produzione di massa.
I cambiamenti che contrassegnano queste tre epoche di storia del la-voro non possono avere radici dirette in agenti ed eventi come le vittorie del neo-liberismo o dei governi Thatcher-Reagan, semplicemente perché li trascendono.

Le radici di tali cambiamenti non sono neppure le innovazioni tecnologiche o l’espansione dei mercati, su cui possono addirittura influire (d’altra parte, queste due variabili spiegano così tante cose che rischiano di non spiegarne nessuna). Dicendo questo, non intendo smi-nuire bensì enfatizzare la portata dei cambiamenti, le cui radici sono più prosaiche e più potenti di governi e ideologie.
In tutte e tre le epoche c’è stata una transizione storica da un modello di produzione e di consumo a un altro, e il lavoro è cambiato, anzitutto, perché sono cambiate le strutture e il funzionamento delle imprese.

L’ultima di queste transizioni si compendia nel modello post-fordista. Come ognuno sa, tutto è cominciato in Giappone, un paese che ha fatto scuola, anche se Ohno e Deming non sono padri nobili come Taylor e Ford. All’estero nessuno ha interamente copiato il «modello Toyota» che, del resto, è connaturato alle tradizioni culturali e al sistema sociale del Giappone . Ma tutti ne hanno tratto spunto, come era già capitato al scientific management. Fra i primi a «prendere sul serio il Giappone» ci furono i produttori d’auto americani, insidiati dalle compact car prodotte sotto il loro naso con metodi nuovi.

Questa terza grande trasformazione è ancora in corso. Per rifondare i rapporti con il mercato, passare «dalla scala allo scopo» , operare just-in-time e scegliere fra «fai o compra», milioni di imprenditori e manager hanno rinunciato alle rigidità del fordismo destrutturando e ristrutturando le imprese per renderle più snelle, più piatte. Dopo un secolo, il processo di integrazione realizzato verticalmente dentro l’impresa ha invertito la rotta per realizzarsi orizzontalmente tra le imprese (ad esempio, la Fiat di Melfi fabbrica in proprio il 7 per cento dei componenti, contro il 35 di vent’anni fa).

L’idea Toyota, fondativa per il post-fordismo, è stata quella di rispondere alle ristrettezze del mercato locale diversificando e «personalizzando» l’offerta. Il potere di mercato del singolo cliente non è molto cresciuto, ma le sue scelte incidono più direttamente sui flussi di produzione, creando una variabilità della domanda e un’elasticità operativa senza precedenti. La turbolenza dei mercati è tale che, rispetto al passato, ben poche imprese hanno ordinativi per un anno. Le preoccupazioni e le speranze per il lavoro hanno, dunque, le loro radici in un meccanismo adattivo che si pungola da sé, e che costituisce un ulteriore stadio della produzione capitalistica come «produzione di bisogni», per dirla con Marx.

Tutto ciò ha reso vorticosa la demografia delle imprese, favorita anche dalla globalizzazione dei capitali. È aumentato il numero e diminuita la dimensione dei luoghi dove si lavora, per cui si trovano ovunque spez-zoni di lavoro e persone che lavorano, con calendari complicati o in ore insolite o senza orari, magari da casa. Perfino i gruppi nati da grandi fu-sioni e acquisizioni si riorganizzano come un insieme di imprese con di-mensioni minori di ieri.
Ciò ha ridimensionato gli aspetti peggiori del lavoro fordista, che lo rendevano predeterminato, ripetitivo e monotono, richiedendo modalità e rapporti di lavoro più flessibili. Insieme al lavoro a tempo pieno e a durata indeterminata le imprese utilizzano forme di impiego diverse, le quali fanno temere che il job diventi precario, che i diritti siano intaccati, che la personalità del lavoratore sia minacciata.

Eppure qualche miglioramento c’è, a parte l’abbattimento della fatica: il secolo ventesimo era iniziato con il motto «Non siete pagati per pensa-re», è finito con lo slogan «La qualità dipende da voi». Di fatto, competenze e prestazioni richieste ai lavoratori sono meno massificate anche perché le imprese, specie quelle nuove, privilegiano il lavoro di gruppo e anche il lavoro individuale, come richiede la produzione di serie in piccoli lotti. Ciò sposta, talvolta, semplicemente l’impegno «dall’azienda al gruppo» (come rileva Cappelli ), spesso coinvolgendo maggiormente gli individui senza ricompensarli (neppure con stock option).

Tuttavia, ciò cambia il modo di lavorare, come mostra la ricerca Epoc della Fondazione europea di Dublino : il modello giapponese ha insegnato, appunto, come usare meglio le doti dei lavoratori, unendo produzione snella just-in-time e cooperazione lavorativa polivalente.
In generale, i contenuti del lavoro tendono a diventare più cognitivi, cooperativi e polivalenti, perfino in certe attività standardizzate. Nel post-fordismo c’è ancora molto fordismo, per cui le novità sono ambigue: basta pensare ai call center o agli ipermercati. Nel secolo scorso, tut-tavia, studiavamo l’oppressione dovuta alla monotonia e alla ripetitività, mentre adesso dobbiamo studiare l’ansia generata da variabilità e in-certezze, che stressano il lavoratore anziché abbatterlo. Ieri i sintomi erano la noia e la rigidità, oggi la frenesia e la variabilità. Molti soffrivano il livellamento e la massificazione dei compiti, che oggi invece cambiano in fretta, crescono in fretta, evolvono in fretta.

Alcuni affermano che la maggiore autonomia «individualizzerà» il lavoro, ma questo è un wishful thinking come quello sulla fine del lavoro salariato : l’autonomia nel lavoro cresce in senso funzionale, non totale. Chi lavora ha molti più mezzi e modi per operare, ma lo fa entro un reticolo di vincoli – informazioni, procedure, segnali – più ferreo della «gabbia di acciaio» di cui parlava Weber. Le nuove tendenze non devono stupire: il XX secolo non poteva essere l’ultimo o il migliore nella storia del lavoro.

Riesman aveva descritto il XIX secolo pre-fordista come l’era dell’in-dividuo self-directed, e il XX secolo fordista come l’era dell’individuo other-directed . Oggi il post-fordismo insegue il consumatore e adesca il lavoratore come singoli, proponendo a entrambi un modello debole di self-direction. Forse, dover lavorare con più autonomia e (quindi) più responsabilità è come poter acquistare con più opzioni e (quindi) più valutazioni. L’individualismo di mercato coinvolge produttore e consumatore, che si rispecchiano vicendevolmente l’uno nell’altro. Si potrebbe ipotizzare che il post-fordismo comporti pertanto un trade-off a vantaggio dei prezzi e a spese dei salari, anche se ciò tradirebbe la ricetta ford-keynesiana, cioè che «in una certa misura, le nostre stesse vendite dipendono dai salari che noi paghiamo» .
I contenuti del lavoro post-fordista fanno pensare che la sua qualità tenda a migliorare, per cui non c’è nulla da rimpiangere del secolo scor-so; i rapporti di lavoro post-fordisti, invece, fanno temere che la tutela dei lavoratori tenda a peggiorare, e qui c’è molto da rimpiangere. Insomma: l’impresa ha più bisogno dei lavoratori ma se ne cura di meno, e questa contraddizione spiega i contrastanti giudizi sul post-fordismo.

3. Nuove tutele per il lavoro post-fordista

Il lavoro desta oggi preoccupazioni soprattutto perché comporta maggiori probabilità e/o frequenza di impieghi discontinui, che ostacolano l’accumulo di esperienze rendendo incerto il ricollocamento professionale, tortuose le carriere lavorative, quasi impossibili i progetti di vita: diventa perfino arduo ottenere prestiti. Parlando in generale, questo è lo scenario di precarietà noto a molti giovani, di cui viene incolpato il lavoro flessibile perché genera insicurezza.
Da qui i rimpianti per un passato in cui gli impieghi erano più stabili specie nei paesi, settori e imprese dove leggi, contratti o accordi davano maggiori certezze.

Eppure la priorità dell’impiego a tempo indefinito non è stata abbandonata, tanto è vero che tutti i documenti dell’Unione Europea definiscono «normale» tale forma, mentre la percentuale di impieghi a tempo definito sul totale varia molto fra paese a paese: in Europa, si va dal 10 per cento dell’Italia al 32 della Spagna . Non solo. Per ragioni di convenienza, sia in termini di «capitale umano» sia di affidabilità della prestazione, imprenditori e manager impiegano molti meno lavoratori temporanei che stabili, come rileva Dore (il quale, correttamente, non fa derivare la fine del «lavoro a vita» dalle maggiori discontinuità dei tragitti lavorativi).

Ma il cambiamento resta significativo. Nel secolo scorso taylorismo e fordismo avevano aperto alle imprese nuove prospettive di sviluppo, mediante il modello di produzione e consumo basato su produzione di massa ed economie di scala. Gli ingredienti di Taylor sono stati il scientific management e la one best way; quelli di Ford sono stati la assembly line e la giornata da cinque dollari. Ma per conquistare e ampliare i mercati non bastava che gli approvvigionamenti fossero costanti, i prodotti standardizzati, la produzione regolare: occorreva che l’apporto della forza lavoro fosse stabile, assiduo, disciplinato.

Così in vari paesi fu introdotto per legge il contratto di lavoro a tempo indefinito, che nell’Italia fascista del 1926 soppiantò il Codice civile del 1865, secondo il quale si poteva lavorare al servizio di altri soltanto «a tempo», quindi i lavoratori, specie se skilled, potevano andarsene liberamente dando luogo a un turnover che assillava gli imprenditori.
Non deve stupire se il lavoro a tempo indefinito suscitò malumori. Dore ricorda il brano giovanile in cui Marx ed Engels schizzano un bucolico scenario di polivalenza professionale, diremmo oggi. Ma tutte le utopie del lavoro hanno promesso molte vite lavorative, sia per scelta personale sia per necessità sociale: troviamo impieghi a vita, infatti, sol-tanto nelle utopie dette «negative», come quelle di Butler, Zamiatin, Huxley, Bradbury.
In un libro del 1860, il primo operaio diventato deputato in Francia, Antime Corbon, raccontò di un compagno tipografo che negli Stati Uniti aveva fatto tanti mestieri e diceva con entusiasmo: «Adesso mi sento meno mollusco e più uomo». In un famoso best-seller del 1883, August Bebel illustrò il programma della socialdemocrazia tedesca, di cui era il grande leader, difendendo come un bisogno della natura umana «la libertà di scelta e di mutamento dell’occupazione per l’armonico perfe-zionamento dell’uomo».

Rendere normale l’impiego stabile, ed eccezionale quello temporaneo, fu un vero ribaltamento di tradizioni che sembrava riequilibrare l’asimmetria capitale-lavoro, anche se non evitò la grande crisi e la grande disoccupazione del decennio 1929-1939. Agli imprenditori ciò assicurava una fedeltà duratura e ai lavoratori una dipendenza garantita, anche se l’impiego a vita era per taluni una bella fortuna, per altri una vera disgrazia.

Lo scambio risarcitorio fra subordinazione del lavoro e stabilità del la-voro, che chiamiamo «compromesso fordista», era un modello di regolazione indispensabile alla grande impresa per la produzione di massa, quella che ha dato al XX secolo un’immane forza costruttiva e distruttiva. La produzione di serie in piccoli lotti riduce, invece, le esigenze di subordinazione e di stabilità del lavoro, la cui quantità e qualità devono adattarsi più e meglio di ieri alla dinamica dei mercati, all’evoluzione dei prodotti, al turnover delle imprese, al progresso delle tecnologie, alle novità del sapere.

Il post-fordismo ha bisogno di flessibilità, non soltanto produttive ma anche allocative, per cui crea diversità tali che il mondo del lavoro non sembra più quel sistema unitario che era stato creato dal fordismo e te-nuto insieme dalla grande industria. Ad esempio, decrescono i tragitti la-vorativi firm-portfolio, nei quali le competenze sono approfondite in ambi-to aziendale secondo la tradizione europea (e in parte giapponese) della mobilità sociale «sul posto», mentre crescono i tragitti worker-portfolio, nei quali le esperienze si accumulano cambiando azienda, secondo la tradizione americana della mobilità sociale «fra i posti».

Ma le tutele di ieri erano pensate per un altro lavoro e per altri lavoratori: i sistemi di welfare più evoluti, infatti, garantivano che la continuità dell’impiego non fosse minacciata da crisi aziendali e da inadempienze imprenditoriali . Oggi il welfare, invece, deve garantire che nessuno perda diritti e nessun diritto venga perduto nelle discontinuità dell’impiego. Quando Marshall scrisse: «Un uomo che ha perso il suo lavoro, ha perso il suo passaporto per la società» , sollevò una questione di cittadinanza del lavoro. Questa si ripropone oggi, con forza. Una vita lavorativa più flessibile, infatti, non può spezzarsi quando si passa da un impiego all’altro, oppure da un lavoro dipendente a un lavoro autonomo, o viceversa.

Chi è più mobile non può essere meno tutelato o più penalizzato: dovrebbe essere ricompensato, anzi, perché dà al sistema la snellezza che esso richiede. Questo principio è basilare per una sicurezza sociale che aggiorni le tutele di ieri senza rinunciare al cammino storico della solidarietà e dell’uguaglianza .Il post-fordismo sembra proporre ai lavoratori un lavoro di qualità e una partecipazione responsabile. Queste potrebbero essere le basi di un compromesso sociale all’altezza di quello fordista, ma non è detto che imprenditori e manager sappiano suscitare la partecipazione di cui hanno bisogno. In troppe aziende, infatti, se ne vedono ben poche tracce. Tawney scrisse: «È ozioso attendersi che gli uomini diano il meglio di se stessi a un sistema in cui non hanno fiducia, o che abbiano fiducia in un sistema nel cui controllo non hanno alcuna parte» .

4. Le preoccupazioni per i cambiamenti del lavoro

Preoccupazioni e speranze per il lavoro hanno accompagnato tutte e tre le «grandi trasformazioni» del lavoro. La prima rivoluzione industriale sembrò mettere in dubbio le certezze nella scienza, poiché si temeva che il sistema di fabbrica potesse abbrutire le facoltà mentali. Ciò preoccupava anche i più fervidi fautori dell’industria come Ferguson, Smith, Owen. Le novità, lucidamente analizzate da Hegel e Marx, erano denunciate da Carlyle, da de Tocqueville, perfino da Schiller.
Si diceva: la divisione del lavoro esprime «soltanto povertà, ignoranza e sprechi»; le operazioni ripetitive «non esercitano né l’intelligenza né l’inventiva»; l’abilità del lavoratore diventa «sempre più limitata»; egli diventa «l’appendice della macchina»; la sua personalità viene «degradata fino all’estrema ottusità»; l’industria crea «un operaio senz’anima ma più veloce»; la personalità dell’uomo «si degrada man mano l’operaio si perfeziona»; l’uomo stesso «si forma solo come frammento».

Movimenti sociali, organizzazioni operaie e legislatori coscienziosi, re-agirono e ottennero le prime misure protettive. Quando il sistema di fabbrica si fu affermato, Veblen notò che gli influssi esercitati sugli abiti mentali del lavoratore avevano conseguenze positive: in termini di esattezza perché stimolano una «percezione quantitativa», in termini di logica perché instillano un «orientamento causale» .
Nel XX secolo c’è stata un’altra grande trasformazione, meno dram-matica ma profonda, quando il lavoro fu predeterminato da norme scien-tifiche, e vincolato dai mezzi meccanici immortalati in Tempi moderni di Chaplin.

Si temeva che la tecnologia industriale frantumasse e spersonalizzasse il lavoro. Quel modo di lavorare, infatti, era il più adatto a riempire la giornata di lavoro e il mercato di prodotti, ma rivelava un’antropologia grezza, come notarono famosi sociologi. Thomas e Znaniecki scrissero che conduceva a una «degenerazione graduale ma sicura del tipo umano»; Friedmann denunciò il «misconoscimento del modo di fun-zionare fisico e mentale dell’organismo»; Walker e Guest analizzarono gli effetti alienanti del lavoro che richiede una «attenzione mentale in superficie»; Braverman parlò di «degradazione del lavoro». Anche per questo, l’azione nazionale in difesa dei lavoratori si allargò fino a fondare sistemi di sicurezza sociale.

Dopo una pesante esperienza operaia, la geniale filosofa Simone Weil lodò la «geometria del lavoro» espressa dall’industria; de Man, studioso e dirigente socialista, disse che le macchine avevano «portato con sé maggiore iniziativa e intelligenza»; Gramsci, morto nelle carceri fasciste, scrisse che il fordismo era «il maggior sforzo per creare un nuovo tipo di lavoratore e di uomo, indubbiamente superiore»; il filosofo Marcuse no-tò che «gli individui sono spogliati della loro individualità non da costri-zioni esterne, ma dalla stessa razionalità della loro vita». Per Friedmann stesso, il nuovo lavoro industriale inculcava precisione, razionalità, dili-genza. Anche la seconda trasformazione, dunque, era stata devastante e provvidenziale.

Oggi l’immagine della fabbrica ha perso l’aspetto dominatore e sog-giogante, mentre la tecnologia ha liberato l’uomo dalle mansioni penose. Oggi le paure vengono dal mercato. Boltanski, Chiappello e altri temono che la flessibilità del lavoro introduca maggiori disuguaglianze sociali e indebolisca lo status del lavoratore . Sennett confronta due vite e pensa che, rispetto al padre, il carattere del figlio possa essere corroso dalla discontinuità degli impieghi. In cui vede, peraltro, un lato positivo. Cita, infatti, un gruppo di programmatori licenziati dalla Ibm e che lui aveva spinto a rielaborare l’esperienza fatta affinché non trovassero più capri espiatori, invece di ammettere le proprie responsabilità. Quali responsabilità? Semplice, dice Sennett: timorosi di una discontinuità decisa da loro stessi, avevano «omesso di andarsene» . Ci si chiede: quale lavoro uscirà dalla terza «grande trasformazione»? Anche stavolta dipenderà da come verranno difesi i lavoratori.

(Quaderni di rassegna sindacale-Lavori,  n.1 gennaio-marzo 2004)

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