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Un buon libro, il Di Vittorio di Antonio Carioti
(Il Mulino, 2004, pp. 176, 12 euro). Una curiosa collocazione nella
collana “L’identità degli italiani” della casa editrice bolognese,
accanto a Giordano Bruno, Amedeo Nazzari, Coppi e Bartali, La pasta e
la pizza e via elencando. Il testo, scritto da un giornalista, è
scrupolosamente costruito e di godibile lettura. Ma chi cura la
collana del Mulino immagina Di Vittorio come un personaggio che
appartiene ormai al passato del nostro paese, la cui azione –
come si dice nella quarta di copertina – “recò il segno di
un’ispirazione molto vicina al riformismo”. Formula magica per
includerlo in una sorta di museo nazional-popolare, ravvivare il mito
del “cafone pugliese” (“ai quali mi onoro di appartenere” ripeteva Di
Vittorio) asceso alla massime cariche della Cgil (e del Pci) e
trascurare così la sua eredità materiale: la Cgil di oggi. E politica:
il contributo alla costruzione della nostra democrazia.
La specificità italiana
Dice Cairoti, la figura di Di Vittorio è un “nodo irrisolto della
sinistra italiana”, e nel suo ripercorrere la vita e le scelte del
dirigente sindacale sembra sempre sottintesa la domanda: “Ma come mai
un uomo di tale levatura morale, di così forte personalità e
autonomia, compie scelte tanto contraddittorie: il sindacalismo
rivoluzionario, il partito comunista…”. Ecco che in Capitanata insegue
l’ombra di Bakunin e di Sorel ma allo stesso tempo si prodiga per non
rompere con la Cgl riformista in nome dell’unità dei lavoratori, si
iscrive al Pcd’I ma si distacca nel giudizio sul patto russo-tedesco
per la spartizione della Polonia (che costerà l’espulsione a Terracini
e alla Ravera) e più tardi su Poznan e sull’Ungheria.
Non si tratta di un nodo irrisolto della sinistra, c’è una sorta di
rimozione: il termine “rivoluzione” è sottratto alla storia, viene
identificato con la rivoluzione russa, con lo stalinismo, con il
crollo del sistema sovietico e si perde così il senso dei contesti
reali e, in questi, la specificità della storia del nostro paese.
Di Vittorio, il cui tempo ha coinciso per buona parte con quello delle
vicende del socialismo e della nascita del movimento operaio italiano,
è forse l’uomo che meglio rappresenta le durezze, le difficoltà, i
percorsi tortuosi e contraddittori che hanno segnato, non solo in
Italia, l’evolversi delle organizzazioni operaie e contadine.
Sono molte le storie di uomini e donne straordinari che condividono
con Di Vittorio vite totalmente dedicate all’“ideale socialista”, al
prezzo di sofferenze, carcere, emigrazione, esilio tra la fine
dell’800 e parte del 900 in un’Italia nella quale Marx era sconosciuto
ma non erano spenti gli echi della Grande Rivoluzione, della Comune o
dei moti del ’48.
Storie parallele: come quella di Rinaldo Rigola, primo segretario
della Cgl, anche lui operaio, anche lui grande organizzatore dei
lavoratori e anche lui coinvolto dalle contraddizioni di un movimento
e di un partito socialista oscillante tra riforme e rivoluzione.
È un periodo in cui una democrazia fondata sul censo escludeva le
grandi masse dalla partecipazione, e il mondo operaio vedeva con
diffidenza persino il partito socialista degli avvocati, degli
intellettuali, dei borghesi insomma. Tanto da far emergere l’idea, e
non solo l’idea, che dal sindacato potesse nascere un partito dei
lavoratori. Il mito del grande capovolgimento da una parte, e
dall’altra la necessità della democrazia e dell’autonomia delle
dinamiche sociali rispetto al ruolo di partiti e istituzioni.
Democrazia e rivoluzione
Per il bracciante pugliese la scelta è più drastica, la durezza delle
condizioni di vita, l’umiliazione della condizione sociale e umana in
Capitanata e nelle campagne meridionali pongono senza mediazioni la
necessità del cambiamento. Il sindacalismo rivoluzionario appare la
via più diretta per restituire dignità ai tanti ridotti con il capo
chino e il cappello in mano.
Quando negli anni venti irrompe la violenza fascista e
l’organizzazione sindacale viene distrutta, Di Vittorio, poco prima di
iscriversi al Pcd’I, scrive sull’Unità (1 giugno del 1924 ): “Il
sindacalismo, anche quello puro (rivoluzionario, ndr), presuppone la
democrazia, cioè la libertà di organizzazione, di propaganda e di
movimento; libertà che la borghesia democratica e libera concede fin
quando le giova o per lo meno fin quando non le nuoce. Ma quando il
proletariato mostra la decisa volontà di attaccare, la borghesia
democratica diventa fascista e si difende con la più feroce violenza
calpestando tutte le leggi umane e quelle scritte. È evidente, quindi,
che il proletariato non potrà abbattere il regime borghese che con la
guerra civile, con la violenza. (…) Il sindacato, anche quello
sindacalista puro, non è capace di sostenere tale lotta (…)”.
Democrazia e rivoluzione non sono per Di Vittorio riferimenti
ideologici ma mezzi per l’emancipazione delle persone in carne e ossa
(soprattutto del meridione) dalla loro condizione di miseria,
ignoranza, esclusione. La rivoluzione è un atto imposto dalla mancanza
di democrazia. Anche molto tempo dopo, negli anni 50, nell’Italia
repubblicana, quando la scelta democratica è netta, sente l’ombra di
un ritorno al passato: “I ceti privilegiati italiani, i quali in solo
mezzo secolo di vita unitaria dell’Italia hanno per ben tre volte
calpestata apertamente e soffocata nel sangue degli operai e dei
contadini la vecchia e ristretta Costituzione albertina – con Crispi,
con Pelloux e col fascismo – non esiterebbero domani a tentare di
annientare la Repubblica fondata sul lavoro (…)”.
E nella sua relazione alla conferenza economica nazionale per il Piano
del lavoro nel 1950: “(…) Ascoltate signori della classe dirigente,
delle società per azioni, latifondisti, perché è a voi che ci
rivolgiamo. Bisogna operare, non si può restare inerti. Credo che non
sia nell’interesse dei ceti privilegiati di tenere una parte così
imponente del popolo davanti al muro, davanti alla necessità di
operare un travolgimento completo dell’ordinamento sociale per creare
nuove basi di vita”.
Con lo stesso spirito svolge la sua funzione di dirigente del Pci. Con
troppe forzature lo si vuole dipingere quasi come un dissidente e non
come un dirigente che determina progressivamente, su temi essenziali,
uno spostamento da posizioni rigide e settarie. Dal significato che
attribuisce alla Cgil unitaria all’unità sindacale come condizione
della democrazia: “L’unità, compagni lavoratori, non è solamente per
noi un grande strumento di difesa dei nostri interessi e di conquista
dei nostri diritti particolari, l’unità sindacale è anche il tessuto
su cui fondare l’unione più larga di tutto il nostro popolo. È una
condizione di stabilità della democrazia italiana. (...) l’unità
sindacale eserciterà la funzione di fattore coesivo di tutte le forze
democratiche progressive del nostro paese e contribuirà al
rinsaldamento della democrazia in Italia e di essa costituirà una base
fondamentale” (1945, Primo congresso della Cgil per l’Italia
liberata).
L’adesione alla Repubblica democratica, alla Costituzione, è totale
per lui come per Togliatti, certo non senza le contraddizioni che
derivavano e che derivarono dal rapporto con l’Urss ( e come si è
detto, farà sentire la sua voce, nel Pci e nel sindacato), ma anche
dal permanere di riserve nei confronti dei comunisti italiani che un
ministro dc, Scelba, non nascondeva persino all’indomani del 18 aprile
1948, il giorno delle prime elezioni politiche repubblicane che
avevano decretato la vittoria dei democristiani: “L’avvenire ci
prepara giorni difficili, Non nutro la minima fiducia che gli
avversari rinuncino alla violenza per scardinare con la forza ciò di
cui non riescono ad avere ragione con il metodo democratico. Ma se il
momento dovesse giungere, noi useremmo la forza dello Stato contro
ogni tentativo di violenza”. Pochi mesi dopo l’attentato a Togliatti
confermava drammaticamente il clima di diffidenza e di odio e apriva
la strada a quanti già nutrivano riserve sulla via democratica e a
quanti più tardi sosterranno la tesi della Resistenza tradita.
I duri anni cinquanta
Sono gli anni cinquanta del sospetto reciproco, delle repressioni di
Stato, della debordante influenza del clero. Fino a episodi che a noi
oggi appaiono ridicoli, ma che allora erano prassi corrente nella
lotta politica: Di Vittorio si infuriò per un manifesto che annunciava
una conferenza dal titolo: “Padre Lombardi microfono di Dio; Giuseppe
Di Vittorio microfono di Satana”.
Piaccia o non piaccia questa è la storia della nostra democrazia, nata
con un’annessione, incapace di affermare lo Stato liberale, umiliata
dal fascismo. Ricostruita con il contributo fondamentale del Pci e di
uomini come Di Vittorio.
Di Vittorio non è un nodo irrisolto della sinistra italiana, è una
parte importante della storia del movimento operaio, del Pcd’I, del
Pci e della nostra democrazia. Da qui bisogna partire per rileggere il
passato del sindacato e dei comunisti italiani, per capire quello che
è rimasto vivo della sua opera di dirigente. Il primato della dignità
della persona, l’ “ossessione unitaria”, l’indipendenza del sindacato
(“L’indipendenza dai partiti deve essere completa, assoluta, totale”),
la difesa senza riserve della Costituzione repubblicana, non sono solo
un lascito morale: nel ’77 Luciano Lama ricorda: “In questi anni mi
sono chiesto sempre più frequentemente che cosa sarebbe stata
l’Italia, senza quei quattro anni di unità sindacale pur così fragile
e indifesa. Senza quel fatto avremmo costruito la Repubblica nel 1946,
quando le votazioni diedero un risultato così risicato e di misura?
Avremmo avuto la Costituzione, che costituisce la base fondamentale
della convivenza istituzionale e democratica?”.
E proprio Lama porterà fino in fondo il legame tra sindacato e
democrazia schierando la Cgil senza tentennamenti contro l’estremismo
e il terrorismo rosso, rafforzando il ruolo di garanzia democratica
che Di Vittorio assegnava al sindacato. E in quegli anni il sindacato
assumeva un nuovo peso nella società non solo per la sua forza di
mobilitazione ma soprattutto per la capacità di elaborazione e di
proposta. Il metodo del Piano del lavoro diventava prassi.
Toccherà a Bruno Trentin, di fronte alla crisi del sindacalismo
industriale, portare fino in fondo l’idea di Di Vittorio secondo la
quale “l’autonomia del sindacato non rientrava tra i problemi di
relazione fra poteri, né serviva a costituire un potentato: era intesa
come espressione della società civile”. È il “Sindacato della
solidarietà e dei diritti” che nasce alla Conferenza di programma
della Cgil del 1989. Lo stesso Trentin ricorda in un recente libro una
frase -si può ben dire profetica- del dirigente pugliese
pronunciata nel lontano 1954 al Congresso della Federazione sindacale
mondiale: “Vedo davanti a me tante facce, vedo dei neri, vedo di
quelli che sono neri neri, vedo dei bianchi, dei gialli, dei mezzi
neri come me, ma tutti insieme, con voi, siamo il sindacato di
domani”. |