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L'uso dell'idrogeno come energia alternativa

Ci salverà il fattore H?

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Crisi dell'auto / L'uso dell'idrogeno come energia alternativa

Ci salverà il fattore H?

Sono molteplici le modalità d'uso dell’idrogeno come fonte energetica per i mezzi di trasporto, con soluzioni tra loro incrociate nei modi di estrarlo, conservarlo e impiegarlo. Iniziamo dall’estrazione, dato che l’idrogeno puro non si trova in natura ma occorre ricavarlo partendo da composti che lo contengono.

Il procedimento più utilizzato è il reforming del metano, vale a dire una trasformazione chimica ad alta temperatura su appositi catalizzatori che parte da metano e vapore d’acqua e produce un gas composto da idrogeno, CO2 e vapore. Con piccole varianti l’idrogeno può essere ottenuto anche da idrocarburi pesanti, mentre per ottenerlo da carbone o biomasse s’impiegano processi di gassificazione che consistono essenzialmente in una loro combustione parziale cui si aggiunge vapore.

Il calore necessario a portare ad alta temperatura i reagenti, a produrre il vapore e a sostenere la reazione viene fornito bruciando una parte del combustibile.

Una strada alternativa è quella di ottenerlo dall’acqua tramite idrolisi, utilizzando però nel processo una forma pregiata di energia come l’elettricità. Questa soluzione diviene interessante quando l’energia elettrica è prodotta in modo svincolato rispetto al suo consumo (ad esempio attraverso generatori eolici), permettendo in tal modo un impiego intelligente dell’energia prodotta quando i consumi sono bassi.

Una volta estratto, il fattore H va portato nei punti del suo utilizzo, distributori e serbatoi delle auto. In quest’ultimo caso si sono sperimentati speciali serbatoi di fibra di carbonio rinforzata per contenere idrogeno gassoso compresso fino a 400 atmosfere. Il sistema è comunque pericoloso in caso d’incidente stradale e, altro inconveniente, il caricamento del serbatoio richiede energia per comprimere il gas, riducendo l’efficienza della catena complessiva.

Un altro sistema consiste nell’impiegare idrogeno liquido, ma per questo occorre molta energia per portare l’idrogeno allo stato liquido e soprattutto per conservarlo alle temperature richieste (- 259 gradi). Inoltre l’idrogeno liquido tende comunque a evaporare, anche se lentamente, per cui un’auto ferma per alcune settimane finirebbe per trovarsi “a secco”.

Esiste una terza via, più sicura, tramite l’utilizzo di polveri costituite da idruri metallici che, come una spugna, hanno la proprietà di assorbire a temperatura ambiente grandi quantità d’idrogeno e di cederlo solo se riscaldate (in un serbatoio da cento chili oggi si possono stipare 3 chili d’idrogeno, ma ci si ripromette di arrivare presto a 7 chili).

L’utilizzo come propellente avviene sostanzialmente in due modi, con fuel cells accoppiate a un motore elettrico, oppure con motori a combustione interna. Le prime non hanno parti mobili e, grazie a particolari catalizzatori (per esempio al palladio), convertono direttamente l’idrogeno in corrente continua producendo come residuo solo acqua, dunque con emissioni zero. Inoltre le celle a combustibile hanno un rendimento di conversione elevato (dal 40 al 60 per cento).

I motori a combustione interna sono invece molto simili agli attuali motori a scoppio, con rendimenti medi attorno al 20-25 per cento. Non va trascurato però il fatto che, utilizzando come combustibile l’idrogeno, essi hanno il pregio di cedere all’ambiente residui molto meno inquinanti degli attuali e cioè essenzialmente ossidi di azoto.

(19 ottobre 2004)

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