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Lo sciopero generale
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Lo sciopero generale del 1904

Lo spartiacque

di Carlo Ghezzi
Presidente Fondazione Di Vittorio

Alla fine dell’Ottocento, dopo la repressione dei Fasci siciliani, dopo le cannonate di Bava Beccaris contro gli operai in sciopero a Milano, dopo lo sciopero generale dei lavoratori di ogni mestiere indetto a Genova nel 1900 contro il decreto di chiusura della locale Camera del lavoro – il primo in Italia in un luogo determinato – la parte più avveduta delle classi dirigenti del nostro paese comprese che era necessario cambiare strada. Il nuovo governo Zanardelli-Giolitti si propose di realizzare la svolta liberale riconoscendo finalmente il pieno diritto dei lavoratori ad autorganizzarsi e ad attivare il conflitto sociale come momento

fisiologico e democratico del vivere civile. Il nuovo governo tentava  di girare definitivamente pagina rispetto alla convinzione che le legittime iniziative delle forze del lavoro fossero forme di sovversivismo, si proponeva di astenersi dall’intervenire  nel conflitto sociale a fianco degli imprenditori e degli agrari, di cessare il sostegno al crumiraggio e la repressione delle lotte.

Il riconoscimento della legittimità piena dell’azione sindacale permetterà nei primi anni del secolo uno sviluppo importante delle iniziative dei lavoratori, caratterizzate sia dalla fondazione di tante Camere del lavoro e di federazioni nazionali di categoria che presero a operare e a sottoscrivere molti accordi nazionali e locali con le controparti, sia dall’approvazione di importanti atti legislativi riguardanti il lavoro e la questione sociale. Si aprirà una fase nuova che  avvicinerà l’Italia alle esperienze europee. Una fase tuttavia assai fragile, portatrice di novità soprattutto nel Centro-Nord, mentre nel Mezzogiorno lo Stato continuava a presentarsi in troppe occasioni con la sua antica faccia reazionaria e repressiva. Una fase fragile perché la borghesia italiana non vorrà e non saprà portare fino in fondo la svolta liberale, favorendo così il progressivo ritorno al prevalere della spinte nazionaliste e protezioniste.

Nel 1904 il compromesso democratico mostrerà le sue crepe di fronte a conflitti sociali di carattere esclusivamente sindacale che i prefetti sapranno solo reprimere sanguinosamente. Il 16 maggio vi sarà un eccidio a Cerignola, in Puglia, e poi ancora a Torre Annunziata, a Candela, a Giarratana dove altro sangue dei lavoratori sarà versato sotto il fuoco della forza pubblica. Infine una vertenza sindacale sull’orario di lavoro finirà con una sparatoria nella quale i carabinieri uccideranno quattro minatori che manifestavano durante uno sciopero a Buggerru, nel cagliaritano, la sera del 4 settembre.

Dopo le tante stragi di quell’anno il coordinamento nazionale delle Camere del lavoro aveva discusso la possibile proclamazione dello sciopero generale nazionale a fronte di nuovi eccidi che le forze dell’ordine avessero perpetrato. Sarebbe stato il primo sciopero generale proclamato in Europa, avrebbe visto la mobilitazione di tutti i lavoratori di tutti i territori e soprattutto di tutti i mestieri, sarebbe stata la risposta del proletariato agli attacchi sistematici alla libertà e alla vita stessa dei lavoratori.

I drammatici fatti di Buggerru surriscalderanno tale discussione. Sarà la Camera del lavoro di Monza a votare un ordine del giorno, il 9 settembre, che prevedeva che a una nuova strage si sarebbe risposto con lo sciopero generale, ma sarà la Camera del lavoro di Milano la struttura sindacale che, convocando i lavoratori di quella città all’Arena napoleonica nella giornata dell’11 settembre, lancerà l’appello ai lavoratori di tutto il paese per uno sciopero contro gli eccidi entro i successivi otto giorni.

Crescerà subito una sorda polemica tra le organizzazioni sindacali e il partito socialista, l’unica formazione di sinistra organizzata a livello nazionale in quell’epoca, sia sulla opportunità di realizzare lo sciopero che sugli obiettivi reali dello sciopero stesso. Se lo sciopero dovesse avere come suo fine la caduta del governo Giolitti, oppure, secondo l’ordine del giorno votato all’unanimità all’Arena di Milano, la richiesta di una legge sul disarmo delle forze dell’ordine in occasione di conflitti del lavoro; o, ancora, se lo sciopero generale dovesse considerarsi il preludio della rivoluzione sociale come auspicavano gli anarchici. Numerose, e provenienti da più parti, furono anche le critiche di attendismo rivolte alla direzione socialista, per le valutazioni che questa aveva espresso sulla inattuabilità dello sciopero generale.

Nell’incertezza circa la maturità o meno delle condizioni per indire ed effettuare lo sciopero generale e sui reali obiettivi del medesimo, mentre venivano freneticamente organizzate riunioni tra dirigenti sindacali e di partito per discussioni che si annunciavano difficili, cariche di polemiche e di passioni, giunse come un fulmine la notizia dei fatti di sangue di Castelluzzo, nel trapanese. Ancora una volta i gendarmi,  nella serata del 14, avevano aperto il fuoco ferendo e uccidendo dei lavoratori. Avevano sparato contro delle persone riunite  per discutere di normali problemi riguardanti la costituzione di una cooperativa.

Il 15 settembre l’Italia intera venne infiammata dalla notizia dell’ennesima strage e l’assenza di una  reazione venne considerata insostenibile. Tutte le riunioni di chiarimento tra la direzione del partito socialista e i dirigenti del sindacato milanese che erano state programmate furono annullate e lo sciopero venne solennemente indetto. Dalla mattinata del 16 lo sciopero generale cominciò ad attuarsi con livelli di partecipazione altissimi a Milano e a Genova, poi nel corso delle ore successive si estese a Parma, a Torino, a Bologna, a Livorno, quindi anche a Roma. La polemica tra le Camere del lavoro e il gruppo dirigente del partito socialista riprese e divenne esplicita. Lo sciopero intanto si estendeva  dilagando nel Centro-Nord e veniva nel frattempo prolungato di qualche giorno pur in un quadro di incertezza crescente sulla sua direzione effettiva a livello nazionale, sui suoi obiettivi, sulla sua conclusione e sui possibili sbocchi politici.

Per la prima volta in Italia e in Europa un movimento così imponente esprimeva la propria ferma protesta contro la sanguinosa  repressione delle forze del lavoro e della loro ansia di emancipazione, per la prima volta uno sciopero generale di tutti i lavoratori di tutte le professioni scuoteva il paese e l’intero continente. Poi, mentre l’adesione allo sciopero cominciava a dare i primi segni di logoramento nei luoghi dove era in corso già da qualche giorno, la mobilitazione si avviò impetuosamente in altre realtà, a Brescia, a Biella, a Venezia, a Perugia, ma soprattutto a Bari, a Napoli, a Palermo, a Catanzaro e in particolare cominciò a estendersi nelle campagne sorprendendo per l’intensità della partecipazione sia i sostenitori dello sciopero che i suoi detrattori.

L’agitazione, prolungata dalle Camere del lavoro sino al giorno 21, crebbe e si estese coinvolgendo molte aree importanti del Mezzogiorno; il 19 di settembre avrebbe  raggiunto il suo livello di massima estensione, con quella effettiva generalità che gli era invece mancata nelle prime giornate. Poi questo grande moto di protesta popolare proseguì nei giorni seguenti e si concluse la sera del 21 settembre con l’impegno assunto da parte di un nutritissimo gruppo di parlamentari socialisti a presentare immediatamente in Parlamento una proposta di legge diretta a vietare l’uso delle armi da parte della forza pubblica durante i conflitti di lavoro.

Nulla sarà più come prima. Giolitti, facendo leva sullo spavento che lo sciopero generale aveva provocato sui ceti moderati e sulle destre, chiese al re di sciogliere le Camere e di indire le elezioni anticipate, poi fece grandi pressioni sui cattolici, fino ad allora astensionisti, perché si recassero alle urne. Nonostante avesse visto notevolmente accresciuti i propri suffragi in ogni parte del paese, nel voto anticipato del 9-11 novembre del 1904 il partito socialista perse cinque deputati in Parlamento. La stagione di innovative aperture politiche e sociali di Giolitti si sarebbe logorata in quel contesto. La breve fase delle aperture del giolittismo si arenerà rapidamente, segnata da incertezze, tatticismi, nuove repressioni e nuove stragi. Avrebbe governato ancora per anni galleggiando e traccheggiando ma senza promuovere né riforme né innovazioni politiche. Sarebbe poi giunto a maturare la sciagurata scelta dell’avventura coloniale in Libia che lo riportava verso convergenze con i nazionalisti e i reazionari.

La sinistra, dopo lo sciopero generale del 1904, si sarebbe divisa irreparabilmente, sollevando al proprio interno reciproche accuse di opportunismo rivolte ad alcuni per non aver voluto assumere la direzione di quel grandioso movimento di lotta e accuse opposte di avventurismo lanciate dai secondo verso i primi per avere indetto e sostenuto lo sciopero generale. Parimenti si arroventerà la polemica tra le organizzazioni politiche della sinistra e le organizzazioni sindacali.

L’imprenditoria italiana tenderà via via nelle stagioni che seguiranno a recuperare tutte le concessioni fatte ai lavoratori nel primo scorcio di secolo e si sarebbe così avviata quella fase storica che l’avrebbe portata da lì a qualche anno dapprima al sostegno dell’avventura della guerra in Libia, poi della prima guerra mondiale e infine all’avvio dell’avventura fascista.

Il partito socialista, in attesa della concretizzazione di riforme intraviste nella prima fase del giolittismo che non si sarebbero mai più attuate, si divise a più riprese al proprio interno e si avviò a quella crisi involutiva che avrebbe visto la sinistra italiana drammaticamente divisa e sconfitta nei decenni a venire.

Era chiaramente mancata nel 1904 un’organizzazione centrale capace di coordinare e  organizzare il movimento e le sue grandi potenzialità. Le Camere del lavoro e le federazioni nazionali di categoria maturarono così la necessità di uscire da forme fragili di coordinamento, di uscire dal localismo e di darsi definitivamente una sola e forte struttura nazionale di direzione e organizzazione. Nel corso dei successivi due anni avrebbero dato vita alla CGdL, avrebbero fondato quella Confederazione generale del lavoro – nata nel 1906 – che avrebbe segnato la storia d’Italia nel secolo che abbiamo alle spalle.

Gli scioperi del 1904 furono le prime grandi mobilitazioni del lavoro che uscivano sia dalla dimensione solo territoriale come da quella limitata all’iniziativa delle federazioni di mestiere. In quegli scioperi nacque e prese a formarsi nei lavoratori una diffusa coscienza della propria funzione sociale, della centralità del lavoro, della sua dignità e della necessità di rivendicare i diritti per sé e per tutta la società.

Si manifestò così visibilmente il protagonismo del lavoro, reso incisivo dello stare insieme solidale, si manifestò la sua funzione nazionale.

(Rassegna sindacale, n. 42, novembre 2004)

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