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La Fondazione Giuseppe Di Vittorio e l'Associazione Smile
hanno deciso di promuovere, attraverso i loro siti, una nuova iniziativa, denominata
"Racconta la tua fabbrica". In buona sostanza l'idea è quella di raccogliere storie individuali e
collettive, di vita e di lavoro, di operai, impiegati, tecnici, lavoratori
part-time o temporanei. Di donne e di uomini. Del Nord e del Sud. Di vecchie
e nuove imprese. Di ogni settore e dimensione.
Tra le tante e diverse ragioni che ci hanno spinto a promuovere questa
discussione, una in particolare è a nostro avviso importante e si può
sintetizzare come il tentativo dare un contributo all'affermazione, nel
dibattito pubblico, di una concezione del lavoro come componente essenziale
della capacità di fare e di imparare delle persone e dunque della loro
capacità di essere autonome, di avere identità, di avere futuro.
In questo quadro, la scelta di farlo privilegiando il punto di vista di chi
lavora in fabbrica risponde non solo alla voglia di contribuire a dare voce
alle storie, le ragioni, le speranze di chi, a Terni come a Genova come da
qualunque altra parte, si batte per difendere il proprio lavoro, e per
conquistare il diritto ad averne uno. Ma anche alla necessità di offrire un
punto di vista diverso a chi si trova quotidianamente sommerso dalle folgorazioni dei profeti del lavoro che cambia, dalla mitologia della fine
del lavoro, dalle suggestioni dell'ozio creativo.
Un punto di vista ulteriore, non per forza alternativo, di chi pensa che in
realtà, così come è già accaduto in altre fasi (cosa sarebbe stato e
sarebbe ancora lo sviluppo dell'auto senza i meccanici, gli elettrauto, i
gommisti?), anche lo sviluppo delle attività legate alle nuove tecnologie
dipende e dipenderà in misura significativa dalla creazione di professionalità intermedie, da coloro che a vario livello e con diverse
abilità e competenze assicurano la funzionalità, l'integrazione e l'efficienza delle centinaia di computer, e dei relativi software, di una
grande università o di una grande azienda così come dei due o tre computer
di un qualunque piccolo studio o professionale. Senza contare che anche nell'era di Internet un orologiaio in grado di smontare e
rimontare i meccanismi di movimento degli orologi meccanici, di ricostruire semplici componenti di
meccanismi di movimento fuori produzione o di ricambi esauriti, ha davanti a
sé un futuro professionale probabilmente roseo. Così come chi ha le competenze e la qualifica di
assistente tecnico di cantiere edile, di montatore manutentore meccanico, di assistente al restauro di dipinti su
tela e supporti lignei. Detto in altri termini riteniamo sarebbe utile che non si perdesse di vista
il fatto mai banale che al di là, o per meglio dire, insieme, al lavoro che
cambia, c'è il valore del lavoro che rimane. Perché da questo fatto discendono tante cose e tra queste il diritto di ciascuno ad avere non
solo un lavoro, ma anche un lavoro regolato da leggi, norme, contratti.
Perché come sappiamo l'insicurezza erode la dignità di chi lavora e ha effetti
negativi sui comportamenti delle persone nella sfera economica e dunque
sulle stesse possibilità di sviluppo. E perché il tentativo mai compiuto di
far quadrare il cerchio tra creazione di ricchezza, coesione sociale e
libertà politica passa, dovrebbe passare, per un mercato che sappia garantire per davvero il rispetto, da parte di tutti, delle regole.
Temi fuori moda? Forse. Ma forse proprio per questo è utile ritornare a
parlarne. E ritornare a farlo a più voci. A partire dalle storie raccontate
dai protagonisti, i lavoratori, quelli dell'industria in primo luogo. Non
solo perché, come ha scritto qualche anno fa Richard Sennett (L'uomo
flessibile, Milano, Feltrinelli, 1999), "il racconto non è solo un semplice
susseguirsi di eventi, ma dà forma al trascorrere del tempo, indica cause,
segnala conseguenze possibili". Ma anche, soprattutto, perché pensiamo che
una discussione capace di andare oltre la cerchia di coloro che di questi
temi si occupano per mestiere sia un modo per non arrendersi all'idea di
vivere vite che ci costringono a trovare "soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche". Per rendere almeno un poco meno impervia
la ricerca del legame esistente tra partecipazione e cittadinanza. Per non
rinunciare a stare in campo "con la propria testa e con le proprie mani".
Oggi più che mai.
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