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A metà anno i decreti di concessione di cassa
integrazione straordinaria sono già ben oltre la metà di quelli
licenziati complessivamente nel 2003. Non solo. Ben il 68 per cento di
essi riguarda l’industria e sono già triplicati in percentuale,
sempre rispetto allo scorso anno, i provvedimenti intervenuti in caso
di fallimento: quando per l’azienda non c’è ormai più nulla da
fare. Sono i dati, assai allarmanti, che si ricavano da una
rilevazione effettuata dalla Cgil, che prende come riferimento il
secondo trimestre del 2004. “Questi numeri confermano che quando il
nostro sindacato parla di crisi del sistema produttivo lo fa a ragion
veduta – spiega Vincenzo Lacorte, del dipartimento industria,
artigianato e agricoltura della Cgil nazionale –. Se si vanno ad
analizzare i singoli settori si scopre che, nel manifatturiero, la
cigs cresce in quasi tutti i comparti. Con pochissime eccezioni: per
esempio l’agroalimentare, che è anticiclico per definizione”. A
preoccupare la Cgil è anche il Sud: al termine del primo semestre
2004, nelle regioni meridionali sono state già concesse il 60 per
cento delle cigs del 2003. Se il trend continuerà (e non si vedono
segnali in senso contrario), a fine anno i decreti di cassa
integrazione saranno il 120 per cento in più rispetto ad appena
dodici mesi fa.
Una crisi
di sistema
Insomma: si tratta di ulteriori segnali di una crisi di sistema che
non sembra conoscere arretramenti. “Le previsioni dell’Isae
relative ai mesi di luglio, agosto e settembre 2004 – commenta Carla
Cantone, della segreteria confederale della Cgil nazionale – fanno
attestare l’indice della produzione industriale italiana attorno a
quota 98, rispetto al 102 fatto registrare nel 2001. A questo va
aggiunta la perdita di 16.000 posti di lavoro nella grande industria,
resa nota dall’Istat proprio in questi giorni”. L’insieme di
questi dati, per la sindacalista della Cgil, rappresenta “la prova
di una situazione gravissima che richiede un mutamento radicale della
politica economica. La priorità del paese è la lotta al declino
industriale. Per questo dobbiamo ripartire dall’analisi
dell’assemblea dei quadri e delegati di Chianciano, del maggio di
quest’anno, con il recupero della piattaforma alla base dello
sciopero generale dello scorso 24 marzo, e con l’obiettivo
d’incalzare governo e Confindustria su una svolta nell’agenda di
confronto e lavoro”.
L’analisi dei settori. La nuova rilevazione
della Cgil conferma, e accentua, i dati già emersi per il primo
trimestre 2004 (vedi Rassegna, n. 16 del 2004). Tra i comparti
industriali preoccupano, in particolare, le performance negative del
settore tessile (le cigs concesse sono già a quota 76,97 per cento
rispetto al 2003) e metalmeccanico (68,39 per cento). Sulla crisi del
tessile si è detto e scritto molto, ma ancora fatto poco. Così come
per il meccanico, in cui la vicenda Fiat sta avendo ricadute pesanti
sull’indotto di primo e secondo livello e i segnali per il futuro
non sono dei migliori, con la cassa integrazione a Cassino, Termini
Imerese e Mirafiori. Nel primo semestre 2004
le cigs che interessano il settore metalmeccanico continuano, come nel
2003, a rappresentare ben il 50 per cento di quelle concesse
nell’intero comparto manifatturiero.
Spicca anche il dato molto sostenuto nel comparto
edile: nel solo primo semestre sono state concesse 54 casse
integrazioni straordinarie, rispetto alle 22 dell’intero 2003. Siamo
addirittura a un incremento del 245,45 per cento e con un ulteriore
segnale molto negativo: il 51,85 per cento delle cigs attivate in
edilizia riguarda casi di aziende fallite, in cui cioè la cassa non
interviene a sostegno di una riorganizzazione o ristrutturazione, ma
in qualche modo arriva solo a mettere un lieve tampone a una storia
produttiva già finita. Il dato è allarmante, perché riguarda un
comparto che in questi anni, per redditività e per volumi produttivi,
non era affatto andato male.
Dove la cigs
è in calo
Gli unici settori in cui il trend delle cigs è in leggero calo, ma
per ragioni molto diverse tra loro, sono il chimico-farmaceutico e
l’agroalimentare (dove siamo, rispettivamente, al 45,38 e al 45,45
per cento rispetto all’intero 2003). Nel primo caso, tuttavia, c’è
poco da stare allegri. “Se è vero che le nuove biotecnologie tirano
– spiega Lacorte –, va anche detto che i processi di
ristrutturazione della chimica di base sono andati ormai in porto.
Penso a Ottana, Porto Marghera, Priolo. La cassa integrazione che non
cresce è soltanto il segno di un settore che, purtroppo, è stato già
drasticamente ridimensionato”. Diverso il caso dell’agroalimentare,
che è ormai diventato il secondo comparto produttivo italiano per
fatturato. “Alla base di un risultato del genere – precisa il
sindacalista della Cgil – c’è principalmente il fatto che nelle
situazioni di crisi l’alimentare va bene ed è qui che si
concentrano per la maggior parte i consumi”. Ma non c’è solo
questo: il settore agroalimentare ha saputo scommettere sulla qualità
e sulla certificazione delle produzioni. Non è un caso che, a oggi, i
disastri Cirio e Parmalat non abbiano portato alla chiusura di alcun
sito produttivo. “A dimostrazione – chiosa Lacorte – che queste
aziende sono in grado di uscire dalle avventure disinvolte del
capitalismo finanziario. Certificazione e qualità sono carte su cui
dovrebbe puntare anche il tessile, invece di parlare sempre di Cina e
di costo del lavoro”.
Cresce la cigs per fallimento. Si tratta,
probabilmente, del dato più allarmante dell’intera rilevazione. Le
cigs per fallimento aziendale sono in crescita sostenuta rispetto a
quelle concesse per ristrutturazioni e riorganizzazioni: erano il
10,59 per cento delle casse complessive nel 2003 e hanno raggiunto il
28,53 per cento nel primo semestre del 2004. Il dato riguarda un po’
tutti i settori. Oltre alla già citata edilizia, il tessile (dal 9,87
per cento del 2003 al 16,24 di oggi), il chimico-farmaceutico
(dall’8,46 al 23,73 per cento), il metalmeccanico (dal 9,68 al 33,02
per cento). La cosa è tanto più preoccupante se rapportata al fatto
che, nel medesimo arco di tempo, calano le casse integrazioni concesse
per crisi aziendali e ristrutturazioni: i casi in cui per l’azienda
c’è ancora qualche speranza di rilancio. I dati sulla cigs non
esauriscono, ovviamente, il capitolo relativo alle crisi aziendali
(con i relativi posti di lavoro a rischio), che sono ben più
consistenti, non fosse altro che per tutte le realtà produttive non
coperte da ammortizzatori sociali o per tutte le situazioni difficili
non ancora arrivate alla cassa. “Al 31 agosto – conclude Cantone
– abbiamo censito ben 2.630 aziende in crisi, per un totale di
334.000 lavoratori coinvolti”.
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