Lavoro minorile

Nepal inferno 
dei bambini

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Lavoro minorile

Nepal inferno dei bambini

di Paolo Vittone

Santos, 15 anni, mastica con voracità una manciata di riso presa da una ciotola di metallo in un sudicio locale di Baktapur, alla periferia di Katmandu. Sono le 10 e trenta del mattino. Santos è in piedi dalle 4, e da sei ore è seduto davanti a un telaio per fare tappeti. “Ho iniziato quando avevo 8 anni – racconta –, lavoro 18 ore per circa 15 rupie al giorno (meno di 20 centesimi di euro)”. Santos, suo fratello di 14 anni, una sorellina di 7 anni e mezzo e il loro padre sono tutti impiegati in una fabbrica di tappeti, dentro un anonimo edificio di mattoni rossi. Lavorano schiena contro schiena uomini, bambini e donne con neonati tra le braccia che, come equilibriste, annodano e curano il piccolo allo stesso tempo. Qualcuna allatta mentre annoda. Un neonato che ha già poppato guarda fuori dalla culla appesa al soffitto.

Questa istantanea rende bene la realtà odierna del Nepal, paese schiacciato tra due giganti come l’India e la Cina. Una realtà che ha poco a che vedere con il misticismo degli anni 60-70 e le maestose cime himalayane, e che non è certo raccontata dalle guide turistiche. I bambini sono impiegati in tutti i settori. Nell’edilizia lavorano per la produzione di alcuni materiali, come la ghiaia, che viene fatta a mano, a colpi di martello, o per la raccolta della sabbia dai letti dei fiumi, sempre a mano. Anche se il Nepal non ha una tradizione pari a quella del Pakistan, nel paese vi sono molte fabbriche di tappeti (oltre che essere più facilmente controllabili i bambini hanno il pregio di fare nodi più piccoli e precisi grazie alla dimensione ridotta delle dita), molti dei quali destinati all’esportazione a basso costo.

L’anagrafe in Nepal non esiste e censire i bambini è ancora più arduo, perché la cittadinanza non viene considerata un diritto dalla nascita ma un diritto che si acquisisce solo a 16 anni. Formalmente quindi i bambini nepalesi non esistono. Non si sa quanti siano rispetto all’intera popolazione, si sa solo che sono molti. Come in tutti i paesi poveri la popolazione è mediamente molto giovane. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale del lavoro ogni anno in Nepal vengono commerciati circa 12.000 bambini come lavoratori, semi schiavi o anche nel giro delle adozioni internazionali. Esiste poi il fenomeno del commercio a scopi sessuali. Si calcola che sulle 5000 donne vendute come prostitute ogni anno in Nepal, diverse delle quali destinate ai bordelli indiani e thailandesi, circa un quarto abbiano meno di 15 anni.

I bambini sono anche vittime dell’arruolamento forzato. Dal 1996 opera in Nepal una guerriglia di ispirazione maoista, che controlla alcune zone del paese e prende fiato dalle pessime condizioni sociali e dalla corruzione. Gli stessi maoisti però si sono rivelati ostili alla popolazione, sia razziando cibo nei villaggi e uccidendo i contadini che non lo vogliono consegnare, sia reclutando di forza ogni uomo abile, bambini compresi. Ci raccontano che circa 500 bambini, divisi in gruppi di 10 o 20 al massimo, girovagano tra foreste e montagne, villaggi abbandonati e valli selvagge per fuggire dall’arruolamento forzato. Nei villaggi qualcuno sa dove si nascondono, ma c’è un tacito patto: nessuno deve parlare di loro. La voce potrebbe arrivare ai guerriglieri o all’esercito, e i bambini sarebbero facile preda degli uni o degli altri.

La miseria dei villaggi contadini spinge molte famiglie ad affidare i figli ad abbienti nepalesi delle città. Nelle case dei benestanti cittadini di Katmandu è normale trovare come sguatteri bambini che arrivano dalla campagna. Non sono pagati, ma hanno un letto e cibo, e i più fortunati, davvero pochi, vengono anche mandati a scuola. Nei villaggi di campagna è il latifondista a prenderli in casa, quasi sempre preferendo le bambine che vengono ridotte in semi schiavitù. Quelle che restano al villaggio imparano in fretta il futuro ruolo di madre, massaia e contadina. Accudiscono i fratelli più piccoli e a 10 anni li portano con sé legati alla schiena con uno straccio.

Uno dei segni di crisi della società nepalese è lo sfaldamento della famiglia tradizionale, che rappresentava una sorta di ammortizzatore sociale essendo di tipo patriarcale ed estremamente solidale al suo interno. Questo sfaldamento è all’origine del fenomeno dei bambini di strada. Secondo calcoli approssimativi sarebbero circa 5.000 in tutto il paese, di cui un migliaio nella sola Katmandu. Li trovi che dormono nei parchi, sopra cartoni lungo le strade, a fare l’elemosina agli incroci o rintronati dalla colla (aspirandola con forza si ottiene un effetto stupefacente) appoggiati contro un muro o accasciati per terra. Chi non sopravvive rovistando nel pattume fa il bigliettaio sui taxi collettivi. A ogni fermata del mezzo grida il nome della zona della città dov’è diretto, riscuote il prezzo del biglietto da chi sale, lo consegna all’autista. A fine giornata se gli va bene ha guadagnato 90 rupie, un euro.

Sono 4.000 le associazioni nepalesi che si occupano dei bambini di strada, un vero e proprio paradosso numerico. Basterebbe infatti che ogni associazione si facesse carico di uno o due bambini per risolvere definitivamente il problema. Ma gli aiuti umanitari sono anche un business. Ci sono molte denunce, per ora rimaste lettera morta, che accusano queste associazioni di essere coinvolte direttamente nel commercio di bambini.

 

(Rassegna sindacale, n.23, giugno 2004)

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