Nafeez Mosaddeq Ahmed

Guerra alla verità

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Nafeez Mosaddeq Ahmed / Guerra alla verità

Gli omissis di George W.

 

di Miriam Tola

Guerra alla verità
Nafeez Mosaddeq Ahmed
Roma, Fazi editore, 2004
pp. 550, 22 euro

Oltre la guerra al terrore il condottiero George W. Bush è impegnato in un’altra crociata. La guerra alla verità. Una battaglia volta a impedire che retroscena e responsabilità dell'11 settembre vengano alla luce al di là della cortina di fumo che avvolge l'attacco alle Torri Gemelle, al di là della retorica che imputa il disastro ad un solo uomo, Osama Bin Laden, e tace il ruolo della politica statunitense che lo ha reso possibile.

Tocca al ventiseienne Nafeez Mosaddeq Ahmed, origini bengalesi e passaporto britannico, attivista ed esperto di politica internazionale, congiungere i puntini di un disegno inquietante a partire da un'impressionate mole di dati raccolti con precisione certosina tra prestigiose testate giornalistiche, ricerche accademiche, rapporti d’intelligence, documenti ufficiali e relazioni delle due indagini ufficiale: l’Inchiesta congiunta della Camera e del Senato e quella della Commissione nazionale sugli attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, più nota come Commissione 11 settembre.

Ahmed parte da una solida base: il libro Guerra alla libertà (Fazi, 2002) che Gore Vidal ha definito “l’analisi di gran lunga migliore e più equilibrata sull’11 settembre”. Il secondo volume, 550 pagine pubblicate in anteprima in Italia, è nato come aggiornamento per poi trasformarsi in un’opera a sé. Torna sui luoghi oscuri della strage: primo tra tutti le relazioni pericolose fra gli interessi dell’industria del petrolio, la dinastia Bush, l’élite saudita e il clan Bin Laden.

Approfondisce alcuni capitoli cruciali a cominciare dai numerosi avvertimenti inascoltati: Vladimir Putin ammise di aver messo in guardia gli Usa contro attacchi imminenti poche settimane prima dell’11 settembre; l’M16 britannico lanciò l’allarme già nel 1999, anche Giordania e Marocco segnalarono il pericolo. Insomma, sembra che la comunità internazionale degli 007 fosse in agitazione per un imminente attacco aereo diretto contro edifici simbolo della potenza americana. L’unico che dormiva sonni tranquilli era George W. Bush.

Nello studio non mancano le novità: sono tristemente gustose le rivelazioni sullo stile di vita dissoluto dei terroristi dirottatori: secondo quando riferito dall’International Herald Tribune, già nel 2001 Mohamed Atta era un habitué del lussuoso Woodland Park Hotel nelle Filippine, dove fu notato più volte bere whisky in compagnia di accompagnatrici locali. Un comportamento simile a quello di Ziad Jarra a Las Vegas ma, certo, non conforme alle regole integraliste.
Nuova è, soprattutto, l’analisi del fallimento della Commissione 11 settembre: “L’idea che essa goda anche solo di un minimo di indipendenza è falsa – attacca Amhed –. È al contrario intrisa di conflitti di interesse perché i membri di maggior spicco hanno legami documentati con gli stessi soggetti su cui sono incaricati di indagare”. Qualche esempio? Cominciamo dal presidente: il controverso Thomas H. Kean, ex governatore del New Jersey. Nel suo curriculum troviamo una nomina a consigliere di amministrazione della Amerada Hess, società petrolifera in stretto contatto con il gigante saudita Delta Oil. Così come il direttore esecutivo Philip Zelikof è un ex membro del Foreign Intelligence Advisory Board di George W.

Illuminante, per cogliere la (falsa) autonomia del team, è l’accordo sull’accesso ai rapporti quotidiani che l’intelligence riserva allo Studio Ovale. Secondo Ahmed “i membri del panel della commissione non avrebbero avuto accesso alle informative”. La versione ufficiale riferisce invece che quattro membri sarebbero stati incaricati di leggere e “prendere appunti sui documenti, mentre la Casa Bianca potrà rivedere e correggere gli appunti per rimuovere informazioni particolarmente delicate”. Entrambe le possibilità, è evidente, hanno accordato un vantaggio eccessivo all’amministrazione repubblicana.
“La politica sconcertante del governo statunitense ha di fatto facilitato gli attacchi, protetto i responsabili, bloccato i tentativi di impedire gli attacchi e mantenuto stretti legami politici, finanziari, militari e d’intelligence con importanti figure che appoggiavano gli esecutori dell’operazione terroristica” ribadisce Ahmed nelle conclusioni. Una tesi che in molti potranno non condividere; ma è difficile negare che, in assenza di un’inchiesta indipendente e autorevole sui fatti che ha hanno scatenato la “guerra al terrore”, l’amministrazione Bush potrà continuare indisturbata a combattere la sua la guerra alla verità a colpi di omissis e distorsioni.

(Rassegna sindacale, n. 40, novembre 2004)

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